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mercoledì 11 febbraio 2009

L'ANNO NUOVO - ROSH HA-SHANAH, cap. 6 di Luci accese di Bella Chagall


In altre pagine del mio blog, si possono trovare altri capitoli del libro di Bella Chagall, Luci accese. 
La traduzione che qui propongo, cerca di riestituire la lingua di Bella (ci devo ancora lavorare un po'! ma intanto la pubblico lo stesso) che racconta la sua vita a Vitebesk. Le frasi sono brevi e spezzate, le forme semplici, e il lessico è quello di una bimba di nove anni che riesce comunque  a trasmetterci tutta l'emozione di quella festa. I preparativi prima della preghiera al tempio, la sinagoga gremita di uomini donne bambini invasa dal suono dello shofàr, la purificazione nelle acque del fiume per i peccati commessi durante tutto l'anno e la benedizione dei frutti nuovi. 

L'ANNO NUOVO - ROSH HA-SHANAH, cap. VI di Luci accese di Bella Chagall
Giungono i giorni di Teshuvah. La casa si riempie tutta di rumori. Ogni festa porta con sé il proprio sapore e si ammanta di un’atmosfera tutta sua. L’aria dell’Anno Nuovo: leggera, misericordiosa, tersa come dopo una pioggia. Dopo le notti buie delle preghiere di Teshuvah, si rischiara un giorno luminoso e pieno di sole. La settimana delle preghiere di Teshuvah è quella meno tranquilla. Papà si alza nel pieno della notte, sveglia i miei fratelli; si vestono in silenzio e svaniscono, come ladri, dietro alla porta. Cosa cercano nel freddo e nel buio delle strade? A letto, si sta così al caldo! E se non tornassero più? Non smetterei di piangere con la mamma. Sto per iniziare già da sola e sprofondo sotto le coperte, raggomitolandomi ancora di più. Al mattino, papà beve il tè: il viso pallido, sfinito. In tutti, l’eccitazione prima della festa manda via la stanchezza.
Chiudiamo presto il negozio e tutti ci prepariamo per andare in sinagoga. Lo facciamo con più cura del solito, come se ci andassimo per la prima volta. Ognuno si mette qualcosa di nuovo: chi un fresco cappello chiaro, chi una cravatta nuova, chi un vestito tutto nuovo…Anche la mamma si mette una camicetta di seta bianca, e come rigenerata, con spirito nuovo, si appresta ad andare in sinagoga. Mio fratello maggiore sfoglia il grande libro delle preghiere e segna, per lei, le pagine della preghiera dove, da anni, la mano di mio nonno ha scritto “qui”. La mamma riconosce i versetti che l’anno scorso ha cosparso di lacrime. Un tremolio le vela gli occhi. Si affretta verso la sinagoga per poter piangere sulle stesse righe, come se fosse qualcosa di mai accaduta prima.
Pronta per lei c’è una pila di libri molto pii. Lei li avvolge tutti in un grande fazzoletto e li porta via con sé: non deve chiedere un buon anno per tutta la sua famiglia? I libri e il talleth di papà, invece, li viene a prendere il custode durante il giorno. Resto sola. La casa è deserta e anch’io mi sento vuota come la casa. Il vecchio anno, come si fosse perduto, si attarda, da qualche parte dietro alle finestre. L’anno che viene dovrà essere davvero chiaro, luminoso.
Vorrei dormire insieme alla notte.
L’indomani, presto, andrò anch’io in sinagoga vestita con abiti nuovi dalla testa ai piedi. Il sole risplende. L’aria è limpida e viva. Le mie scarpe nuove fanno un rumore secco. Mi affretto. Di sicuro in sinagoga il Nuovo Anno è già arrivato e già risuona lo shofar: mi riecheggia nelle orecchie. Ho l’impressione che il cielo sia sceso fin sulla terra per correre con me al tempio. Mi dirigo verso la parte riservata alle donne, spingo la porta. Una vampata di calore, come d’un forno, mi viene addosso. Un’ aria pesante mi toglie il respiro. La sinagoga è piena. Gli alti leggii sono invasi dai libri. Delle donne anziane se ne stanno sedute comodamente mentre alcune ragazze in piedi sbucano fuori, quasi sopra alle loro teste. I bambini cercano di farsi strada, sotto le loro gambe. Vorrei avvicinarmi alla mamma, ma è seduta davanti, ben lontano, vicino alla finestra che dà sulla parte riservata agli uomini. Non appena mi muovo, una donna si gira con le spalle verso di me: un volto in lacrime mi rivolge uno sguardo arrabbiato: “Oh! Oh!” effonde intorno a me il suo corruccio. Da dietro mi spingono, e come liberata, vado addosso alla balaustra. La mamma mi fa un cenno con gli occhi. E’ contenta che sia già vicino a lei. Ma dov’è lo shofar? Dov’è il Nuovo Anno? Guardo le pareti della parte riservata agli uomini. L’Arca Santa è chiusa: è coperta dalla tenda e custodita, nella quiete del silenzio, dai due leoni che vi sono ricamati sopra. Gli uomini si rianimano come presi da qualcos’altro.
Sono arrivata troppo presto o troppo tardi?
D’un tratto, da sotto un talleth si protende una mano con lo shofar. Lo shofar ora è lì, nell’aria, immobile. Emette un suono. Tutti si risvegliano. Ognuno smette di parlare tra sé e sé. Stiamo tutti in attesa. Lo shofar, ancora una volta, diffonde nell’aria un suono spezzato come se non avesse più fiato. Da una parte all’altra s’incrociano gli sguardi. Lo shofàr, come un grido, emette un suono forte, roco. Per tutta la sinagoga si diffonde un brusio:  ma cos’è questo modo di suonare lo shofar? Manca di forza…perché non chiedere a qualcun altro di suonare? All’improvviso, sentiamo un suono pulito e prolungato, come se gli spiriti maligni che ostruivano lo shofar, fossero stati scacciati: come un richiamo, si diffonde per tutta la sinagoga, fino a riempirne ogni angolo. Tutti sono sollevati! Chi fa un sospiro, chi annuisce con un cenno del capo. Il suono si propaga verso l’alto fino a toccare i muri. Viene verso di me, verso la mia balaustra. Raggiunge il soffitto, smuove l’aria spenta, sigilla ogni spazio vuoto. Mi penetra nelle orecchie, nella bocca: ho addirittura male alla pancia. Quand’è che lo shofar non avrà più fiato? Cosa vuole da noi l’Anno Nuovo?
