mercoledì 21 gennaio 2015

LA GRANDE VIE di Christian Bobin (Gallimard 2014)





La grande vie si apre con una lettera a Marceline Desbordes-Valmore (1786-1859). Fa freddo, l’autore si trova alla Gare du Nord. Si sente smarrito in mezzo alla folla, ha bisogno di un riparo. Lo trova nei versi di Un Rêve intermittent d’une nuit triste. La voce di questa poetessa, giunta da un tempo lontano, ora è lì, vicinissima. “I libri sanno ascoltarci”, dice Bobin durante una presentazione del volume. Come sempre, per lo scrittore francese, un libro è un volto che apriamo e che può consolarci. Con lui possiamo fare un po’ di strada, trascorrere del tempo. Un libro è una voce, un volto che ci viene in soccorso, che ci illumina e che ci può restituire la vita nella sua pienezza. La lettera rivolta alla poetessa amata da Hugo, Baudelaire e Rimbaud, fa da Ouverture a tutto il libro, suddiviso in sette parti, ciascuna recante un titolo tratto da frammenti di frasi che si trovano al suo interno. Sette sezioni ovvero sette note, ma potremmo dire sette parti vocali di una grande e unica partitura, ciascuna caratterizzata da brevi quadri che, come righi musicali, si possono sovrapporre gli uni sopra gli altri e dove Bobin scrive la grande vie, la bella vita che non è quella che possiamo incontrare nelle grandi gioiellerie di Place Vendôme, ma quella che troviamo in ciò che vi è di più semplice e di più disarmato. Come i tre clochard che egli scorge sugli Champs Elysées dove si sente perso. Senza questo stato d’animo, simile a quello provato alla Gare du Nord, egli non sarebbe stato in grado di vedere, di scorgere una donna china su di loro. Questo gesto, questa scena: il volto di un clochard che prende luce dal gesto della donna, è pura poesia - la grande vie. E se alla Gare du Nord a dargli riparo è stata una poesia di Marceline Desbordes-Valmore, ora è la vita reale a riportarlo alla vita pura dove un volto d’uomo si illumina di gioia per una parola di sollievo ricevuta.
Anche in quest’ultima opera, Bobin ci restituisce quella parte di noi, a volte un po’ bistrattata, tenuta in sordina. Con la sua voce, noi entriamo nella vita in pienezza. Ogni quadro ci porge la luce necessaria per vedere. “Cos’è vedere?”, si chiede nella prima sezione del libro caratterizzata per di più da episodi di vita quotidiana, dove il fuoco del camino, la cucina, uno scoiattolo, il gesto di tagliare il pane, una lieve ferita al dito, gli rivelano un senso della vita trasfigurato, nonostante il dolore e il male.

In questo libro, ritroviamo i temi e gli amici tipicamente bobiniani: gli animali, i fiori: “ho iniziato i miei studi nei libri e li ho continuati nella lettura dei fiori e degli animali”[1]; qui e là scorgiamo i suoi affetti, le passeggiate, le visite al cimitero dove sono sepolti i suoi cari; insieme a lui, impariamo ad osservare la gente che egli incontra e che trasfigura in folla o volto, come la madre china sul proprio bimbo in un negozio di alimentari; Bobin riesce a dare corpo a “La donna in blu” intenta a leggere una lettera, dipinta da Vermeer o trasfigura il paesaggio, che riaffiora lungo la strada di Le Creusot mentre egli guida dietro a un camion, in un quadro di Soulages; “un’orgia di smeraldi”, è il titolo della seconda sezione, che ci restituisce le sue letture sterminate, ripulite da narcisismi letterari: la penna scorre da Jean Baptiste Chassignet, autore del XVI secolo agli scrittori del ‘900: Ernst Jünger, l’amico André Dhotel, Marcel Jouhandeau, Robert Antelme; insieme agli scrittori incontriamo i poeti delle diverse epoche che riaffiorano qui e là nel libro: Omero, Hölderlin, Mallarmé, Hopkins, Ronsard, o il caro Jean Grosjean; con Bobin ascoltiamo la musica jazz del pianista Thelonious Monk e quella di Jean Sébastian Bach cui egli dedica un intero quadro de La grande vie; e poi ancora i filosofi: Kierkegaard, Descartes; e i mistici e i santi: Thérèse de Lisieux, San Paolo alle cui parole, che suonano come un “sole nero”, egli contrappone la leggerezza di un bimbo di tre anni che trottola tra le tombe del cimitero alla ricerca di sassolini blu: “ho visto un bambino di due anni e mezzo spazzare via la morte e scacciare il tempo del mondo. Questo lavoro titanico lo faceva canterellando, come è giusto che sia”.
E tra i tanti volti di donna emerge, in tutta la sua fragilità, il mito di Marilyn Monroe, la martire del sorriso, titolo della sezione a lei interamente dedicata composta da un unico quadro, tutto per lei.
Ma non potevano mancare gli angeli vestiti di rosso e le riflessioni sulla lettura, la scrittura e sulla morte.
La grande vie si chiude con un quadro solenne ma allo stesso tempo delicato e intimo, consacrato a una donna, a una madre che non c’è più. A sua madre? Forse. La morte sul viso la fa assomigliare a una bambina eschimese. È lei che lo ha accompagnato tra le mille angosce, è da lei che ha imparato a vivere: i suoi gesti quotidiani, fedeli, rasserenanti gli hanno insegnato a pulire lo sguardo.
Gli hanno insegnato a scrivere.
di Maddalena Cavalleri

Sulla 4^ di copertina:
«Les palais de la grande vie se dressent près de nous. Ils sont habités par des rois, là par des mendiants. Thérèse de Lisieux et Marilyn Monroe. Marceline Desbordes-Valmore et Kierkegaard. Un merle, un geai et quelques accidents lumineux. La grande vie prend soin de nous quand nous ne savons plus rien. Elle nous écrit des lettres.» 
Christian Bobin.


Di seguito i link di alcuni video dove si possono trovare delle interviste a Bobin fatte in occasione dell’uscita del libro La Grande Vie:

Trasmissione di La Grande Librairie condotta da François Busnel

Presentazione svoltasi presso la libreria La Procure a Parigi (maggio 2014)


Recensione del giornalista François Busnel apparsa sul settimanale L’Express il 6/03/2014




[1] Christian Bobin, La grande vie, Gallimard, Paris 2014, p. 82.

domenica 11 gennaio 2015

LOUISE AMOUR



Posto una foto della mia libreria dove raccolgo tutte le pubblicazioni di Christian Bobin, qualcuna manca all'appello perché prestata mentre le edizioni italiane si trovano sul retro, quindi non si vedono. Un po' alla volta chissà che in Italia non arrivino tutti i suoi libri.

Intanto, sempre tra le piccole case editrici troviamo Camelozampa edizioni (http://www.camelozampa.com) che ha da poco pubblicato Louise Amour, un libro uscito in Francia nel 2004 presso Gallimard.

