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sabato 26 aprile 2014

L'ALTRA FACCIA di Christian Bobin (L'autre visage)





Ognuno di noi, a seconda dei periodi della vita e delle età, può scegliere di cosa nutrirsi. Esistono livres de chevet che accompagnano, soprattutto in alcuni momenti della vita. “Un vero scrittore è qualcuno che viene a casa mia e che scosta dal mio tavolo le cose che mi impedivano di vedere” – è una delle tante definizioni di scrittore che troviamo nella sterminata produzione di Christian Bobin, scrittore francese contemporaneo, ancora poco conosciuto in Italia dove, però, ha un pubblico di fedelissimi. Solo una minima parte della sua cospicua produzione letteraria è stata, a tutt’oggi, tradotta da noi: le Edizioni San Paolo, Qiqajon, Gribaudi, Servitium ma anche piccoli editori laici come Archinto, Perosini, Camelopardus hanno cercato di diffondere la sua opera. Ma è la casa editrice Servitium che, in questi ultimi anni, sta facendo lo sforzo di offrirci, a scadenza quasi annuale, piccoli sorsi bobiniani. L’ultimo in ordine di apparizione è il libriccino L’altra faccia (Servitium 2010): una breve meditazione poetica o forse una sorta di racconto filosofico, piacevole da leggere e da meditare, nulla di pesante o complicato.
Brevi frasi, riflessioni, aforismi si intercalano agli spazi bianchi che sono lì a ricordarci le pause della scrittura e della vita, come quando ci parla dei suoi stati d’animo, tanto comuni e frequenti nella vita di ciascuno di noi: Tristezza e stanchezza: un solo mantello, con il suo rovescio, con il suo dritto. / Tristezza – la stanchezza che entra nell’anima. / Stanchezza – la tristezza che entra nella carne.
Chez nous è l’incipit di ogni capitoletto. Chez nous, che vuol dire “da noi” ovvero nel nostro mondo, accade che… e così l’amore, la legge, la storia, il tempo, la morte scorrono tra le pagine in brevi massime illuminanti e provocazioni leggere che ci restituiscono in filigrana, il nostro mondo -  in un contro canto continuo. Come quando leggiamo: Da voi il tempo si accumula – e poi appassisce./ Da noi il tempo si perde – e poi fiorisce.
L’altra faccia sembra raccontare, in 43 paginette, la storia di un popolo felice in contrapposizione con l’altra faccia, ovvero l’altro mondo: il nostro - che ci viene restituito nella sua verità.
La scelta editoriale di Servitium si è concentrata più sulle opere brevi di Bobin: si tratta di veri e propri libriccini pieni di scintille di luce i cui titoli ci indicano già la via del silenzio e della meditazione: Il distacco dal mondo (Servitium 2005); Elogio del nulla (Servitium 2005); L’equilibrista (Servitium 2005); Consumazione (Servitium 2006), La parte mancante (Servitium, 2007), L’ottavo giorno (Servitium 2008).
Essi danno anche ragione del carattere di Bobin: un uomo schivo, appartato, lontano dalle luci della ribalta: “un eremita”, “un mistico in comunione con la natura”, “l’apostolo del dettaglio”, “l’innamorato del filo d’erba” – sono alcune definizioni della critica d’oltralpe. Immagini che danno appena un’idea del mondo che ci viene incontro quando conversiamo con Bobin. Perché per parlare di lui è necessario parlare con lui: riportare la sua voce e accordare la nostra alla sua fino all’unisono.
Consigliando questo libro mi vengono in mente le parole di Bobin quando dice – nella Luce del Mondo (Gribaudi 2001)“La vita dei libri e della gente è molto personale. Non si può indurre qualcuno a una lettura dicendogli: ‘Leggi, vedrai, è magnifico’, né ad un’amicizia dicendogli: ‘dovresti frequentare quel tale, è un tipo formidabile’. Non funziona mai così. Bisogna trovare se stessi. Da bambino, non volevo che mi si imponesse cosa dovevo fare e leggere. Il vero può solo passare da se stessi”.