Mi ricordo di tutti i miei peccati. Dio sa cosa accadrà. Sono tanti i peccati che si sono accumulati durante l’anno. A fatica, riesco aspettare il pomeriggio. Ho fretta di andare con la mamma alla Purificazione del Tachlich per poter scrollare via i miei peccati nel nostro grande fiume. Lungo la strada, altre donne, altri uomini. Tutti vanno giù per la stradina che porta alla riva. Sono tutti vestiti di nero, come se andassero – non voglia Iddio – a un funerale. L’aria è fresca. Il vento fa sentire le sue sferzate dall’alta riva del fiume e dal grande giardino della città. Alcune foglie volano, rossastre, gialle e come farfalle volteggiano nell’aria: piroettando, cadono a terra. Se ne volano via così anche i nostri peccati? Crepitano le foglie e si attaccano agli scarponcini. Me le trascino dietro: con loro è meno duro andare al “Tachlich”. “Perché ti fermi sempre?”, la mamma mi tira per la mano. “Lascia stare le foglie!” Di lì a poco, tutti si fermano. La strada si è come scissa: acque profonde e fredde sembrano riversarsi sui nostri piedi. In riva al fiume si addensano, in cerchio, uomini in nero. Coi capi protesi e le barbe ciondolanti, s’immergono nell’acqua come se ne volessero vedere il fondo. D’un tratto, rovesciano le tasche: ne vengono fuori avanzi e briciole che gli uomini gettano nell’acqua insieme ai loro peccati, recitando ad alta voce una preghiera. Ma come faccio io, a scrollarmi di dosso tutti i miei peccati? In tasca non ho briciole e non ho nemmeno le tasche! Me ne sto in piedi vicino alla mamma e tremo per il vento freddo che solleva le gonne. La mamma mi sussurra le parole del rito: le preghiere, con i peccati, dalla bocca cadono dritte nell’acqua. Mi sembra che il fiume si sia ingrossato per tutti i nostri peccati e che trasporti acque divenute improvvisamente nere.
Purificata, faccio ritorno a casa. La mamma, appena entrate, si siede per leggere i salmi. Vuole approfittare ancora un po’ del giorno per domandare ancora qualcosa a Dio. Un mormorio si diffonde per la stanza buia. L’aria si annebbia come gli occhiali della mamma che in silenzio piange, scuotendo il capo.
Cosa devo fare?
Mi sembra che dai fitti versetti dei salmi sguscino fuori, piano piano, i nostri avi: i nonni, le nonne. Le ombre diventano sempre più grandi, si assottigliano e mi accerchiano. Ho paura di girarmi. Forse qualcuno si è messo dietro di me e vuole abbracciarmi? “Mamma!” non riesco a trattenermi e la tiro per la manica. Lei alza il capo, si soffia il naso e smette di piangere. Bacia il salterio e lo chiude. “Bachka – mi dice – torno in sinagoga. Tra poco rientreremo tutti. Tu piccola mia prepara la tavola” “Mamma è per la benedizione delle Primizie?”. Non appena è uscita, apro bene l’armadio delle provviste. Tiro fuori dei grandi sacchi di carta colmi di frutta e li rovescio sulla tavola. Come in un grande giardino rotolano fuori grossi meloni verdi. Al loro fianco, se ne stanno distesi grappoli d’uva. Uva bianca, rossa. Grosse pere succose hanno ruotato sulle loro testoline. Mele dolci, gialle diventano dorate come se le avessimo già immerse nel miele. Prugne rosso scuro si spandono per tutta la tavola. Su cosa faremo la benedizione dei frutti nuovi? Ne abbiamo mangiati per tutto l’anno! Da un altro sacco, mi accorgo che spunta fuori un ananas: sembra un piccolo abete. “Sacha, tu lo sai dove cresce un ananas?” “Chi lo sa! – mi risponde alzando le mani - Ho ben altro a cui pensare!” Nessuno sa da dove provenga l’ananas. Con la sua buccia callosa ricorda uno strano pesce. Soltanto la sua coda se ne sta dritta in aria come un ventaglio interamente aperto. Tocco il suo pancino pieno zeppo. Trema tutto. Non è semplice toccarlo. Si potrebbe dire che se ne sta lì come uno zar. Per lui libero il centro della tavola. Sacha lo taglia senza pietà. Come un pesce vivo, l’ananas geme sotto il coltello affilato. Il suo succo zampilla fin sulle mie dita come sangue bianco. Lo lecco. Un gusto amaro-dolce. E’ il gusto del Nuovo Anno?
“Mio Dio!” mormoro in tutta fretta “prima che rientrino tutti dalla sinagoga, pensa a tutti noi! Al tempio, mamma e papà, T’implorano tutto il giorno per un buon anno. Papà pensa di continuo a Te e la mamma, ad ogni passo, ricorda il Tuo Nome! Tu lo sai quanto sono sfiniti, pieni di preoccupazioni, mio Dio! Tu puoi tutto! Fa che possiamo avere un anno buono e dolce!” Con forza, cospargo di zucchero l’ananas amaro. “Buona Festa! Buona Festa!” I miei fratelli accorrono gridando uno più forte dell’altro. Subito dopo di loro, la mamma e il papà entrano pallidi e stanchi. “Possiate essere iscritti nel Libro della Vita per un anno buono”. Sento il cuore sobbalzarmi. Sembra che Dio stesso abbia parlato per mezzo della loro bocca.
Traduzione di Maddalena Cavalleri (Bella Chagall, Luce accese, éd. Trois collines, Genève-Paris, 1948)