Ricordo che quando lo lessi dieci anni fa, ne rimasi affascinata. Scoprivo un Christian Bobin inedito.
Ed è bello ritrovarlo nelle serate mondane, alle feste in quella Parigi più salottiera che di solito è ben lontana dalla sua vita. Ma ciò che mi piace di Christian Bobin è questa sua assoluta mancanza di snobismo intellettuale nei confronti di tutti anche di ciò che è mondano per eccellenza: il mondo delle pubbliche relazioni, dei vernissage, delle feste. Louise Amour (così chiama la protagonista femminile del suo romanzo) lo immerge nei  profumi di un mondo di cristallo che per lui, giovane trentenne che trascorre le ore immerso nelle letture lontano dalla "vita ordinaria", è più che mai salutare.
Un libro da leggere per scoprire un altro Bobin che nulla toglie, anzi aggiunge a quello che già conosciamo e che continuiamo a incontrare nelle sue più recenti pubblicazioni, non ancora tradotte per il pubblico italiano.
Grazie quindi a Camelozampa che ce lo ha portato in Italia. 

Di seguito riporto dal sito della casa editrice la presentazione del libro Luoise Amour:

Cosa succede quando un giovane teologo misantropo, che trascorre le giornate a distillare le parole dei santi, incontra una distillatrice di profumi? Il teologo abbandona Dio, il cielo e la sua gabbia di libri, per dedicarsi anima e corpo a quella donna meravigliosa che incarna una nuova religione.
Un Bobin inedito, appassionato e passionale che, nel suo unico romanzo, dietro cui non è difficile riconoscere il racconto autobiografico, parla con il consueto tocco poetico di infanzia, giovinezza, innamoramento e morte.
 (La traduzione è di Sara Saorin)


SOVRANITA' DEL VUOTO - CHRISTIAN BOBIN




E' uscito da poco un altro libro di Christian Bobin, Sovranità del vuoto grazie a AnimaMundi Edizioni, ovvero al curatore ed editore del libro Giuseppe Conoci, un "innamorato" di Christian Bobin. Grazie alla sua passione, costanza e determinazione altri libri usciranno presto. Libri che ho avuto la gioia di tradurre. Sì, perché come ho già scritto altre volte su questo blog, tradurre Christian Bobin è una vera gioia che induce a un ascolto profondo.
L'editore propone il libro con il testo francese a fronte. 
qui il link della casa editrice: http://suonidalmondo.com/edizioni/226-2014-libri-christian-bobin-sovranita-del-vuoto.html



I libri. Sono sul mio tavolo. Li ho aperti, a caso. Li ho sfogliati. È giunta una quiete: non sapevo di averne bisogno. Una felicità di leggere, anteriore all'atto stesso di leggere. Una luce carpita da questo primo sguardo, distratto, rapido. Una luce che anticipa la luce racchiusa in queste pagine. Poi ho richiuso i libri. Più tardi. La lettura sarebbe giunta più tardi, molto più tardi. 


tratto da: 
Christian Bobin, Sovranità del vuoto, AnimaMundi Edizioni 2014. 
Traduzione di Maddalena Cavalleri. 
Con un'introduzione di Mariangela Gualtieri e Chandra Livia Candiani.
A cura di Giuseppe Conoci. 

QUADERNO DI LUCE



Un altro piccolo libro di Christian Bobin, è stato pubblicato in Italia. Come sempre, dobbiamo ringraziare piccoli editori che con buona volontà cercano di far conoscere uno scrittore che sa offrire parole di sollievo e riflessione. 
La piccola casa editrice è il Gruppo Aeper di Bergamo (http://www.cooperativaaeper.it/) e il libro, Un sole che sorge, è stato loro proposto e tradotto da Norina Sottocornola, una grande appassionata di Christian Bobin. Il libro si può acquistare direttamente dal sito della casa editrice oppure su internet book shop (www.ibs.it).
Per Aeper ho scritto una postfazione che propongo qui sul mio blog con l’intenzione di diffondere la lettura di questo piccolo grande tesoro di luce.
Il libro viene proposto in Italia con il titolo Un sole che sorge ed è apparso in Francia con il titolo Carnet du soleil nel 2011 grazie alle edizioni Lettres Vives.