Chissà… solo per questo, forse, vale la pena di leggere Christian Bobin.

di Maddalena Cavalleri
(recensione apparsa sul settimanale Verona Fedele diversi anni fa)

lunedì 21 aprile 2014

LE NOSTRE CHIACCHIERE


Il giorno in cui acconsentiamo a un po’ di bontà è un giorno che la morte non potrà più strappare dal calendario.
tratto da Resuscitare di Christian Bobin

In cielo c’è una stella per ciascuno di noi, sufficientemente lontana perché i nostri errori non possano mai offuscarla.
tratto da Resuscitare di Christian Bobin

Scrivo con una minuscola bilancia come quelle utilizzate dai gioiellieri. Su un piatto depongo l’ombra e sull’altro la luce. Un grammo di luce fa da contrappeso a diversi chili d’ombra. 
tratto da Resuscitare di Christian Bobin

Non c’è maggior infelicità al mondo che quella di non trovare nessuno con cui parlare e le nostre chiacchiere, lungi dal porre rimedio a questo silenzio, la maggior parte delle volte non fanno che appesantirlo.
tratto da Resuscitare di Christian Bobin

giovedì 4 luglio 2013

SCRIVERE CON TANTO SPAZIO INTORNO

Leggendo il diario della Hillesum nell'edizione integrale trovo dei pensieri che descrivono in un modo che solo la Hilesum sa fare, la scrittura di Christian Bobin. Vorrei fotografare una pagina di autoritratto e di Les ruines du ciel o di un Bibliothèque de nuages e di altri ancora, ma i libri li ho lasciati a casa a Verona. Fotografo invece la pagina della Hillesum senza ricopiarla per intero. È una 'recensione ' perfetta di Bobin. ( 5 giugno 1942)
Foto del libro Une bibliothèque de nuages di Christian Bobin


Foto del libro di Etty Hillesu, Diari



Riprendo dal blog di Elena Petrassi (http://elenapetrassi.blogspot.it/2012/04/e-cosi-che-voglio-scrivere-con.html) le parole di Etty Hillesum:

E' così che voglio scrivere: con altrettanto spazio intorno a poche parole

"Oggi pomeriggio ho guardato alcune stampe giapponesi con Glassner*. Mi sono resa conto che è così che voglio scrivere: con altrettanto spazio intorno a poche parole. Troppe parole mi danno fastidio. Vorrei scrivere parole che siano organicamente inserite in un gran silenzio, e non parole che esistono soltanto per coprirlo e disperderlo: dovrebbero accentuarlo, piuttosto. Come in quell'illustrazione con il ramo fiorito nell'angolo in basso: poche, tenere pennellate - ma che resa dei minimi dettagli- e il grande spazio tutto intorno, non un vuoto ma uno spazio che si potrebbe piuttosto definire ricco d'anima. Io detesto gli accumuli di parole. In fondo, ce ne vogliono così poche per quelle quattro cose che veramente contano nella vita. Se mai scriverò - e chissà poi che cosa?-, mi piacerebbe dipingere poche parole su uno sfondo muto. E sarà più difficile rappresentare e dare un'anima a quella quiete e a quel silenzio che trovare le parole stesse, e la cosa più importante sarà stabilire il giusto rapporto tra le parole e il silenzio - il silenzio in cui succedono più cose che in tutte le parole affastellate insieme. E in ogni novella, o altro che sia, lo sfondo muto dovrà avere un suo colore e un suo contenuto, come capita appunto in quelle stampe giapponesi. Non sarà un silenzio vago e inafferrabile, ma avrà i suoi contorni i suoi angoli la sua forma: e dunque le parole dovranno servire soltanto a dare al silenzio la sua forma e i suoi contorni, e ciascuna di loro sarà come una piccola pietra miliare, o come un piccolo rilievo, lungo strade piane e senza fine o ai margini di vaste pianure. E' buffo: potrei riempire dei volumi su come vorrei scrivere, ma può darsi benissimo che a parte le ricette non scriverò mai nulla. Però le stampe giapponesi mi hanno fatto capire a che cosa io aspiri, e mi piacerebbe camminare una volta attraverso paesaggi giapponesi, per capirlo ancor meglio. Del resto credo che un viaggio in oriente lo farò, in futuro - per trovare in quei luoghi, vissute ogni giorno, quelle cose in cui qui ci si sente soli, in dissonanza."

5 Giugno 1942

da Diario 1941-1943, Etty Hillesum, Adelphi

*Evariste Edgar Glassner era un musicista e organista tedesco. Avendo perso il proprio impiego come organista di chiesa a Berlino, (era un mezzo ebreo, secondo la classificazione nazista) era emigrato ad Amsterdam: qui conobbe Julius Spier, partecipando ai concerti organizzati dagli ebrei dopo la loro esclusione dalle sale pubbliche


giovedì 1 novembre 2007

LO SCRITTORE (primo racconto) di Christian Bobin da La parte mancante


Christian Bobin, L'écrivain, nel suo vol. La part manquante, "Collection Folio" Gallimard, Paris 1989, pp. 93-99.
Traduzione di Maddalena Cavalleri con la collaborazione di Lorenzo Gobbi.