martedì 11 dicembre 2007

LUCI ACCESE di Bella Chagall: cap.XIII REGALI DI HANNUKKAH



Una volta la mamma mi ha detto che ero nata ad Hannukkah, nel giorno della quinta candela.
Ma chi è che lo sa a casa nostra?
Nessuno dei fratelli pensa minimamente al giorno in cui è venuto al mondo.
“Ebbene? nasciamo! Una novità nel villaggio! E allora?” I fratelli ridono. “Cosa vuoi? Nascere un’altra volta?”
Papà esplode: “Cos’è? Così all’improvviso un’altra festa?... Solo una mente profana poteva inventarsela!”
Allora ad Hannukkah ero tutta contenta soltanto per le due monete da 10 copechi – i nostri “soldi di Hannukkah” – che noi piccoli, ricevevamo dal papà e dal nonno.
Con quei soldi, avremmo noleggiato una slitta e saremmo andati in passeggiata. Ogni giorno saremmo stati pronti per una passeggiata con un vero cavallo!
Così, quelle due monete d’argento suonavano e cantavano ai nostri orecchi come le campanelle della slitta che ci avrebbe portato in giro per la città.
Particolarmente brillante era la moneta d’argento del nonno; si sarebbe potuto credere che l’aveva fatta lucidare proprio per Hannukkah.
Di mattina presto, la vigilia di Hannukkah, ricordo che io e Abrachka correvamo verso la casa del nonno.
Se dorme ancora, lo sveglieremo. Forse si è completamente dimenticato che in giro per il mondo è Hannukkah?
Il nonno vive, per il tempo che gli rimane, in una via – ma come è potuto accadere? – interamente non ebrea. Si chiama Offitserskaia, la via degli Ufficiali. Probabilmente abita in questa via perché, non lontano, si trova la grande corte circondata dalle sinagoghe.
È una via di casettine bianche, completamente bianca. La via più tranquilla della città. Nessun negozio, nessuna confusione. Ci si potrebbe veramente addormentare. Persino una risata – in mezzo alla strada - non sarebbe possibile. Da dietro i vasi di fiori posti come sbarre alle finestre, affiorano i copricapo fioriti delle vecchie nonne. Scuotono il capo:
“Birbanti! Smettetela di ridere!” Come se in tutte quelle casette stessero a letto nonni ammalati.
Sono talmente basse che probabilmente ci si può stare soltanto a letto. Ma se un uomo alto volesse rimanerci in piedi? Dovrebbe piegarsi in due. Probabilmente è per questa ragione che mio nonno e mia nonna diventano ogni anno sempre più piccoli.
Altre casettine si sono completamente abbassate. I vecchietti che vivono laggiù sembrano crescere nella terra, e non sappiamo se i vasi di fiori che se ne stanno alle finestre vengano su direttamente dalla terra.
Dall’interno, non si vede e non si sente il minimo rumore.
Le casette sono tutte avvolte nella neve come soffici coperte calde. I muri chiusi su se stessi, come sordi. Il vento soffia la neve dentro le finestre, riempie le fessure, eppure le vecchie tende di pizzo non si muovono. Il fumo dei camini vaga liberamente come un ubriaco attraverso i tetti. Il vento si spinge da tutte le parti, si distende in lungo e in largo uscendo con forza fuori dai camini, come se ci fosse troppo caldo dentro le case che sembrano sciogliersi sotto la neve: sotto un bianco sudore.
“Allora, sognatrice addormentata! Cos’hai da guardare da tutte le parti?” scoppia a ridere di colpo Abrachka.
All’improvviso, dall’altra parte della via, mi lancia una risata sonora e palle di neve.
“Sei matto! Smettila di gridare! Si precipiteranno tutti fuori dalla porta!”
“Con questo freddo? Scommettiamo! Cosa scommetti?”
Dietro a un recinto, si erige un albero tutto bianco. Un vecchio albero, probabilmente. La neve gli si è adagiata sopra come le dozzine di cuscini sul letto della nonna. I rami la reggono a fatica.
Abrachka sale sul muretto, si arrampica sull’albero e lo scuote.
L’intero albero oscilla. Blocchi di neve cadono come pietre.
Un ramo nudo cede e si spezza.
“Brutta bestia! Non c’è abbastanza neve nella strada? Cosa ti fa se se ne sta adagiata sull’albero?
“L’albero è mio quanto tuo! Saresti una sua parente?”
Ho voglia di precipitarmi in una di quelle casettine, poco importa a casa di chi. Forse dietro alla porta c’è una nonna vecchiotta e posso nascondermi da Abrachka, sotto le sue sottogonne di stoffa.
La casa del nonno si trova in fondo alla via. Una piccola casetta come tutte le altre. Gli stessi vasi gremiti di fiori, le stesse imposte ben tagliate, sagomate come dolci di zucchero d’orzo; la neve stipata nelle piccole fessure e sul tetto, lo stesso fumo.
Eppure questa piccola casetta sembra più bianca e più calda di tutte le altre.
Abrachka appena è davanti alla porta, tira il cordone del campanello. Il campanello emette una tosse roca e ripiomba nel silenzio.
“Ah è così! Siete già qui bambini? Mi stavo preparando per andare al mercato e sono già qui per i soldi di Hannukkah!” È Frida! La vecchia cuoca della nonna. Apre la porta con sulle spalle un grande scialle.
“B-r-r-r! Che freddo che avete portato! Su, entrate! Fa davvero così freddo fuori? Devo mettermi addosso uno scialle come te Bachinka?”
Batte i piedi, e con i piedi, salterellano sul suo viso piccole macchie di rossore. D’inverno sembrano gocce secche di grasso che si è dimenticata di lavare. Sempre di corsa, sempre in un vortice. Dice che va al mercato ma a casa sua il pasto è già pronto. Sentiamo bene che in cucina sta friggendo qualcosa.
“Frida, ci darai da assaggiare una patata fritta?”
“E tu come lo sai che sto friggendo delle patate?”
“Frida, il nonno dorme ancora?”
“Come dorme?” Quando dorme? Non fa altro che studiare la Torah!” scaccia via la gatta dal cesto. “pssh… via! Ma guarda qui, un nuovo nascondiglio, ficcarsi nel cesto!”
Al suono della voce di Frida, la gatta si sveglia e con i suoi occhi a mandorla, sprizza fuori luce: ha visto la neve che ci è rimasta ai piedi. Alza la coda, si sistema i baffi e si stiracchia fino a noi giusto per venire a leccare una goccia fredda di neve. La neve si scioglie sul naso e inizia a starnutire.
“ proprio un cervello da gatta!” Abrachka la tira per la coda “va dire piuttosto al nonno che siamo qui!”
“Perché devi disturbare la gatta? È una fannullona. Io sono molto più veloce di lei!”
La nonna compare sulla porta. Entra talmente piano che il suo sorriso, così dolce, sembra averle addolcito il passo.
“Con un freddo simile, piccoli miei? Di sicuro si tratta di una spedizione importante?...” E ci rivolge un sorriso, “dai veloce Bachinka togliti lo scialle e vieni a scaldarti vicino alla stufa, ma attenta a non bruciarti! Hanno appena chiuso il tubo!”
Se ne sta in piedi vicino a noi, confusa.
“Vuoi un bicchiere di latte caldo? Cosa posso offrirvi da mangiare, di mattina presto?” All’inizio non sa cosa fare. Aiutarci a sgomberare oppure offrirci qualcosa? Il volto e i capelli bianchi sono luminosi. I piccoli fiori del suo copricapo fioriscono come a metà estate. Lei è dolce, grassottella, calda come una stufa di maiolica bianca.
In casa non c’è spazio nemmeno per girarsi. Ogni cosa è stipata e cade giù da tutte le parti; la nonna ha costantemente paura di prendere freddo, ogni spizzico di spazio libero diventa per lei una corrente d’aria.
“Nonna, oggi è festa! Hannukah!”
Abrachka le salta subito addosso.
“Cosa dici! Calmati! In piena Hannukkah non devi far cadere per terra tua nonna, andiamo! Non è per attirare la cattiva sorte ma sei diventato grande in questi ultimi tempi! La nonna cerca di tenersi in equilibrio sulle sue piccole gambe.
Abrachka si spaventa: ci manca solo che la nonna si arrabbi!
“Sei comunque un bravo ragazzo, Avramel! “ sorride “venire di mattina presto per annunciare questa notizia! Volevo proprio informarmi dal nonno… Senza di te non l’avrei nemmeno saputo, birbante! Bene, avvicinati! E bacia prima di tutto la mezzuzah sulla porta. Il maestro te l’ha ben raccomandato, no?