GLI ALBERI SONO DEI POSTINI MERAVIGLIOSI
Una biblioteca di nuvole

“Un giorno, senza pensare a nulla, guardai il tiglio fiammeggiante davanti alla finestra e appresi che Ghislaine aveva smesso di morire. Erano trascorsi tre anni dal funerale. Gli alberi sono dei postini meravigliosi” . Così Christian Bobin nel suo Una biblioteca di nuvole. Tutta la sua opera, però, è come una grande “biblioteca di nuvole”, una sorta di diario senza data, segnato dal mutare delle stagioni dove il ricordo rincorre e trasforma, come le nuvole nel cielo, i volti delle persone care che non ci sono più: la tanto amata amica Ghislaine, il padre colpito dalla malattia di Alzheimer, gli scrittori Jean Grosjean e André Dhôtel ma anche autori del passato come Emily Dickinson, Kiergegaard, Teresa D’Avila, Teresa di Lisieux, Giovanni Della Croce, senza tuttavia tralasciare alcuni amici viventi come Jean-Marie Kerwich, Alexandre Romanès.
Quando Bobin pubblica Una biblioteca di nuvole, nel 2006, dieci anni sono trascorsi da quel tragico 12 agosto 1995, giorno in cui la sua amica e coetanea Ghislaine muore per un aneurisma al cervello, all’età di soli 44 anni. Da quel momento, la scrittura di Bobin, già meditativa e densa, diverrà una risorsa preziosa per elaborare il lutto di questa grande perdita. Se allarghiamo lo sguardo su tutta la sua opera, molto vasta e cospicua, ci rendiamo conto che la scrittura non è solo una via per resistere al buio della vita, ma è, soprattutto, un carnet du soleil dove egli immerge tutto se stesso per fermare sulla pagina le scintille di luce che ancora può scorgere grazie allo sguardo di bambino. È lo stesso Bobin, infatti, a definire il “mestiere” di scrivere un métier d’enfant: tutta la sua scrittura è tesa a mantenere questo particolare sguardo sul mondo, perché “un libro perfetto ha due pagine” che, come “ali di farfalla”, disperdono nell’aria polveri di leggerezza.
La maggior parte dei libri di Bobin si caratterizza per le sue frasi brevi, spesso folgoranti, intime, sovente distanziate da spazi bianchi che danno respiro alla scrittura e invitano alla meditazione. Il silenzio, lo scrivere, l’amore, la vita, l’infanzia, la donna, le madri, la natura, i passeri, il tiglio davanti a casa, la malattia, la morte, il dolore e tanti altri sono i temi che danno avvio alla sua prosa poetica. Altre volte si tratta di un dialogo con autori del passato come Emily Dickinson, Marceline Desbordes-Valmore, Rimbaud, Pascal, Racine, o più vicini nel tempo come Antonin Artaud, André Dhôtel, Nella Bielski, Jean Genet, Marylin Monroe e tanti altri.
Christian Bobin è un autore indubbiamente prolifico: dalla metà degli anni ‘80, scrive e pubblica mediamente un libro all’anno. Tuttavia, non è un dissipatore di parole: al contrario, le impiega con sapienza. Come una ricamatrice, china sul proprio lavoro, cuce sulla pagina, un giorno dopo l’altro, quei lampi di luce che uno sguardo distratto non sa più catturare, quasi nutrisse il bisogno esistenziale di restituire a se stesso e al lettore istanti di vita pura: "Se le mie frasi sorridono è perché sgorgano dal buio" . Così ne L’Homme-joie, al cui interno, nel cuore del libro, l’editore francese ha voluto inserire la riproduzione manoscritta del carnet dai fogli celesti che Bobin aveva scritto nel 1980, con la sua grafia calda e rassicurante, a Ghislaine, appena conosciuta.
In tutti i suoi scritti, egli ci accompagna in un’altra dimensione, in una vita rinnovata, dove ogni stagione ha una durata nel tempo e un’estensione nello spazio. Se guardiamo ad alcuni titoli dei suoi primi libri, pubblicati in Francia tra gli anni ‘80 e ‘90, Sovranità del vuoto, Lettres d’or, L’elogio del nulla, Un livre inutile, Il distacco dal mondo, per citarne solo alcuni, possiamo intravedere la luce che essi emanano e ascoltare il silenzio che vi dimora: vuoto, nulla, distacco, inutilità dello scrivere evocano una dimensione appartata e raccolta in cui poter sostare. Bobin, come il colporteur (titolo di uno dei suoi primi libri), percepisce se stesso come un viandante con un sacco di parole sulle spalle che se ne va di casa in casa per portare le voci e i pensieri che si rincorrono da un paese all’altro. Ma, più che portatore di merci da vendere, egli si fa portatore di parole da offrire come sollievo, come dono. Lo fa percorrendo i luoghi della Borgogna che gli sono familiari: Le Creusot dove è nato e vissuto, la foresta e il laghetto di Saint Sernin, la cittadina di Antully, la cattedrale di Autun; i luoghi dell’Isère: il lago di Saint Sixte, la chiesa del piccolo villaggio di Saint Ondras, amatissimo da Ghislaine e il cimitero dove ora lei è sepolta. E tanti altri luoghi.
Quando scrive questi libri, Ghislaine è già entrata a far parte della sua vita. In questo primo periodo, fino al 1995, egli sembra non avere ancora conosciuto il vuoto portato dalla perdita e dalla morte delle persone care. Tuttavia, sin dagli esordi, egli inizia, grazie alla scrittura, un vero e proprio elogio del vuoto ovvero un esercizio di attenzione e di ascolto nei confronti dell’altro e del mondo esterno: dove il vuoto è la dimensione necessaria per rimanere in equilibrio come un funambolo sul filo della vita. La penna di Christian Bobin non è quella del narratore, dell’affabulatore, di colui che sa tessere e narrare delle storie con una trama ricca, tanti personaggi e grandi avventure. Al contrario, egli è meditativo, la sua scrittura è essenziale e le storie sono soprattutto storie interiori, riflessioni, stati d’animo. Vere e proprie folgorazioni per l’anima. A volte, egli ci parla della sua vita. Lo fa senza maschere. A volte racconta di sé, di ciò che gli accade: in modo esplicito o più nascosto. Spesso sono episodi dolorosi: la malattia del padre (Presenze), il dolore per la morte dell’amica Ghislaine, madre di tre bambini (Più viva che mai). Racconta le giornate di quella solitudine in Autoritratto, un diario che inizia il 6 aprile 1996, vigilia di Pasqua, e si conclude il 21 marzo 1997: uno sguardo quotidiano sulla vita, sulla morte. Meditazioni che continuano in Resuscitare e in Geai, un romanzo di formazione dove il piccolo Albain sembra fare da controcanto all’Antoine Roquentain de La Nausea di Sartre. Tra gli altri libri pubblicati in Italia, ricordiamo L’uomo che cammina, in cui Gesù è colto nel suo folle camminare; Francesco e l’infinitamente piccolo, la storia dell’infanzia di Francesco d’Assisi, libro dedicato a Ghislaine, a quel tempo ancora in vita; Folli i miei passi, che narra di una bimba nata e cresciuta in un circo. E ancora due libri, Mille candele danzanti e La parte mancante, che raccolgono una decina di brevi racconti scritti con una prosa densa e poetica dove la donna è sempre e comunque la grande protagonista e dove Ghislaine, a parere di chi scrive, è presente in filigrana. È lo stesso Bobin a rivelarcelo nel libro che scrive subito dopo la sua morte: “Tu conosci la stanza dove scrivo […]. Scrivevo per te, scrivevo solo in te, orientavo il foglio bianco verso il tuo viso, per captare più luce possibile” .
Tuttavia è con La luce del mondo (pubblicato in Francia nel 2001) che inizia, nella vita e nella scrittura di Bobin, una nuova altra stagione. Si tratta di un libro-intervista in cui Lydie Dattas, sensibile e raffinata scrittrice, conversando con l’autore, ci restituisce la voce, senza la freddezza delle domande, in una forma espressiva da cui affiora non solo la profonda intesa letteraria e spirituale tra i due scrittori, ma anche quello che potremmo definire il manifesto di Christian Bobin nei confronti del “mestiere” dello scrittore, di cui egli dice: “mi aspetto soltanto quello che ho ricevuto dai miei genitori: che mi consoli, mi illumini, mi aiuti a crescere e a separarmi da lui. Le vecchie canzoni francesi mi hanno donato davvero tanto” . 
Nella produzione letteraria di Bobin, anche il libricino che ci viene qui proposto, pubblicato dieci anni dopo La luce del mondo, segna una sua riconciliazione profonda con la morte e con la vita. Lo scrive quindici anni dopo la morte di colei che egli “ha inseguito per sedici anni”, quasi a voler rimanere fedele a una promessa fattale un giorno durante una delle loro passeggiate. Un episodio che vale la pena di raccontare, per meglio cogliere la luce che affiora dalle pagine di questo carnet. Pochi giorni prima di quel tragico 12 agosto, durante una delle loro passeggiate, egli annuncia all’amica l’intenzione di voler scrivere un libro su di lei e le confessa di avere già pronta la prima frase: “Se benedico questa vita è perché tu ci sei”, Ghislaine scoppia a ridere e per tutta risposta gli chiede: “E se io non ci fossi più in questa vita, cosa scriveresti?” A questa provocazione, Bobin in un primo tempo smarrito (entrambi ancora ignorano la morte che di lì a poco verrà), le promette che continuerà a scrivere benedicendo la vita comunque. Ghislaine ne ride soddisfatta e gli raccomanda di continuare a scrivere e non di fare mai della letteratura. Bobin non può non obbedirle: da sempre, ogni giorno, rinnova la propria obbedienza alla vita, quale che sia. Da qui la leggerezza greve della sua prosa perché, come scrive egli stesso nel suo Una biblioteca di nuvole: “la morte e la vita sono così legate l’una all’altra che non capisco perché siano state inventate due parole per esprimere quell’unico bagliore” .
Ne La luce del mondo vi è un momento in cui egli parla del dolore lacerante provocato dalla morte di Ghislaine e della scrittura che ne è scaturita: “[…] i miei primi libri dicevano l’ombra e la luce insieme, ma in Più viva che mai, che racconta la morte di un essere caro, la morte è resa irreale. La sofferenza in me ha lungamente scritto in rosa: ho portato il reale verso il rosa, mi sono messo in uno stato di assenza di gravità, per soffrire di meno. È come se avessi scavalcato il mio dolore chiudendo gli occhi per non vederlo, e ciò ha probabilmente permesso ai lettori di fare la stessa cosa e di attraversare l’impensabile. In realtà, quando ho assistito a quel funerale, ho vissuto un’esperienza quasi insostenibile: all’uscita di chiesa, c’era una campana che suonava. Non sapevo che si potesse fare tanto male all’aria. Come se la campana, per una specie di esperimento scientifico, avesse tolto l’aria fino all’asfissia. Oggi non voglio più sottrarmi al dolore. Voglio scrivere e leggere dei libri che accompagnino realmente in questi momenti, senza eludere la sofferenza, libri che non mi tradiscono e che non rischino di coprire il rintocco a morte” .
Con questo Carnet du soleil, Christian Bobin ci accompagna in questa nuova stagione fatta di rinascite e spoliazioni dove affiora la gratitudine per ciò che è stato e dove “ciò che trovo è mille volte più bello di ciò che cerco” .
Un salto nella vita, o nella morte, che verrà.