Il arrive par le train. Il emmène avec lui quelques textes, dans un cartable d’écolier. La lecture est prévue dans un petit théâtre. Il ne monte pas sur la scène. Il se tient debout, dans la première rangée de chaises. Vous êtes assis près de lui. Vous regardez le corps nonchalant, le visage rugueux, tempéré par les mots. À certains moments de la lecture vous ne le voyez plus. Vous ne voyez plus qu’une parole lumineuse. D’autres fois c’est l’inverse. La présence silencieuse recouvre tous les mots. La présence immédiate de chair, de souffle et de fatigue. Le poids de l’ombre. Il a des vêtements simples comme quand on reste chez soi, comme quand plus personne n’est là pour dire à l’enfant de soigner son image, de faire briller son nom. Mais enfin tu ne vas pas sortir comme ça. Il est donc venu comme ça de son enfance, jusqu’à ce soir. Négligé dans sa tenue, précis dans son regard. Les choses qu’il écrit sont fragiles. Il les porte doucement dans le clair de sa voix. De temps en temps il s’interrompt. Il regarde autour de lui. Il y a là moins de vingt personnes. Il est là très près du dérisoire, de la pensée d’une fatigue, d’une pensée fatiguée. Il est là très près de l’essentiel, de cette chose évidente jamais dite pour elle-même: la solitude de toute parole, l’éphémère de toute beauté. Parfois la beauté illumine une voix. La simple beauté de chaque jour dans la vie. Elle éclaire le sang. Elle fait des mots une seule flambée puis s’effondre aussitôt dans le monde - comme un météore sur des terres froides, inhabitées. Et tout est à reprendre. Et tout est à refaire. Il parle doucement. Il a cette courtoisie des contemplatifs, cette douceur farouche de ceux qui n’en ont jamais fait qu’à leur guise, que suivant une pensée d’eux-mêmes dans leurs jours, une pensée non apprise, solitaire. Sa violence est endormie dans sa voix. Elle remue légèrement sous les mots. Sa violence est à ses cotés, comme un enfant que l’on fait patienter près de soi. Il a cinquante ans. C’est l’âge où un homme entreprend l’inventaire de ses biens. C’est quoi, réussir sa vie. Ce qu’on gagne dans le monde, on le perd dans sa vie. Lui, il n’a rien. Il joue depuis l’enfance, sans gains ni pertes. Il élève des cubes de silence sur la page. Il bâtit des châteaux de lumière, il contemple des lézards d’encre bleue. C’est quoi, réussir sa vie, sinon cela, cet entêtement d’une enfance, cette fidélité simple : ne jamais aller plus loin que ce qui vous enchante à ce jour, à cette heure. Emprunter ce chemin qu’on ne suit qu’à s’y perdre. Il n’y a pas d’apprentissage de la vie. Il n’y a pas plus d’apprentissage de la vie que d’expérience de la mort. La rupture avec soi est le plus court chemin pour aller à soi. La rupture avec le tout du monde et de l’âge. À l’école on apprend à s’asseoir sur un banc. Celui-ci