Anch’io nonna voglio baciarla!
Dove ti spingi tu piccolina, sei una ragazza no?
Abrachka mi scaccia come fa con la gatta che si trascina tra le gambe
Per lui va bene. E’ un ragazzo e può darsi delle arie.
Forse è meglio essere un gatto che una ragazzina che tutti prendono in giro.
“Smettila di dar noia alla piccola!”
Tutto a un tratto, la nonna si prende la testa tra le mani, come se si ricordasse di qualcosa.
“Non hai preso freddo vero? Vieni, adesso ti do una cosa, Bachinka!”
“Dei lamponi, nonna!” Le corro dietro, so che quando la nonna dice “prendere freddo” vuol dire che tira fuori da qualche nascondiglio un vasetto di lamponi che, da lei nell’armadio dei vestiti, è seppellito in mezzo a tutte le altre marmellate.
“Tieni, Bachinka, prendi questo con te e dì alla mamma che ti dia sempre, prima di andare a letto, un bicchiere di tè caldo con i lamponi. Dille che è un rimedio per tutto. Per un colpo di freddo, è la miglior medicina.
“Nonna? Dov’è il nonno? Non lo vediamo”
“Entriamo! Eccolo. È lì in piedi vicino alla stufa.”
Attraverso la porta mezza aperta della sala da pranzo, vediamo, scintillante come un grande specchio bianco, una stufa di maiolica bianca, e, vicino alla stufa, un’ombra nera: è il nonno che oscilla il corpo in preghiera. E noi che pensavamo che stesse ancora dormendo! Dormire? Ho l’impressione che da quando lo abbiamo visto, alla vigilia dello Shabbat della settimana scorsa, sia sempre rimasto lì in piedi vicino alla stufa e che non sia ancora andato a dormire.
Addosso, lo stesso paltò di mezza lunghezza, di stoffa lucida, sottile e nera, tutto a pieghe come la fronte. Lo stesso paltò, estate inverno. Sotto, non vediamo la magrezza del suo corpo. Quasi non ne avesse uno.
Il volto risplende. Gli occhi sono pensosi. Oscilla in preghiera. Con una mano, si accarezza un filo di barba, con l’altra fa un nodo nell’aria. Si direbbe che interpreti solo per sé stesso un passo del Libro rimasto sulla tavola, cosa che gli fa muovere il capo da una parte all’altra.
Non vede nessuno dei due. Gli occhiali sulla fronte e le sopraciglia ispide e folte gli nascondono gli occhi. La barba bianca cade giù come un ciuffo di neve. I basettoni lasciano scoperte parti di guance anch’esse bianche. Per il calore della stufa, sotto la pelle molto delicata, si intravedono vene un po’ arrossate.
Abbiamo paura di andargli vicino. Sulla maiolica bianca si muove la sua ombra. Il nonno sembra lontano da noi, con un piede nell’altro mondo.
“Bachka, guarda!”. Il fratello mi tira per la manica. “Guarda, ecco i dieci copechi sul tavolo!”
Il nonno! Ha pensato anche a questo! E io che credevo che pensasse solo alle cose di Dio!
Ma il nonno non distoglie il capo dalla finestra. Il sole brilla e si riflette nei suoi occhi, come se avessero esaurito tutta la luce del cielo! Ecco, sembrano accendersi! Sulla finestra è appesa la lampada di Hannukkah, la lampada d’argento vecchio e scuro con al posto delle candele, le piccole cavità ancora nude. Ma gli occhi del nonno accendono con un colpo solo, come fiammiferi, tutte le otto piccole cavità.
“Nonno!” Non possiamo più trattenerci e ci fermiamo spaventati dalle nostre stesse voci.
“Ah!... che cosa c’è?” Il nonno sembra uscire da un sonno profondo. “Aiga! Sembra che sia entrato qualcuno. Fa la fatica di andare a vedere!”
“Ma sono i bambini di Alta, Avremel con la piccola Bachka!” gli grida la nonna dalla sua camera.
Il nonno volge il capo tutto bianco verso di noi. Vedendoci, sorride. Corruga il volto. Sorridendo, è cambiato. È diventato un’altra persona. Il volto si è sciolto, come cera calda.
“E io avevo pensato…” – il nonno lascia cadere gli occhiali dalla fronte e da sotto le lenti dà un’occhiata al fratello – “mi ero detto: vedrai che quando Avremel avrà fatto iniziato il suo cammino religioso, non penserà più ai soldi, non è vero Avremel? E il nonno gli dà un pizzicotto leggero sulla guancia.
“ Bene! Vieni qui! Ti devo esaminare un po’ ? Dimmi…” – la voce dolce gli si spezza – “dove sei arrivato nei Cinque libri? È un bel po’ di tempo che vai a studiare dal rabbino…”
Sulla tavola scintilla la moneta da dieci copechi. Ad Abrachka gli gira la testa. Quella moneta d’argento gli stuzzica gli occhi. Gli è vicinissima, davvero vicina. Può persino quasi toccarla con la mano. Non vede l’ora di guardarla. Cosa c’è raffigurato sull’altro lato? La stessa aquila, come sempre, no?
La voce del nonno è come un ronzio. Le mani gli prudono: gli piacerebbe far piroettare almeno una volta sulla tavola la moneta da dieci copechi. La tavola lucidata è scivolosa: la moneta sarebbe volata via come una rotellina. Avrebbe potuto scivolare dalla tavola e ….zac? per poi andarla a cercare in tutte le fessure del pavimento di legno! Gli occhi rotondi di Abrachka strabuzzano dallo spavento; deve afferrare i dieci copechi. Afferrarli velocemente prima che il nonno cominci a interrogarlo e che si metta ad ascoltare i passi che ha imparato e che ha già dimenticato.
E se al nonno venisse voglia di tirar fuori dall’armadio i Cinque Libri di Mosé, cosa si fa?… Iniziare a salmodiare come a scuola con il rabbino. Così, trascorrerà tutta la giornata. Verrà buio. Allora dove potrà trovare un cocchiere, un cavallo? Chi l’aspetterà? Tutti i ragazzi già partono, imbacuccati nelle slitte … e lui.. Ad Abrachka gli si stringe il cuore. Cadrà addormentato assieme al nonno vicino alla stufa calda. Il calore gli sale al viso come se fosse lui e non il legno a bruciare nella stufa ardente. Fa pena guardarlo. Le dita gli tremano. La testa è come gonfia. Dagli occhi gli sprizzano fuori lampi di fuoco, come se i 10 copechi d’argento fossero già suoi.
“Una moneta da 10 copechi!” continua a dirsi Abrachka. Quando riceverà gli altri 10 copechi dal papà, allora potrà girare tutta la città con la slitta. Quale cocchiere non lo prenderebbe? Abrachka dovrà soltanto tenere in mano la moneta d’argento. E quando ne mostrerà anche solo un angolino al cocchiere, vedrà gli occhi di Ivan uscirgli dalla testa. Questo zoticone, subito dopo, si scalderà tutto e si metterà a convincere Abrachka che il suo cavallo, la sua slitta sono impareggiabili (non hanno uguali) e che li ha ereditati da un signore di un castello!
“C’è una pelliccia” inizierebbe a dire Ivan “distesa sopra la slitta. Non importa se sembra una vecchia capra morta. L’hanno usata per coprirsi, i figli del signore del castello!”
E per il suo cavallo cosa non farebbe Ivan! fischierebbe dall’entusiasmo. “Basta frustarlo e vola come un’aquila! Non è cosa da poco: la stessa moglie del signore del castello se ne è andata dappertutto, con lui in passeggiata”
“E che ne dici dei miei sonagli? Non suonano come tutte le chiese insieme? Siediti solamente: lascia che il cavallo si sposti…” La grossa voce di Ivan gli risuona nelle orecchie come una tromba.
Abrachka non ce la fa più più; si alza da dove è seduto e prende la moneta d’argento.
“Aspetta, non così velocemente! Hai tutto il tempo! Perché ti precipiti in questo modo? Faresti meglio a sbrigarti a imparare il discorso per il tuo barmitzvah!”
Abrachka solleva il capo. Chi è che parla così? Non Ivan! La mano del nonno si è posata sulle sue dita agitate.
“Baruch, dagli i dieci copechi! Una goccia di gioia per i bambini! Non vedi”, dice la nonna al nonno, “ il ragazzo non sta più nella pelle ! Non riesce più a star fermo! E la piccola se ne sta lì con la testa nelle nebbie.”
Senza fiato, corriamo fuori dalla casa del nonno con i dieci copechi in mano.