Postfazione di Maddalena Cavalleri, tratta da Christian Bobin, Un sole che sorge, Edizioni Aeper Bergamo, 2014. Traduzione di Norina Sottocornola.

lunedì 13 ottobre 2014

Autunno

Non ho mai pensato all'autunno come a una stagione triste. Le foglie morte  e le giornate che si fanno via via più corte non mi hanno mai evocato la fine di qualcosa, piuttosto l'attesa del futuro. C'è elettricità nell'aria di Parigi, le sere di ottobre al calare della notte. Anche quando piove. in quei momenti non provo malinconia , né la sensazione del tempo che passa. Tutto mi pare possibile. L'anno ha inizio con il mese di ottobre. Riaprono le scuole ed è, credo, la stagione dei progetti. Quindi, se lei è venuta al Condé in ottobre, è sicuro che aveva chiuso con tutta una parte della sua vita e voleva fare quello che nei romanzi si chiama: CAMBIARE PELLE.

Patrick Mofiano, Nel caffè della gioventù perduta, Einaudi, Torino 2010 p. 14

domenica 4 maggio 2014

Ci sono dei legami scintillanti fra le cose sotterranee - La luce del mondo (Christian Bobin)




Franz Hals (1580-1666)
link per diritti foto http://www.flickriver.com/photos/menesje/sets/72157607733217813/


Con il ritratto di un bambino sorridente di Frans Hals, dipinto nel 1615, scopro quello che ho vissuto nel 1985 con tutta una schiera di bambini. Una persona morta tre secoli fa mi rivela ciò che di me vibra ancora nel momento in cui vi parlo. Ciò mi piace, perché dice una cosa del tempo: che non è ordinato come si crede. C’è dunque una bellissima solidarietà fra vivi e morti. Ci sono solidarietà invisibili che bruciano tutte le pagine dei calendari. Una tortora su un albero parlerà di un pittore morto che, a sua volta, mi parlerà della luce che entra dalla finestra della mia stanza. Ci sono dei legami scintillanti fra le cose sotterranee.
Nel caso della pittura, oggetto della nostra attenzione, è raro dipingere dei bambini senza cadere nello sdolcinato. Il volto di quel bambino è un volto e nello stesso tempo è un cuore cresciuto all’aria aperta. Quelle luci brune e ocra non cercano di far colpo. Sono molto vicine all’argilla di cui parla la Bibbia, in cui scorre l’alito per arrivare agli imbecilli come noi. Forse un vero artista è sempre moralista, nel senso pascaliano della parola. È il bene che viene cercato con avidità, e allora la bellezza giunge inevitabilmente, come una piccola carretta fissata a una più grande, che va tutta birra, come dice ancora Francis Thompson : “Come una ricompensa accidentale”

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      tratto da La luce del mondo di Christian Bobin 

venerdì 2 maggio 2014

LA LETTERATURA ETERNA - Christian Bobin





foto di Edouard Boubat


La letteratura eterna è la più antica medicina del mondo.  È anteriore alla scrittura. Prima di depositarsi su tavolette di argilla, ha purificato delle voci, ha placato delle anime. Essa continua a farlo ogni volta che una madre si china sul suo bambino intorpidito dalla stanchezza, e racconta una storia, canta una canzone.


tratto da Autoritratto di Christian Bobin (AnimaMundi Edizioni)

SPOSERO' BERLUSCONI di Nicola Cinquetti





“Volevo raccontare le storie degli antichi filosofi ne è uscita una storia d’amore. Era il 2009: l’amore ai tempi di Berlusconi”. Così Nicola Cinquetti riguardo al suo romanzo Sposerò Berlusconi, edito da  Rizzoli nella collana rivolta ai giovani lettori. Già dalla frase di Salinger in esergo (“Il guaio è che a me piace quando uno va fuori tema”), si intuisce che la storia d’amore che ci viene raccontata, con garbo e ironia, altro non è che un’occasione per raccontare le incessanti divagazioni che animano la mente svagata e sognatrice di Noè, il quindicenne iscritto in prima liceo scientifico, protagonista del romanzo. Ma forse è anche il pretesto per l’autore di seminare spunti di saggezza e di ironia, per invitare il lettore giovane e meno giovane a riflettere, con grazia e leggerezza, sulla vita. Senza pretese. Non è quindi un romanzo sul Presidente del consiglio! ma un vero e proprio romanzo di formazione, pur se breve, come si potrà vedere dal finale della storia che qui, ovviamente, non abbiamo nessuna intenzione di rivelare.
Noè è un grande sognatore, timido, goffo e di poche parole che ha tre grandi passioni: Charlie Brown, le sorprese degli ovetti Kinder – di cui un po’ si vergogna perché fuori età - e la filosofia che ha scoperto in terza media grazie a un libricino Le storie dei filosofi e alle discussioni nate nell’ora di religione. Conduce una vita abbastanza agiata. Abita con la madre, molto apprensiva, non conosce il padre, non l’ha mia visto: non sa nemmeno che faccia abbia. Un grande vuoto che ha generato, nella sua vita scolastica, sempre forti imbarazzi: dalla maestra che gli fa preparare il lavoretto per la festa del papà, al tema sul papà richiesto da una supplente della scuola media fino alla professoressa del liceo che gli domanda lumi sulla professione paterna. Un’assenza generatrice di un tabù: ogni volta che Noè prova ad affrontare l’argomento con la madre si scontra con un muro di silenzio. Un papà mai esistito sostituito, per il tempo che ha potuto, dal nonno materno. Un cugino più grande, Ugo, che ogni tanto lo passa a trovare, con cui fa grandi chiacchierate su Dio, i draghi o le diverse modalità di sepoltura. Con lui, non si sente un idiota. Noè sa di non godere – nel mondo degli adulti, ma non solo - di una buona considerazione: “Non è mica stupido”, “Mah, cosa vuoi farci… è un po’ perso… vive in un mondo tutto suo…” e sa anche che i grandi mal sopportano la sua “abitudine di immaginare e di sognare”. La madre, per questa ragione, lo porta spesso dal dottor S. che gli prescrive una serie di preziosissime fiale omeopatiche. In classe, guarda sempre fuori dalla finestra perdendosi in fantasticherie: è attratto dalla grande statua dell’angelo posta all’ingresso del cimitero e non dalle compagne di classe. Ma un giorno, inaspettatamente, la sua attenzione viene distratta dalla voce di Arianna: “Mi voltai. La vidi mentre parlava dal fondo dell’aula, in piedi, la testa alta e lo sguardo fermo sul professore “. Ma la bella ragazza dai capelli ondulati, che ricordano quelli dell’angelo, pare non accorgersi del nostro “eroe” che porta questo strano nome e che desidererebbe tanto chiamarsi Alessandro, Andrea, Marco ma sa che Noè l’ha di fatto salvato dalle acque profonde dell’anonimato.
Sposerò Berlusconi è la storia di un innamoramento raccontata in prima persona dalla voce di Noè, vero flâneur de l’esprit, intercalata – a tratti - da aneddoti della vita dei filosofi: Zenone di Cizio, Cratete, il suo discepolo Metrocle, Empedocle d’Agrigento, Diogene, Eraclito, Pitagora, Anassagora.