ou celui-là. On apprend à obéir pour la suite de sa vie au rang gagné, à la place attribuée dans l’enfance. L’écrivain, c’est celui qui ne gagne aucune place – pas même la dernière. Celui qui se tient comme ça, debout, dans un rang de chaises vides. À nommer le feu d’une voix glacée. Quand c’est fini, quand une fois il a lu au désert, souri dans le vide, vous le quittez sans une parole. Vous emmenez avec vous quelques mots à lui dire, que vous ne trouvez pas. Ce qui vous a touché ce soir-là demeure longtemps hors d’atteinte. En le cherchant vous rendez impossible de le trouver. Vous avez besoin d’un oubli pour l’atteindre. Vous avez besoin de la nuit pour y voir. Ce n’est qu’au terme de plusieurs mois que vous découvrez la vérité de ce soir-là. La vérité de dire, comme celle de taire. La vérité est devant vous, dans le sous-sol d’une maison de retraite. En haut se trouvent les cuisines. Des tuyaux percent le plafond. Un jour gris entre par une petite fenêtre. La vérité est sur des tréteaux dans un cercueil encore ouvert. La vérité a le visage d’un mort. C’est un visage retourné comme un gant. Un visage sans dedans ni dehors. Un mort c’est comme personne. Un mort c’est comme tout le monde. Tout va vers ce visage, comme vers sa perfection. La peur, l’attente, la colère, l’espérance de l’amour et les soucis d’argent, tout va vers ce visage comme vers un dernier mot. Le mort se tait pour dire en une seule fois. Le mort dit vrai en ne disant plus et si, sur lui, l’on jette tant de silence, c’est pour ne rien entendre. Vous regardez. Vous pensez à cette phrase lue l’autre soir par l’écrivain: à mon age, je paye pour chaque mot. Il y a très peu de différence entre mourir et écrire . Il y a si peu de différence que, pendant un instant, vous n’en découvrez plus aucune. L’écrivain c’est l’état indifférencié de la personne, la nudité indifférente de l’âme. De l’âme comme regard. De l’âme comme absence. Celui qui écrit s’en va plus loin que soi. Il avance à pas de neige. Il parle à mots de loup. Il va vers la parole faible. Il va vers la parole nue, retournée comme un gant. Il éclaire en parlant sa propre absence. Derrière nous se tient un ange. Il est né avec notre naissance. Il grandit et s’épuise avec nous. Au début c’est un jeune homme, presque un enfant. Bientôt c’est un adulte, quelqu’un qui cherche à économiser son souffle. Il tient une hache dans ses mains. Il attend. Jour et nuit, sans murmurer le moindre reproche, sans formuler aucun souhait, il attend. Il ne nous oublie jamais. Le sommeil ni l’amour ne le distraient. Une telle présence, sans défaut. Une telle fidélité, sans amour. Écrire c’est faire retentir sur la neige chaque pas de l’ange. Écrire c’est par instants se retourner, et voir l’éclair de la hache haut levée, d’un seul coup la fin de l’énigme.