Il fratello si scatena per le strade. Persino le neve brucia sotto i suoi piedi e con le mani, non smette di fare mulinelli: forse vorrebbe far risuonare i suoi dieci copechi d’argento fin dentro i mezzi-guanti.
“C’è ancora una slitta? Ancora un cavallo?” gli risuona in testa.
Mi fermo un attimo, mi si è disfatto uno zoccolo.
“Quando si inizia ad andar via con una ragazza?.... ma che lenta!” Abrachka, invece di aiutarmi, mi grida dietro. “La smetti di andare così piano? Prima il nonno, poi tu con i tuoi zoccoli! Vedrai che avranno preso tutte le slitte!”
“Che colpa ne ho io?, se gli zoccoli nuovi mi scivolano via dai piedi.” Ma voglio pungerlo “Il nonno è di sicuro arrabbiato con te, non hai lasciato che ti facesse domande su quello che hai imparato!
“Ma cos’hai ancora? Perché mi spacchi la testa! Dì piuttosto, con chi andiamo via? con Ivan? o con Berel, lo svitato che zoppica da un piede?
“Chi vede che zoppica? E’ seduto allo stesso posto e ha un cavallo con le zampe dritte”.
“Perché non far diventar zoppe anche le zampe del cavallo? Tanto di lui si può credere qualsiasi cosa! Un tal furbone! Ha-ha!”
“Signorino! Avremel! Signorinella!” I cocchieri ci hanno visto. Ci conoscono. Se ne stanno sempre in fila in fondo alla via. A gara, si soffiano e si battono le mani dal freddo e dalla noia.
“Avete ricevuto i soldi di Hannukkah? Quanto ti hanno dato? Bene, mostra! Allora sali su! Sali piccola!”
I cocchieri si spingono tra loro. Un cocchiere più anziano – ha probabilmente molto freddo – si lascia scappar fuori dalla bocca un vapore molto denso, come se ci si volesse scaldare. E quando parla, la sua barbetta gelata va su e giù come una scure con la quale mozzerebbe ogni parola che gli esce dalle labbra.
“Vieni piuttosto con me” Non vale proprio la pena di star dietro a quello!” Non vedi che ha un cavallo che sembra una vecchia asina come lui!”
“Quel cavallo? Ne ingoierebbe altri dieci come il tuo! Che l’angelo della morte ti colga!” I cocchieri continuano a insultarsi.
“Va pure! Ti fregano tutti, signorino mio! Insomma ti fai sempre portare da me! Guarda un po’ signorinella, come starai al caldo sotto questa pelliccia nera!”
Ivan sbuca di corsa da dietro le slitte e ci raggiunge con uno scivolone.
Sembra pieno come un otre, ma si inchina leggermente da un lato. Poi, come farebbe per i suoi vecchi padroni, disfa la coperta di montone ammuffita e…… ci siamo!….. tutti e due siamo già sulla la slitta.
“Fi!” gli altri cocchieri sputano per terra “Che cosa si può fare con un diavolo simile?”
Ivan sferza l’aria con la frusta, solo un colpo! ma il cavallo ha continuato a tremare e ha tirato su la coda come un gatto quando viene bagnato con acqua fredda.
“Hue! Vecchio ronzino! Hue!” Ivan si rianima fino a sollevarsi dal sellino. I sonagli risuonano e non smettono di tintinnare.
“Hop! Hop!”
Le grida e la frusta volano e bruciano, come con acqua bollente, la groppa fredda del cavallino che, furente, cerca di sfuggire a Ivan; si stira, lavora di reni, così la sua coda lo sferza di più della frusta di Ivan. Le ossa della groppa vanno a sbattere contro le stanghe di legno: sembrano voler strapparsi la pelle da sole.
Al ritmo del cavallo, volteggiamo nella slitta. Un momento, sprofondiamo nella neve, un altro ci sentiamo sballottare. Non c’è tempo per riprendere fiato. Veniamo trascinati via come se avessimo le ali.
“Hue! Peste! Hue! Hue! Ha! Hop! Hop!” grida in questo momento Ivan, come posseduto.
Fischia, schiocca la lingua, si spolmona, si solleva, si gira e si rigira sul sellino. Dalla sua schiena ci scivola addosso una montagna di neve. Un vortice di neve corre dietro a noi e tutto intorno.
Il cavallo è cosparso di neve: gli scende giù dagli occhi, gli ricopre la testa, il dorso fino a schizzargli fuori dalle narici. Dalla bocca gli esce un vapore denso. Scuote la criniera, come ubriaco e fa tintinnare tutti i sonagli.
Nuotiamo dietro a lui come in una corrente d’acqua. La città se ne vola via da tutti e due i lati: una via svanisce e si confonde con un’altra. Neve densa turbina nei viottoli come farina rovesciata dai sacchi. Dove siamo? In un soffio, abbiamo volato sopra il grande giardino della città. Solo un istante fa, era là, pieno di alberi, in cima alla collina e di colpo, se ne è volato via come un fiocco di neve nell’aria. Dov’è la grande chiesa? Chi mai potrebbe averla spostata? Ora è scivolata via, si è staccata dalla terra. I muri bianchi hanno lasciato uscire un soffio di neve, la croce d’oro ha appena avuto il tempo di brillare … e ha perforato il cielo.
Le guance mi bruciano, mi pizzicano. Protendo le mani: voglio afferrare qualche casa, qualche via. Ma dinnanzi a me tutto vola via: finestre, imposte, insegne, tutto – il vento ha il sopravvento, la neve inghiotte tutto.
Lontano dalla città ora – ci sembra di esser stati trascinati nell’aria – non vedo più nulla. Il gelo morde. La neve si incolla agli occhi e pizzica le sopracciglia.
Ho freddo alla testa. La neve penetra nei capelli fino a farli diventare duri: da prendere e da tagliare con il coltello. Il collo è tutto bagnato, pieno di neve.
Batto i piedi. La coperta di pelliccia è da un po’ di tempo che è tutta fradicia. Ci fa ancora più freddo. I piedi sono come pezzi di legno; da non riuscire nemmeno ad alzarli. Voglio scuotere Abrachka. Ma che cos’ha?
Il vento fischia. Non sento più il fratello. Solo un momento fa scalciava come il cavallino. Perché non esce più vapore dalla bocca di Abrachka? Il mio viso brucia. Ci congeleremo? Mamma! Mamma! Dov’è la mamma? Anche lei è volata su in cielo? Ci sgriderà:”Dove siete? Dove vi siete nascosti? Ai confini della terra?....”
“Trr…” la slitta si ferma bruscamente, quasi rovesciandoci.
“E dove sono i 10 copechi!” Ci sveglia il vocione di Ivan.
Con il guanto di pelliccia, grosso come una zampa d’orso, ci tocca gli occhi. Tira fuori dal mezzo-guanto di Abrachka i 10 copechi. Ivan fa scivolare la frusta sotto il cinturone e sputa prima in una mano, poi nell’altra, butta in aria la moneta come se volesse pesarla, provarla sotto i denti.
“Vero argento! Duro come ferro?” Strombazza ridendo
“Ivan dove siamo?”
“Siamo rientrati a casa, piccolina, a casa.”
Mi volto. E’ vero. Davanti a noi, come sempre, si erige la grande chiesa. I muri, il tetto, la croce – sono tutti ritornati dal cielo. E il cielo si è chiuso: ha scacciato le nuvole. Lassù, sola, una piccola stella smarrita scintilla.
Sulla collina è cresciuto di nuovo il grande parco. Casettine, negozi, finestre – Ogni cosa si è rimessa a posto.
Scivoliamo fuori dalla slitta. Da dove siamo tornati? Ivan ci ha lasciati giù nella nostra via grande e larga.