“Talete di Mileto, il primo filosofo, se ne uscì una notte a studiare il cielo limpido, gremito di stelle. E mentre il cielo trascinava in alto il suo sguardo, precipitò in un pozzo” come il nostro eroe che ama vagare e divagare attraverso le proprie fantasticherie amorose e non si accorge di dove mette i piedi quando decide di fare un bel regalo alla sua amata Arianna. Ma per scoprirlo, bisognerà inseguirlo nei suoi 103 passi, cioè nelle pagine del bel romanzo di Cinquetti.

recensione di Maddalena Cavalleri pubblicata su Verona Fedele nel 2010


domenica 27 aprile 2014

LA MIA PENNA E' ASPRA - ANNA MARIA ORTESE



Io soffro di un disgusto del mondo moderno, che sta diventando, temo, malattia, e malinconia insanabile, e si traduce, nella vita quotidiana, in scontrosità e insuccesso […] Vorrei scrivere soltanto cose dolcissime, ma ho dovuto difendermi, e ora la mia penna è aspra, risentita. Appena posso, però, scrivo anch’io delle cose lievi.


Apparizione e visione. Vita e opere di Anna Maria Ortese. 

sabato 26 aprile 2014

TRE PORTE - Consumazione, di Christian Bobin



Un evento, nella vita, è una cosa con tre porte separate – morire, amare, nascere. Non vi si può entrare se non varcando le tre porte simultaneamente, nello stesso tempo. Ciò è impossibile e tuttavia accade.

tratto da Consumazione, di Christian Bobin 

E’ una curiosa creatura il passato - EMILY DICKINSON, Poesie






E’ una curiosa creatura il passato
Ed a guardarlo in viso
Si può approdare all’estasi
O alla disperazione.
Se qualcuno l’incontra disarmato,
Presto, gli grido, fuggi!
Quelle sue munizioni arrugginite
Possono ancora uccidere!

EMILY DICKINSON, Poesie

RITI DI PASSAGGIO - MARGUERITE YOURCENAR




Alcuni suoi personaggi, in particolare suo nonno, compiono dei “riti di passaggio”. Che cosa intende con questo, qual è l’importanza di questi passaggi iniziatici in una vita?

C’è per tutti continuamente, una serie di passaggi iniziatici. Ogni accidente, ogni incidente, ogni gioia e ogni sofferenza sono un’ iniziazione. E anche la lettura di un bel libro può esserlo, e la vista di un paesaggio stupendo. Ma poca gente è abbastanza attenta o concentrata da rendersene conto. Tranne, credo, a modo loro, le persone molto "semplici", o supposte tali.

M. YOURCENAR, Ad occhi aperti

Ci chiamavano fascisti. Eravamo italiani. Istriani, fiumani e dalmati: storie di esuli e rimasti (Mursia, Milano 2010, 3^ed. 2013) di Jan Bernas (1978)



Ci chiamavano fascisti. Eravamo italiani. Istriani, fiumani e dalmati: storie di esuli e rimasti (Mursia, Milano 2010, 3^ed. 2013) di Jan Bernas (1978), racconta, attraverso alcune testimonianze dirette, la storia di migliaia di italiani che hanno vissuto, sulla loro pelle, la tragedia della Jugoslavizzazione delle terre d’Istria, di Fiume e Dalmazia, a seguito della 2^ Guerra Mondiale. Il lavoro di Bernas, giornalista italiano di origine polacca, è preziosissimo perché aiuta a districare una matassa di vite ferite, molto complessa da un punto di vista storico e politico. Il libro è presentato da una prefazione di Walter Veltroni e da un’introduzione storica dove lo stesso Bernas chiarisce che “questo non vuole essere un libro di storia, semmai un insieme di testimonianze capaci di ricostruire nella loro complessità i fatti, le sofferenze e le opposte ragioni che portarono un popolo con lingua, usi e tradizioni comuni a dividersi“. La scrittura di Barnes fa risuonare, sena alcuna retorica, le voci delle persone che raccontano l’esodo, o l’essere rimasti minoranza, stranieri nella loro terra, le stragi, i massacri, le foibe, le torture subite nei vari campi di concentramento jugoslavi, tra cui quello di Goli Otok, e molto altro ancora. Il tratto che accomuna tutte queste persone è l’essere stati italiani in una terra che italiana non è più stata.
Il libro si divide in quattro parti. La prima raccoglie le testimonianze degli “esuli” o dei “rimasti” nella costa occidentale dell’Istria: Buie, Cittanova, Parenzo, Rovigno, Dignano. Nella seconda parte, ascoltiamo gli “esuli” e i “rimasti” a Pola, dove il 18 agosto 1946 è avvenuta la strage di Vergarolla da parte dei servizi segreti jugoslavi: “il culmine del terrorismo, il punto di non ritorno che ha spinto i polesani a optare per l’esilio, certi che la loro condizione, con l’ormai imminente occupazione slava, sarebbe solo potuta peggiorare”. In questa parte ascoltiamo ancora le voci di altri “rimasti”, nella costa orientale istriana, ad Albona, o a Fianona. Mentre nella quarta e ultima parte, troviamo le storie, forse, meno note, dei titini italiani e degli italiani del controesodo, comunisti convinti.
Nonostante il muro di Berlino sia caduto nel 1989, queste storie non sono ancora affrancate dall’ideologia. Lo si vede dalle diverse reazioni che sta suscitando lo spettacolo, tratto da questo libro, del cantautore romano Simone Cristicchi, Magazzino 18. Un’opera che riceve, insieme a una critica entusiasta e commossa, la scomunica dell’Associazione dei Partigiani Italiani unita però alla difesa di un deputato del PD, figlio di un partigiano. Ci auguriamo comunque di vedere presto a Verona Magazzino 18 che sicuramente ci può aiutare ad uscire da questa impasse ideologica che sembra riproporre pari pari quel passato che ci racconta Claudio Ugussi, un “rimasto”, pittore e scrittore di Buie nato a Pola:, “Siamo cresciuti portandoci sulle spalle il peso di un marchio di fuoco, indelebile: ‘Italiani fascisti’. (...) Tutto quello che era italiano era fascista. Era automatico. Il paradosso era che in Italia, noi che avevamo deciso di restare e di non abbandonare la nostra terra, siamo stati, e a volte lo siamo ancora, tacciati di essere comunisti. O peggio, amici di Tito. Qui, i croati invece ci urlavano: ‘Fascisti!’. Uno strano destino, il nostro. Fascisti in Croazia, comunisti in Italia.” E tra loro, ci sono stati anche i comunisti in buona fede che hanno visto crollare gli ideali cui avevano dedicato la vita, o perlomeno la loro giovinezza. Così Myriam Andreatini, esule con tutta la famiglia, racconta dello zio Giovanni, ateo e socialista, rimasto a Pola per costruire la Pola Jugoslava: “solo dopo alcuni anni, nel 1951, si decise a scrivere una lettera alla nonna. Con gli occhi chiusi, la nonna ascoltava in religioso silenzio le parole che le leggevo del figlio rimasto. Allo zio Giovanni il mondo era crollato addosso. Tutti i suoi ideali erano andati distrutti. Il 1° maggio invece di festeggiare il giorno dei lavoratori andava nell’unica chiesa dove era rimasto un sacerdote, quella dedicata alla Madonna del mare, per confessarsi e fare la prima comunione. Morì poco dopo, nel 1953, solo e deluso nella sua Pola.”