Arriva in treno. Porta con sé alcuni testi, in una cartella di scolaro. La lettura è prevista in un piccolo teatro. Non sale sulla scena. Resta in piedi, tra le sedie della prima fila. Siete seduti vicino a lui. Lo guardate: il corpo indolente, il viso rugoso, addolcito dalle parole. In certi momenti, mentre legge, non lo vedete più. Vedete soltanto una parola luminosa. Altre volte, è il contrario. La presenza silenziosa copre le parole. La presenza immediata di carne, di respiro e di fatica. Il peso dell’ombra. Indossa vestiti semplici, come quando si resta a casa e più nessuno è lì per dire a un bimbo di prendersi cura della propria immagine e dare luce al proprio nome. Ma dai, non vorrai mica uscire così. Eh, sì: dall’infanzia fino a questa sera, è giunto così. Trascurato nel vestire, preciso nello sguardo. Le cose che scrive sono fragili. Piano piano le porta nel chiaro della voce. Di tanto in tanto si interrompe. Guarda attorno a sé. Ci sono meno di venti persone. È molto vicino all’irrisorio, al pensiero di una fatica, a un pensiero affaticato. È molto vicino all’esenziale, a questa cosa evidente mai detta per se stessa: la solitudine di ogni parola, l’effimero di ogni bellezza. A volte, la bellezza illumina una voce. La semplice bellezza di ciascun giorno nella vita. Rischiara il sangue. Fa delle parole una sola fiammata per frantumarsi subito nel mondo – come una meteora su terre fredde, inabitate. E tutto è da riprendere. E tutto è da rifare. Parla piano. Ha la cortesia dei contemplativi, la dolcezza scontrosa di coloro che hanno sempre fatto di testa propria, seguendo un pensiero tutto loro giorno dopo giorno, un pensiero non appreso, solitario. Ciò che esiste di violento in lui è assopito nella voce. Si agita appena sotto le parole. Se ne sta lì, come un bimbo che attenda con pazienza vicino a noi. Ha cinquant’anni. È l’età in cui un uomo inizia l’inventario dei propri beni. Cos’è, riuscire nella vita. Ciò che guadagniamo nel mondo, lo perdiamo nella vita. Lui, non ha nulla. Gioca sin dall’infanzia, senza vincite né perdite. Innalza cubi di silenzio sulla pagina. Costruisce castelli di luce, contempla lucertole d’inchiostro blu. Cos’è riuscire nella vita se non questa caparbietà d’infanzia, questa fedeltà semplice: mai andare oltre ciò che ci incanta nel giorno, nell’ora. Fare propria questa strada, fin là dove ci si perde. Non c’è un modo di imparare a vivere. Non c’è un modo di imparare a vivere se non nell’esperienza della morte. La rottura con se stessi è la strada più breve per giungere a se stessi. La rottura con tutto ciò che esiste e con le sue diverse età. A scuola impariamo a sederci in un banco. Questo o quello. Impariamo a obbedire per il resto della nostra vita alla fila guadagnata, al posto attribuito nell’infanzia. Lo scrittore è colui che non guadagna alcun posto – nemmeno l’ultimo. Colui che resta in piedi, così, in una fila di sedie vuote. A nominare il fuoco con voce raggelata. Alla fine, dopo che ha letto al deserto, sorriso nel vuoto, lo lasciate senza una parola. Portate con voi qualche parola da dirgli, che non trovate. Ciò che vi ha colpito in quella sera rimane in voi a lungo, irraggiungibile. Cercandolo, fate sì che sia impossibile trovarlo. Avete bisogno di un oblio, per raggiungerlo. Avete bisogno della notte per vederci. Soltanto alla fine di molti mesi scoprite la verità di quella sera. La verità di dire, come quella di tacere. La verità è davanti a voi, nel seminterrato di una casa di riposo. In alto, si trovano le cucine. Dei tubi traforano il soffitto. Un giorno grigio entra da una piccola finestra. La verità è su dei cavalletti, in una bara ancora aperta. La verità ha il viso di un morto. E’ un viso tramutato. Un viso senza il dentro né il fuori. Un morto è come nessuno. Un morto è come tutti. Tutto va verso quel viso come verso la propria perfezione. La paura, l’attesa, la collera, la speranza dell’amore e la preoccupazione del denaro, tutto va verso quel viso come verso un’ultima parola. Il morto tace per dire in una sola volta. Il morto dice il vero non dicendo più: se lo avvolgiamo di un silenzio così vasto, è per non sentire nulla. Voi guardate. Pensate alla frase letta l’altra sera dallo scrittore: alla mia età, pago per ogni parola. C’è pochissima differenza tra morire e scrivere. C’è così poca differenza che, per un istante, non ne scoprite più alcuna. Lo scrittore è lo stato indifferenziato della persona, la nudità indifferente dell’anima. Dell’anima come sguardo. Dell’anima come assenza. Colui che scrive va oltre se stesso. Viene avanti a passo di neve. Parla con parole di lupo. Va verso la parola debole. Va verso la parola nuda, tramutata. Parlando, rischiara la propria assenza. Dietro di noi, un angelo. È nato con la nostra nascita. Cresce e viene meno con noi. All’inizio è un ragazzo, quasi un bambino. Presto è un adulto, qualcuno che si sforza di risparmiare il fiato. Tiene una scure nelle mani. Attende. Giorno e notte, senza sussurrare il minimo rimprovero, senza formulare alcun augurio, attende. Non si dimentica mai di noi. Né il sonno né l’amore lo distraggono. La sua presenza: senza imperfezione. La sua fedeltà: senza amore. Scrivere è far risuonare sulla neve ogni passo dell’angelo. Scrivere è, a tratti, voltarsi indietro, e vedere il bagliore della scure sollevata in alto, d’un colpo solo la fine dell’enigma.