(brano tratto da Lumières allumées, di Bella Chagall, ed Trois collines, Svizzera, 1948 - Traduzione di Maddalena Cavalleri)
foto 1: Vitebsk agli inizi del 900; foto 2: copeco russo

lunedì 26 novembre 2007

LUCI ACCESE di Bella Chagall: cap. II - LA CORTE




A Saint-Dié-sur Loire, Bella e Marc Chagall si rifugiano per sottrarsi alle persecuzioni naziste. Nel 39, a più di cinquant’anni, Bella inizia a scrivere la sua infanzia: racconta con gli occhi della bambina di nove anni, tutta immersa nel mondo di Vitebsk: la famiglia, i giochi con i fratelli, le persone, gli animali della corte, le voci del quartiere, i negozi, il tempo e le stagioni scanditi dalle feste.
Volti e voci che si sono rincorsi fino a giungere nella mia casa. E nella mia vita.
Leggo in una lingua “balbettante” – è la stessa Bella a definirla così. Tra le tre lingue che conosce (russo, francese, yiddish), scrive in yiddish. Forse perché è la lingua nella quale sente risuonare, con più nitidezza, tutto il suo mondo. Sarà poi la figlia Ida a tradurre la versione in francese per l’edizione svizzera del 1948 (la prima edizione fu infatti quella in yiddish del 45).
Chagall riuscì a pubblicare le memorie di Bella subito dopo la guerra, fu la casa editrice Svizzera Trois collines che diede vita, nel 48, alla prima edizione in lingua francese di Lumières allumées.
Bella, molto probabilmente, non vide mai il suo libro pubblicato: morì nel 41 negli Stati Uniti, qualche anno prima della fine della guerra.

Ricordo ancora quando ricevetti il plico di Lumières allumées che avevo ordinato su internet presso le librerie di libri ormai introvabili e di un certo pregio. Nessuno lo aveva ancora sfogliato, ero la prima! Le pagine ben chiuse tra loro, dovetti usare un tagliacarte per aprirle. Poi decisi di farmi arrivare anche l’edizione di Gallimard del 73: si tratta di un’edizione riveduta e corretta per gli errori e le imprecisioni dovuti probabilmente alla “fretta” di pubblicazione. Ma quando decisi di iniziare a tradurre il libro di Bella, scegliemmo l’edizione del 48(non posso non consultarmi con Lorenzo per queste cose!). Ci sembrava più incontaminata, più autentica; come se nell’edizione del 48 ci fosse ancora quel timbro imperfetto, balbettante della bimba di nove anni che ha tentato a raccontare un mondo, nella lingua che ha conosciuto, probabilmente, solo l’infanzia.
Il francese che ne risulta è semplice. Le immagini sono serene. Il timbro della voce nitido.
Ho cercato di riprodurne il balbettio.
Non so se ci sono riuscita.

Ho già inserito nella mia bibliothèque de nuages, il capitoletto Eredità che introduce Luci accese e un’introduzione su Bella Chagall e il suo mondo, scritta da Lorenzo.

Luci accese è composto dai seguenti capitoli (quelli in grassetto li ho già tutti tradotti!):
I. EREDITA’
II. LA CORTE
III. AI BAGNI
IV. LO SHABBAT
V. IL PRECETTORE
VI. L’ANNO NUOVO
VII. IL GRANDE PERDONO
VIII. LA FESTA DEI TABERNACOLI
IX. LA FESTA DELLA TORAH
X. LA PRIMA NEVE
XI. LA LAMPADA DI HANNUKKAH
XII. LA QUINTA CANDELA
XIII. I REGALI DI HANNUKKAH

XIV. IL NEGOZIO
XV. I REGALI DI PURIM
XVI. IL LIBRO DI ESTHER
XVII. I COMMEDIANTI DI PURIM
XVIII. L’ORA DEL PRANZO
XIX. LA CACCIA AL LIEVITO
XX. LA VIGILIA DI PASQUA
XXI. IL BANCHETTO DI PASQUA
XXII. IL PROFETA ELIA
XXIII. L’AFFIKOIMEN
XXIV. TISHAH B’AV
XXV. UN MATRIMONIO