recensione di Maddalena Cavalleri
(pubblicata su Verona Fedele nel febbraio 2014)

MAGAZZINO 18 - SIMONE CRISTICCHI



In un Teatro Nuovo gremito, Simone Cristicchi ha presentato il suo musical civile, Magazzino 18, grazie all’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia che ha voluto offrire lo spettacolo a tutti i suoi soci, ai loro familiari e alla cittadinanza di Verona. Un modo nuovo e forte per celebrare la Giornata del Ricordo, istituita dieci anni fa per ricordare le vittime dei massacri delle foibe e dell'esodo giuliano-dalmata. Il Trattato di Parigi del 10 febbraio 1947 assegnava alla Jugoslavia l’Istria e buona parte della Venezia Giulia, ponendo gli italiani, che abitavano quelle terre, di fronte a una scelta forzata di andare o di restare. In circa trecentocinquantamila decisero di partire e molti, nella speranza di poter presto tornare, lasciarono le loro masserizie nei magazzini del Porto Vecchio di Trieste. “Oggi il Magazzino 18 è un cimitero di oggetti dove riposa, non in pace, la vita quotidiana di migliaia di esuli”. Un “cimitero” riportato in vita grazie alla magia del teatro dove l’artista, per raccontare questa tragedia, fa dialogare tra loro il presente e il passato grazie a due personaggi impersonati da lui stesso: l’archivista Persichetti e lo spirito delle masserizie. L’umile funzionario romano, un po’ faceto un po' burocrate, inviato da Roma per fare l’inventario degli oggetti del magazzino, dà voce all’inconsapevole ignoranza popolare che nulla conosce della tragedia istriana. Mentre la voce lirica dello spirito delle masserizie cerca di aiutare l’ignaro archivista a prendere coscienza della tragedia che si è consumata in queste terre, facendo rivivere gli oggetti legati alle tante storie di donne, uomini, vecchi e bambini: dal sopravvissuto alle foibe alla piccola Marinella morta di freddo in uno dei campi profughi allestiti dall’Italia, per accogliere gli esuli d’Istria. In questo viaggio nella storia perduta, Persichetti, e lo spettatore con lui, vivono una vera e propria catarsi che porta ciascuno verso una coscienza collettiva più consapevole, pacificatrice delle ferite ancora aperte della nostra storia. Una coscienza collettiva che anziché seguire le ideologie e i luoghi comuni di tanti “sapientoni”, ha l’umiltà di ascoltare una ad una le storie di coloro che hanno vissuto e pagato, a diverso titolo, per questa tragedia. Alla fine di questo viaggio nella memoria, il semplice, onesto e diligente Persichetti decide sì di archiviare tutto, tranne una pratica “che ne vale però trecentomila”. Vuole rispondere alla signora Biasiol, figlia di esuli istriani, che chiedeva notizie degli oggetti appartenuti ai propri genitori. Una delle tante lettere rimaste senza risposta. Così l’archivista, rammaricandosi per il ritardo, decide di rispondere a nome e per conto del ministero degli Interni della Repubblica, pregando la signora di accettare “le nostre più sentite scuse”. Lo spettacolo si chiude sulle note di una canzone che alterna recitativo e musica scandendo un nome e una storia per ogni sedia: simbolo di una quotidianità spezzata e spazzata via perché  “Non è un’offesa che cede al rancore / non è ferita da rimarginare / è l’undicesimo comandamento: / “Non dimenticare”…
Nonostante Cristicchi sia stato accusato di revisionismo e che il suo spettacolo sia stato addirittura interrotto (non a Verona) da giovani contestatori, l’artista cerca di raccontare l’esodo istriano creando le condizioni culturali perché  "ognuno scenda a patti co’ li scheletri ne l’armadi sua”. Cristicchi, sfruttando al massimo la magia del teatro, riesce a tenere desta l’attenzione dello spettatore grazie a un’alternanza continua ed equilibrata tra narrazione storica e lirica, ora impetuosa, ora leggera, cadenzata da musica, cori di voci bianche, monologhi struggenti o esplosivi come le canzoni che si succedono, il tutto accompagnato da foto e filmati di repertorio. Tanta l’emozione in sala: il pubblico, commosso, si è alzato per applaudire Simone Cristicchi, il coro delle voci bianche e gli artisti  che hanno contribuito alla riuscita dello spettacolo (Jan Bernas, il regista Antonio Calenda). Un gesto per esprimere tutta la gratitudine per la memoria finalmente ritrovata. 

di Maddalena Cavalleri
(recensione pubblicata su Verona Fedele a febbraio 2014)

L'ALTRA FACCIA di Christian Bobin (L'autre visage)





Ognuno di noi, a seconda dei periodi della vita e delle età, può scegliere di cosa nutrirsi. Esistono livres de chevet che accompagnano, soprattutto in alcuni momenti della vita. “Un vero scrittore è qualcuno che viene a casa mia e che scosta dal mio tavolo le cose che mi impedivano di vedere” – è una delle tante definizioni di scrittore che troviamo nella sterminata produzione di Christian Bobin, scrittore francese contemporaneo, ancora poco conosciuto in Italia dove, però, ha un pubblico di fedelissimi. Solo una minima parte della sua cospicua produzione letteraria è stata, a tutt’oggi, tradotta da noi: le Edizioni San Paolo, Qiqajon, Gribaudi, Servitium ma anche piccoli editori laici come Archinto, Perosini, Camelopardus hanno cercato di diffondere la sua opera. Ma è la casa editrice Servitium che, in questi ultimi anni, sta facendo lo sforzo di offrirci, a scadenza quasi annuale, piccoli sorsi bobiniani. L’ultimo in ordine di apparizione è il libriccino L’altra faccia (Servitium 2010): una breve meditazione poetica o forse una sorta di racconto filosofico, piacevole da leggere e da meditare, nulla di pesante o complicato.
Brevi frasi, riflessioni, aforismi si intercalano agli spazi bianchi che sono lì a ricordarci le pause della scrittura e della vita, come quando ci parla dei suoi stati d’animo, tanto comuni e frequenti nella vita di ciascuno di noi: Tristezza e stanchezza: un solo mantello, con il suo rovescio, con il suo dritto. / Tristezza – la stanchezza che entra nell’anima. / Stanchezza – la tristezza che entra nella carne.
Chez nous è l’incipit di ogni capitoletto. Chez nous, che vuol dire “da noi” ovvero nel nostro mondo, accade che… e così l’amore, la legge, la storia, il tempo, la morte scorrono tra le pagine in brevi massime illuminanti e provocazioni leggere che ci restituiscono in filigrana, il nostro mondo -  in un contro canto continuo. Come quando leggiamo: Da voi il tempo si accumula – e poi appassisce./ Da noi il tempo si perde – e poi fiorisce.
L’altra faccia sembra raccontare, in 43 paginette, la storia di un popolo felice in contrapposizione con l’altra faccia, ovvero l’altro mondo: il nostro - che ci viene restituito nella sua verità.
La scelta editoriale di Servitium si è concentrata più sulle opere brevi di Bobin: si tratta di veri e propri libriccini pieni di scintille di luce i cui titoli ci indicano già la via del silenzio e della meditazione: Il distacco dal mondo (Servitium 2005); Elogio del nulla (Servitium 2005); L’equilibrista (Servitium 2005); Consumazione (Servitium 2006), La parte mancante (Servitium, 2007), L’ottavo giorno (Servitium 2008).
Essi danno anche ragione del carattere di Bobin: un uomo schivo, appartato, lontano dalle luci della ribalta: “un eremita”, “un mistico in comunione con la natura”, “l’apostolo del dettaglio”, “l’innamorato del filo d’erba” – sono alcune definizioni della critica d’oltralpe. Immagini che danno appena un’idea del mondo che ci viene incontro quando conversiamo con Bobin. Perché per parlare di lui è necessario parlare con lui: riportare la sua voce e accordare la nostra alla sua fino all’unisono.
Consigliando questo libro mi vengono in mente le parole di Bobin quando dice – nella Luce del Mondo (Gribaudi 2001)“La vita dei libri e della gente è molto personale. Non si può indurre qualcuno a una lettura dicendogli: ‘Leggi, vedrai, è magnifico’, né ad un’amicizia dicendogli: ‘dovresti frequentare quel tale, è un tipo formidabile’. Non funziona mai così. Bisogna trovare se stessi. Da bambino, non volevo che mi si imponesse cosa dovevo fare e leggere. Il vero può solo passare da se stessi”.