L'ALTRO E' TUTTO. Per introdurre Christian Bobin

La lettura di Christian Bobin è più che una lettura: è una conversazione profonda, intima, amica. Ci accompagna, non invade, ci lascia liberi. Bobin nutre un profondo rispetto per tutto. L’altro è tutto. “Io attendo sempre una presenza: la mia e quella dell’altro”[1]. Scrivere è gratuità, dono: “Non si scrive per diventare scrittore. Si scrive per raggiungere in silenzio quest’amore che manca ad ogni amore”[2]. Leggere è purificarsi. E’ dimorare nel silenzio: “Ciò che impariamo dai libri, è la grammatica del silenzio, la lezione di luce”[3]. Bobin, a volte, indica un albero, un fiore. Lo fa con gentilezza estrema, con la forza e la virilità dell’uomo che ha attraversato il dolore, la morte, la paura. E proprio per questo resta un innamorato della bellezza. Della bellezza che raccoglie e accoglie tanta vita. Autore discreto: senza maschere. A volte parla di sé, di ciò che gli accade: in modo esplicito o più nascosto. Spesso sono episodi dolorosi: la malattia del padre[4]; il dolore per la morte di Ghislaine, una cara amica, madre di tre bambini, scomparsa improvvisamente per un aneurisma al cervello[5]. Racconta le giornate di quella solitudine in Autoportrait au radiateur[6], un diario che inizia il 6 aprile 1996, vigilia di Pasqua, e si conclude il 21 marzo 1997: uno sguardo quotidiano sulla vita, sulla morte. Non è sempre facile riassumere le storie che narra: ciò che colpisce è la voce. Una voce garbata, discreta e rispettosa. Uomo schivo, appartato, lontano dalle luci della ribalta: “un eremita”, “un mistico in comunione con la natura” – solo alcuni dei tanti appellativi. Leggiamo su Lire del ‘97: “l’apostolo del dettaglio”, “l’innamorato del filo d’erba”. Immagini che danno appena un’idea del mondo che ci viene incontro quando conversiamo con lui.
Christian Bobin nasce nel 1951 in una cittadina della Borgogna, Le Creusot, da cui non si è mai allontanato: è un autore ancora poco conosciuto in Italia dove, però, ha un pubblico di fedelissimi. Oltralpe, molti dei suoi libri sono pubblicati dalla prestigiosa Gallimard, che lo ha portato al successo nel '92 con Le Très-bas[7], una rilettura di Francesco d’Assisi, intima, familiare. Pubblicava - e ancora continua – anche con piccole case editrici francesi quali Fata Morgana, Lettres vives, Le Temps qu’il fait. Oggi - scrive Pascale Frey su Lire - ogni volta che pubblica un libro, eccolo in testa alle migliori vendite. In Italia, sono stati tradotti solo una minima parte dei suoi scritti dalle Edizioni San Paolo, Qiqajon, Gribaudi, Archinto e Perosini e Servitium. Quest’ultima casa editrice, insieme a Città Aperta, sta contribuendo, in modo significativo, alla diffusione delle opere di Bobin e noi ci auguriamo che questo blog, il cui nome riprende il titolo del suo ultimo libro (Une bibliothèque de nuages, Lettres vives 206) possa fare altrettanto.

“Da uno scrittore mi aspetto soltanto quello che ho ricevuto dai miei genitori: che mi consoli, mi illumini, mi aiuti a crescere e a separarmi da lui. Le vecchie canzoni francesi mi hanno donato davvero tanto”[8].

un sito di riferimento per approfondire questo autore è: http://profile.myspace.com/index.cfm?fuseaction=user.viewprofile&friendid=263968766


[1] Christian Bobin, La lumière du monde. Paroles réveillées et recueillies par Lydie Dattas, "Collection Folio" Gallimard, Paris 2001, p. 78:"Moi, j’attends toujours une présence: la mienne et celle de l’autre".
[2] Christian Bobin, La part manquante, "Collection Folio" Gallimard, Paris 1989, p. 26: "Ce n’est pas pour devenir écrivain qu’on écrit. C’est pour rejoindre en silence cet amour qui manque à tout amour".
[3] Christian Bobin, La part manquante, p. 24: "Ce qu’on apprend dans les livres, c’est la grammaire du silence, la leçon de lumière".
[4] Christian Bobin, La présence pure, Le temps qu’il fait, Cognac 1999 (tr. it. Presenze, traduz. di G. Dotti, nota introduttiva di L. Gobbi, Perosini, Verona 2000).
[5] Christian Bobin, La plus que vive, "Collection Folio" Gallimard, Paris 1996 (tr. it. Più viva che mai, traduz. di B. Pistocchi, San Paolo, Cinisello Balsamo 1998).
[6] Christian Bobin, Autoportrait au radiateur, "NRF" Gallimard, Paris 1997 (tr. it. Autoritratto, traduz. di V. Pignatta, San Paolo, Cinisello Balsamo 1999).
[7] Christian Bobin, Le Très-bas, "Collection Folio" Gallimard, Paris 1992 (tr. it. Francesco e l’infinitamente piccolo, traduz. di G. Troisi Spagnoli, San Paolo, Cinisello Balsamo 1994).
[8] Christian Bobin, La lumière du monde. Paroles réveillées et recueillies par Lydie Dattas, "Collection Folio" Gallimard, Paris 2001, p.79: "Je n’attends rien d’autre d’un écrivain que ce que j’ai reçu de mes parents: qu’il me console, m’éclaire, m’aide à grandir et à me séparer de lui. Les vieilles chansons françaises m’ont énormément donné".