Questa sera riporto il secondo capitolo intitolato:
2. LA CORTE
Durante il giorno, dopo mangiato, la casa resta sola. Tutti se ne vanno.
E’ grande, e non c’è nessuno. Si potrebbero addirittura lasciar entrare la capra dalla corte o le galline dal pollaio.
Dalla cucina soltanto, si sente il rumore del lavare dei piatti.
“Hai spazzato la sala da pranzo?”
La voce, con una lunga scopa in mano, fa volare Sacha fuori dalla cucina.
Un “Cosa fai qui?” mi piomba addosso.
“Nulla!” rispondo sempre.
“Esci! Devo spazzare!”
“Chi te lo impedisce? Spazza!”
Lei spazza il pavimento e, con la polvere, si porta via le ultime voci che sono risuonate nella stanza. La sala da pranzo si fa fredda.
I muri, di colpo, diventano vecchi. Puntano dritto agli occhi con la loro carta sbiadita. Sembra che anch’io sia di troppo.
Dove mettermi?
Vago per la casa. Entro nella camera da letto. I letti piccoli di papà e mamma intimoriscono con il loro metallo scintillante. I pomelli massicci di nickel e le sbarre della testata del letto li custodiscono davanti e dietro, come soldati di guardia. Ti avvicini e il nickel ti mitraglia con la sua luce metallica. Lancio loro uno sguardo: faccio una smorfia e storco il naso. Fuggo e vado a sbattere contro una porta chiusa.
Avevo completamente dimenticato che c’è una sala.
La porta è sempre chiusa.
Ho persino paura di questa stanza.
Dal tempo del matrimonio di mio fratello – a causa della famiglia della sposa, avevamo sostituito le vecchie sedie viennesi con nuove morbide seggiole – la sala è divenuta estranea, come esclusa dal resto della casa.
E’ scuro nella sala.
Sul divano è distesa – come fitto muschio – una grande stoffa verde. Appena ci si posa sopra – fosse anche solo il gatto – le molle, come se fossero sempre sofferenti, gemono: non possono sopportare che qualcuno le prema.
Il tappeto è verde, come se crescesse l’erba.
E i pochi fiori rosa ricamati al centro sembrano allontanarvi, simili all’ombra (parvenza) di un piede che non lasci passare nessuno. (p. 16)
Persino lo specchio stretto e alto è divenuto verde. I mobili verdi, giorno e notte, vi si riflettono.
In piedi, solitaria, vicino alla finestra, una vecchia palma s’inaridisce in una verde oscurità.
La finestra, sovraccarica di tende, è sempre chiusa e la palma non vede mai il sole.
A mo’ di sole, luccicano due candelabri di bronzo che si ergono in un angolo su alti treppiedi. Dai bracci spuntano corte candele bianche mai accese.
Dal soffitto scende un lampadario, ugualmente di bronzo, che solamente piccoli, vibranti cristalli bianchi rendono vivo.
Di notte, la palma pensa che qualcosa brilli per lei nel cielo-soffitto e che alcune stelle filtrino dai piccoli cristalli tremolanti.
Deve essere più forte del bronzo, questa palma, per resistere giorno dopo giorno, mesi, anni…
Nessuno si attarda nella sala. Ciascuno, molto velocemente, la attraversa come una passerella, da una stanza all’altra.
Se papà al mattino ci va a pregare con lo scialle di preghiera e i filatteri, pensa di essere uscito a pregare all’aperto, magari in un campo verde.
Quando, durante la giornata, torna per cercare un libro, non si guarda nemmeno intorno.
L’armadio dei libri è l’unica vestigia dei mobili che erano nella sala. E’ rimasto là, dove è sempre stato: in una sala, vicino alla porta. Zeppo di volumi, non ha potuto probabilmente essere spostato. Silenzioso, assorto nei suoi libri, l’armadio s’innalza come se non avesse legami con la vita della casa.
Mi avvicino come farei con un vecchio familiare. Lo tocco, i suoi piedi cominciano a cigolare. E’ duro per loro sostenere l’intero armadio. Do un’occhiata attraverso le ante a vetri: mensola su mensola, una sull’altra, ciascuna sembra una cappella.
Su di una poggiano, di schiena, in rilegature nere ben chiuse, alte, eleganti Ghemoràh, come vecchi ebrei schierati davanti a un muro per le Diciotto Benedizioni.
Su un’altra, sono in bella mostra grandi bibbie, Machzòr, Siddùr e salteri. Sugli ultimi ripiani stanno impilati tanti libri di preghiera da donne: sembra che ne esca un bisbiglio. Tutti paiono turbarsi per il fatto che li guardo.
Fuggo via: mi gridano dietro come il mio vecchio bisnonno gridava contro mia madre: perché mi insegnavano il russo? Perché non prendevano piuttosto un buon precettore per insegnarmi lo yiddish?
Oh! E’ vero, mi ricordo – il mio piccolo rabbino con il quale mi addormento sull’alfabeto, deve venire subito! Bisogna che fugga.
“Bachka.” Sacha mi ferma. “Dove corri come una matta?”
Le rispondo: “E’ affar tuo? Da nessuna parte!”
Mi precipito nella corte.
Il passaggio, benché di ferro, si piega sotto i piedi. Le lame sottili sono molto distanziate; i talloni si incastrano negli interstizi.
La facciata è alta. Da cima a fondo le scale salgono, scendono, si srotolano una sopra l’altra: le ringhiere, come con delle catene, le tengono ferme.
Le scale di sopra portano alla soffitta a vetri dove vive un fotografo.
Le scale di sotto scivolano verso il basso, si fermano quasi in mezzo alla corte.
Sotto l’ultimissimo gradino, sono a casa.
E’ qui che gioco, qui è il mio negozio, qui stanno ad asciugare i miei patè di sabbia bagnata. Qui sono schierate vecchie scatole di sardine che adesso sono piene di farina, d’avena e di ogni sorta di pietruzze, di cocci di vasi rotti, di vetri colorati. Tutto quello che trovo nella corte, tutto quello che metto al riparo da un piede straniero.
La corte, piccola, quadrata, è come incastrata entro alte mura. Là vive un mondo. Il sole non vi arriva. In alto, una macchia di cielo risplende. Dai muri cadono dei brandelli di ombra.
Tutto intorno stanno le finestre, le porte del grand hotel Brozi. Da ogni finestra spunta una testa, e ogni giorno è un’altra testa. Non appena arriva un nuovo ospite, si apre la tenda della finestra.
“Vedi piccola signorina? Sono arrivati dei nuovi clienti.”
Il panettiere, che è venuto a rinfrescarsi nella corte, mi indica la finestra con le tende abbassate.
“Probabilmente, sono appena scesi dal treno e si riposano.
- Non farai rumore nella corte, vero, bambina?” mi dice; si porta via una boccata d’aria fresca e rientra svelto in cucina.
Io, rumorosa?
Non avevo tempo per fargli domande: mi avrebbe detto almeno perché sono stanchi tutti questi che arrivano. E’ il treno che corre, non loro!
Il vecchio panettiere sa che ho paura di lui, paura del suo viso infarinato, del suo alto berretto bianco e del suo grande grembiule bianco.
Io, rumorosa?
Non sono seduta sugli ultimi gradini, zitta e buona? C’è n’è già abbastanza di rumore nella corte, anche senza di me. I domestici dell’hotel zampettano qua e là, vanno e vengono: uno esce, l’altro entra. Trascinano, riempiono, svuotano qualcosa. Alcune vecchie donne della via vengono a vendere uova, galline, panna. Ne nasce una vera baraonda.
Le galline chiocciano, il gatto passa tra le gambe; cerca qualcosa da lappare. Il cane arriva come un bolide, la lingua fuori, la coda in aria; spaventa il gallo che cerca di liberarsi dalle mani che lo tengono. Il gatto si nasconde in un angolo.