Chissà… solo per questo, forse, vale la pena di leggere Christian Bobin.

di Maddalena Cavalleri
(recensione apparsa sul settimanale Verona Fedele diversi anni fa)

Il Medio Oriente cristiano di Antonio Picasso (2010)



“Il cristianesimo mediorientale è un mosaico che, osservato da lontano, appare uniforme. A mano a mano che ci si avvicina, però, i singoli tasselli emergono e si profilano nella loro singolarità, con una forma, una misura e un colore del tutto unici”. Ci aiuta ad osservare questo mosaico Antonio Picasso, viaggiatore-giornalista che con rispetto e curiosità tutta laica, ci propone questo reportage tra i cristiani nel cuore della mezza luna fertile. Il Medio Oriente cristiano (ed. Cooper, 2010) presenta otto capitoli scritti con chiarezza divulgativa che hanno il pregio di attraversare le diverse comunità sparse nelle terre dove è nato e si è poi diffuso il cristianesimo. Il viaggio inizia davanti alla chiesa del Santo Sepolcro, con una domanda tutta politica che il generale israeliano Moshe Dayan rivolge ai suoi soldati, nuovi conquistatori di Gerusalemme (Guerra dei sei giorni): “E ora cosa ci facciamo con tutto questo Vaticano?”.
Il viaggio, dopo una breve introduzione storico politica delle guerre che si sono succedute nel tempo per la conquista di Gerusalemme, procede nel suq della città vecchia, per continuare a Betlemme e a Nazareth, attraverso Israele, i Territori Occupati e la striscia di Gaza dove però l’autore non ha avuto il permesso di entrare. Egli riesce comunque a raccontarci come vivono i cristiani grazie alla testimonianza di Padre Mudros e dello stesso patriarca latino Twal Fouad.
In questo cammino, incontriamo anche i cristiani della Giordania, del Libano, della Siria, dell’ Egitto, dell’Iraq e della Turchia. Di ogni chiesa cristiana, ascoltiamo la storia, o meglio il dramma, direttamente dalla voce delle loro guide spirituali.
Pregevole lo sforzo di fornire al lettore delle chiavi di lettura interpretative dando il quadro storico politico e religioso in cui vive ogni comunità. Difficile, infatti,  prescindere dalla politica: sia quella giocata dalle grandi potenze europee nel grande “Risiko” di inizio secolo sia quella dei singoli stati, ieri come oggi.
Tuttavia la lettura scorre piacevolmente mentre l’autore ci conduce nelle diverse realtà con rispetto e a tratti con poesia. Come quando a Istanbul rimane incantato ad ascoltare una mamma assira fuggita dal Kurdistan iracheno mentre recita il rosario in una lingua incomprensibile: “non è arabo con la sua scorrevole dolcezza, cadenzata da suoni gutturali. E tanto meno turco, fatto di vocali strette costellato da dieresi continue.” E’ il sureth una forma moderna di aramaico. L’Iraq, dove il cristianesimo attecchisce già nel I sec. d.C., serba ancora questi tesori nonostante tutti i pogrom vissuti dai cristiani. Ma al di là della poesia, la testimonianza di monsignor Sleiman denuncia la situazione drammatica che vivono i cristiani in questa terra martoriata.
Purtroppo la diaspora cristiana attraversa tutto il Medio Oriente. Unica eccezione sembrano essere la Siria e, in tono minore, la Giordania dove i cristiani sono inseriti nella pubblica amministrazione e dove re Abdallah nel 2001 ha proclamato il 25 dicembre e il 1° gennaio feste nazionali alla pari di quelle islamiche.
“Ad Aleppo e a Damasco – dice Padre Selim di Nazareth - la vita è diversa, ecco forse lì i miei confratelli sono più poveri, oppure legati a un sistema politico meno democratico di quello israeliano. Chiedetevi però, voi occidentali, per quale motivo da Israele alla Palestina si fugga e non invece dalla Siria”.
Le chiese cristiane divengono agli occhi del viaggiatore come tante nebulose: frammentate, sparse qui e là, sempre più vittime di una situazione politica che sta provocando una diaspora inarrestabile. Padre Pierbattista Pizzaballa, Custode di Terra Santa, ci restituisce, a questo proposito, una realtà pesante da accettare:“Con le divisioni che ci caratterizzano, la povertà e le persecuzioni di cui siamo vittime, il nostro peso è nullo. Da anni poi la situazione ha provocato un’ondata migratoria, per cui i cristiani che abitano in Terra santa si sono ridotti all’1% della popolazione. Cosa possono fare quando sono così in pochi?”.
In aumento sono i matrimoni misti tra fedeli delle diverse chiese cristiane: la base delle parrocchie sembra agire con maggior ragionevolezza rispetto alle loro guide spirituali, ancora divise.
Ma i capitoli che forse attirano maggiormente l’ attenzione del lettore sono quelli dedicati alle chiese protestanti, al cui interno esiste una grandissima differenza di prospettiva nei confronti del Medio Oriente.
Il Kaiser Guglielmo II e poco dopo il generale Allenby entrano a Gerusalemme attraverso la Porta di Giaffa con stili e politiche diverse. La chiesa luterana e anglicana da allora iniziano a radicarsi nel territorio cercando di rispettare la popolazione nella loro identità. Ma è la chiesa evangelica statunitense, o meglio le sue miriadi di “nebulose” che stanno portando tra gli arabi cristiani maggior scompiglio. Questi “Sionisti cristiani” a differenza dei protestanti di origine europea, sono animati da un forte e autentico spirito evangelico, “appesantito da una forte componente politica” in quanto appoggiano apertamente la politica espansionistica dello Stato di Israele in contrasto e netta opposizione con le altre chiese e congregazioni protestanti (anglicani, calvinisti, luterani, metodisti etc..) i cui fedeli sono arabi.
Essere cristiani in Medio Oriente sta diventando sempre più difficile: il fondamentalismo islamico, il conflitto israelo-palestinese stanno rendendo sempre più difficile la vita dei cristiani. I giovani, grazie agli ottimi studi offerti dalle stesse scuole cristiane, scelgono di andare all’estero per darsi migliori opportunità di vita.
Il Medio oriente cristiano porta fino a noi questa diaspora silenziosa insieme a un salmodiare di donne.

“A fianco della donna irachena – in una chiesetta di Istanbul - una ragazza prega a voce più bassa, poi c’è un’anziana e infine una una signora di età imprecisabile. Sono rispettivamente un’araba della Siria – quindi melchita – un’anziana armena con gli occhi azzurri e luccicanti, e una signora turca… Nel salmodiare, ognuna segue il suo cammino. La prima prega in arabo, la seconda in armeno, l’ultima in turco” 

di Maddalena Cavalleri
(la recensione è stata pubblicata da Verona Fedele diversi anni fa)

NOI CREDEVAMO di Anna Banti (pseudonimo di Lucia Lopresti 1895-1985)




Noi credevamo di Anna Banti (pseudonimo di Lucia Lopresti 1895-1985), pubblicato nel 1967, torna ora nelle librerie grazie al recente film omonimo di Mario Martone, uscito in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia (lo ristampa Mondadori, negli “Oscar”). Scopriamo così una grande scrittrice ingiustamente dimenticata, dalla prosa raffinata, che ha saputo restituirci, con grande onestà intellettuale, una parte della nostra storia risorgimentale.
Il Risorgimento scritto con rabbia, titola la postfazione di Enzo Siciliano che accompagna la presente edizione (si tratta di un saggio uscito nel 1967 su “L’Espresso”). Noi, invece, preferiremmo parlare di un Risorgimento scritto con lucidità e senza retorica. Un Risorgimento raccontato dal punto di vista di un settantenne galantuomo calabrese di fede repubblicana che vede svanire, giorno dopo giorno, la realizzazione degli ideali democratici ai quali ha sacrificato un’intera vita. Ferite ancora aperte di un’Unità che fa ancora discutere. Un bellissimo romanzo (ignorato non solo dall’editoria italiana ma, ahimè, anche dai programmi scolastici) che ci può aiutare a ripercorrere alcune vicende risorgimentali senza l’enfasi del mito ma con la consapevolezza che sempre le grandi rivoluzioni portano con sé, irrimediabilmente, un senso di delusione e di fallimento: la giustizia degli uomini reca in sé luci e ombre.
“Il mondo è uguale a come l’ho trovato nascendo, sordo e falso. – scrive don Domenico, voce narrante del romanzo,  alla fine delle sue memorie - Tanto dire che ho vissuto e sofferto invano. Non saprò mai se agendo diversamente, con più accortezza e minore orgoglio, non avrei meglio giovato alla realizzazione delle idee che ancora credo giuste: e questa è la mia sola salvezza”. 
La Banti scrive la storia in prima persona attraverso la voce di Domenico Lopresti. Egli inizia e conclude il racconto delle sue memorie, a Torino,  in un anno (giugno 1883-1884), attraverso un gioco di flash-back ben strutturato:  vecchiaia, maturità, giovinezza, adolescenza e infanzia scorrono in un flusso continuo di rimandi tra le diverse stagioni della vita. Un’esistenza avventurosa, la sua: dall’iscrizione alla Setta dei Figlioli della Giovine Italia alle cospirazioni segrete, fino all’arresto e al processo; i quasi dodici anni trascorsi nelle dure carceri borboniche; la sua liberazione rocambolesca  in coincidenza con lo sbarco dei Mille. Nonostante gli anni della dura prigionia, don Domenico continua a combattere e a inseguire i propri ideali democratici, benché la realtà gli mostri un mondo colmo di ingiustizie nel quale coloro che hanno i loro privilegi fanno di tutto per continuare a tenerseli, rinnegando, se necessario, gli ideali di giustizia e libertà. Il protagonista partecipa anche alla battaglia dell’Aspromonte del 1862, dove lo scontro tra i l’esercito regio (ovvero i “piemontesi”) e i sostenitori di Garibali fa sentire ancora aperte le ferite dell’Unità. Ricordando la battaglia Don Domenico scrive: “Tante volte mi era successo di designare, fra me, l’esercito regio, ‘i piemontesi’: ma sentirli chiamare così, da italiani che li temevano come nemici, mi sconvolse.”
Il romanzo dà voce a personaggi risorgimentali realmente esistiti: oltre al protagonista, nonno dell’autrice,  incontriamo Benedetto Musolino, liberale antiborbonico di Pizzo Calabro, fondatore della Setta detta dei Figlioli della Giovine Italia (1832), eletto deputato nel primo parlamento nazionale, il nobile democratico Sigismondo Castromediano, che condivide le carceri borboniche con Don Domenico e altre figure che restano però sullo sfondo, come Gioacchino Murat, Pisacane, Cavour, Garibaldi, Mazzini e Ferdinando II di Borbone.
Un affresco risorgimentale senza miti ma attraversato da profonde ferite, compromessi e tradimenti, che vivono tuttora nelle pieghe della nostra storia contemporanea. Un romanzo comunque da leggere per capire da dove veniamo e per ascoltare una voce che ci restituisce un Risorgimento fatto di uomini che hanno creduto e che hanno visto frantumarsi davanti ai loro occhi tutti i sogni di uguaglianza e fratellanza.
Quando Don Domenico si trova, nel tardo autunno del 1861, a passeggiare tra i luoghi della sua infanzia, che ormai fanno parte del Regno Unito, sente viva la distanza dal suo nuovo Re: “… Poi, alzando gli occhi alle massicce torri rotonde dove, da bambino, avevo visto una volta i soldati borbonici in vedetta, ora sguarnite e nulla più che reliquie di una remota potenza, mi rallegravo pensando che adesso appartenevano a noi meridionali più che a re Vittorio: non lui, ma i Mille le avevano conquistate.”
Innumerevoli sono le pagine in cui sentiamo palpitare l’anima di un Sud che si è sentito tradito e che cerca e trova la propria dignità di popolo senza rancori o rivendicazioni ma con umanità e pietà. Per tale ragione è un libro che va letto per aiutarci ad abbracciare le ferite ancora aperte di un Paese che sta cercando la sua “unica” voce e stenta ogni giorno a trovarla: ma la storia di un popolo assomiglia per molti aspetti alla storia di un individuo che, solo quando decide di ascoltare, riconoscere e abbracciare le proprie ferite, può riconciliarsi con la propria storia, con le sue luci e le sue ombre.
A questo noi, oggi, crediamo.

di Maddalena Cavalleri
(recensione pubblicata sul settimanale Verona Fedele nel 2011)





LA SOLITUDINE - Christian Bobin


Nella mia vita non c’è un briciolo di saggezza. E neanche di follia. Non so esattamente cosa c’è nella mia vita. Forse, semplicemente la vita. E la solitudine, che è saggezza e follia fuse insieme. La solitudine s’impadronisce della mia casa con estrema disinvoltura. Non lascia nulla al di fuori di lei, con la sola eccezione della pagina bianca. È quando scrivo che io sono meno solo. La solitudine, quando cresce all’interno di una coppia, è terribile, malefica. Quando entra in casa mia è – come dire? – rilassata. Ha le sue abitudini, il suo luogo deputato. La solitudine è una malattia da cui non si guarisce se non lasciandola in tutta libertà e soprattutto non cercandone il rimedio, da nessuna parte. Ho sempre temuto coloro che non sopportano di restare soli e chiedono alla coppia, al lavoro, all’amicizia, perfino al diavolo ciò che né la coppia, né il lavoro né l’amicizia, né il diavolo possono dare: la protezione contro se stessi, l’assicurazione di non dover mai fare i conti con la verità solitaria della propria vita. Queste persone sono infrequentabili. La loro incapacità a stare sole fa di loro le persone più sole al mondo.
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       tratto da Consumazione di Christian Bobin 







Foto di Henri Cartier - Bresson