Per tutta la corte il cane saltella, fiuta come se fosse l’amministratore che deve render conto al proprietario. I domestici si spingono, si insultano.
“Comprate il gallo!” Supplica la venditrice ambulante.
“Ma vattene al diavolo te e il tuo gallo! E’ più vecchio del padre di Abramo!”
“Mio Dio, cosa dici? Che i miei piedi e le mie mani si secchino (inaridiscano) se mento!”
“Esci di qui, vecchia strega! Capisci quel che ti si dice? Lo capisci?...”
La vecchietta e il gallo tra le sue braccia diventano silenziosi. Se ne sta in piedi, aspetta; forse tra poco la collera dell’uomo si smorza? Adesso attacca con qualcun altro.
“Dove ti sei cacciato, diavolo che non sei altro? Hai spinto la botte in pieno fango! Dove? Cosa? Allora hai bevuto, faccia di cane! Ce l’hai col mondo, tu! Aspetta, adesso ti…”
“Hé! Piotr! Stefano!” gridano dalla cucina. “Possiate arrostire tutti e due! Avete pelato le patate? La cuoca aspetta…”
I due ragazzi rientrano correndo.
“Piotr, prendi i gallo con te!” la venditrice ambulante gli corre dietro. “Mostralo in cucina. Fatelo solo arrostire – c’è da leccarsi le dita, vedrete!”
Nessuno l’ascolta. A gridare, le si svuota il cuore. A capo chino, rimette il gallo nel cesto.
“Gla-a-a-ch-a-a! Vieni qui! Dove se-i-i-i? “
Tutto a un tratto, dalla finestra, spunta fuori una voce lunga come un fischio.
“Gla-a-a-ch-a-a! Vieni qui! Dove ti sei persa? La signora del due ti chiama!”
Solo le lavandaie dell’hotel, che stirano la biancheria vicino alle finestre aperte, non s’insultano. Cantano, come se il calore del ferro riscaldasse loro il cuore. A volte, si direbbe che singhiozzino.
La triste melodia si trascina, si protrae senza fine come la pila della biancheria che si ammassa davanti a loro. Tutt’a un tratto, irrompono nella corte le due figlie del proprietario. Ridono con voce stridula. Mi precipito verso di loro.
Dalla loro bocca sembra schizzar fuori del sangue… gamberi appena cotti crocchiano sotto i loro denti.
“Fi! Che fate? “ Sembra che inghiottano topi sanguinolenti.
“Ivan!” gridano tutte e due verso la stalla aperta. “Porta fuori i cavalli, partiamo tra poco!”
Nella scuderia due cavalli nitriscono come per risposta a un richiamo.
Nere, grasse, le groppe risplendono, lucidate. Piccole gocce di sudore scorrono lungo il pelo. Furiosi, scalciano, agitano le criniere; come ciechi, cercano la sacca di avena che il cocchiere ha appeso al muro.
Si sporgono, sprofondano il muso nella sacca di biada, e ci si addormentano. Solo i loro colli lunghi respirano come una proboscide allungata.
Anche i cavalli e gli stivali del cocchiere risplendono di grasso.
Sta in piedi vicino ai suoi animali e li accarezza.
“Ivan!” Mi rivolgo al cocchiere. “Sei appena tornato dalla città?”
“Il piacere è una cosa, il lavoro è un’altra cosa”, dice Ivan. “Non è vero, cavallo mio?” Ivan da all’animale una vigorosa pacca sul fianco.
I due cavalli fanno uscire un occhio dalla sacca, lanciano uno sguardo al cocchiere.
Perché non li lasciano mangiare?
Sventolano la loro furia sulle mosche che sferzano con la coda.
Le zampe sovraeccitate non stanno mai ferme. Le ginocchia si flettono, poi si distendono. Gli zoccoli raschiano il suolo, vogliono esplorare cosa c’è sotto le zampe. Poco fa , galoppavano per la città. In un batter d’occhio, volavano da una via all’altra. E qui, nella scuderia, al minimo movimento, pesanti catene di ferro serpeggiano dietro di loro, quelle stesse pesanti catene che li legano alla trave.
“H-r-r-r.” Nitriscono mangiando.
“Muu-muu-muu.” Dalla stalla, la mucca sente e muggisce.
Non posso trattenermi. Corro da lei. La scuderia, almeno, è aperta: i cavalli hanno sempre l’ aria fresca. La mucca, invece, è rinchiusa come una ladra in una prigione.
Una bella mucca rossa, e ci si vergogna di lei. La stalla scura, sporca, è in fondo alla corte, vicino alle immondizie. I muri sono sottili. Il minimo soffio di vento li attraversa. La pioggia vi gocciola dentro attraverso piccole fessure. Un grande foro nella porta fa da finestra. Di lì, osservo la mucca. E’ distesa, senza forze, il ventre, le membra sprofondano nella lettiera sporca. Un nugolo di mosche la divora. Non si muove, come se fosse un cumulo di immondizie.
E’ davvero così pigra?
In realtà, sente il ronzio delle mosche; di rado, svogliatamente, alza la lunga coda sottile , tutta indurita dal fango e sferza le mosche.
Di tutto il corpo, solo la testa dà segni di vita. A tratti, un orecchio si drizza o l’altro si piega. Coglie ogni rumore che si sente nella corte. Nella sua calma triste, durante tutto il giorno, rumina lentamente un rumore alla volta.
Il muso è umido: piange, gli occhi colmi di lacrime che rimangono nelle palpebre. A volte, qualcuna scivola lungo le narici.
Non posso sopportare il suo sguardo: come una pietra pesante, pesa sul mio cuore, quasi fossi colpevole della sua prigionia.
Dal foro buio, le sussurro: “Muu-muu…”
“Muu-muu.” Mi risponde in modo greve e mi fissa con gioia serena – qualcuno si ricorda di lei.
Ma sa che non potrei mai liberarla, che non potrei aprirle la porta della stalla.
Di nuovo, china tristemente la testa. Se ne sta distesa fino all’ora della mungitura. Non appena fiuta l’odore della crusca che viene innaffiata per lei con acqua bollente, tira su il ventre gonfio, le gambe, le mammelle e si piazza sulla porta.
Se ne sta lì soffiando col naso, aspetta. Ascolta ogni passo. Sente come Sacha taglia e getta nei mastelli grandi pezzi di barbabietole dalle lunghe foglie, di patate, di carote cotte. Sente come la domestica versa l’acqua bollente e rimesta il mangiare perché la mucca non si scotti.
La lingua a penzoloni. Con i corni, sbatte contro la porta. Appena Sacha apre la stalla, la mucca scappa fuori, viva, agile, battendo le zampe, ciondolando le costole. Pezzi di fango secco le cadono giù. Non guarda nessuno. Con il capo chino, attraversa la corte, come se ce l’avesse con tutti. Ma giunta dove si legano i cavalli in mezzo alla corte, mentre passa, da uno spintone. Forse li vuole punzecchiare perché sono più coccolati di lei.
Sprofonda nel mangime fino al collo, lappa l’acqua, mastica il verde. Dalla bocca, cola e scorre fuori tutto. Le guance ciondolanti salgono e scendono. Il ventre si gonfia come un soffietto.
Alla fine, ancora affamata, lecca la tinozza vuota, con la sua lingua formidabile. E la domestica le si avvicina, le da una pacca sul ventre. La mucca si rianima al tocco della mano calda di Sacha, e si lascia mungere.
“Aspetta, Batchutka, non andartene!” - mi dice Sacha - Berrai presto un bicchiere di latte.”
Sacha sa che non posso sentire quando tira le mammelle della mucca e il latte sprizza e cade giù nel secchio, schiumoso, ribollente.
Mi sembra che il latte sappia di sudore.
“No, Sacha. Non ho tempo. Ecco, viene il maestro. Devo andare a lezione”.
Prendine almeno un goccio.
“Ne prenderò domani…”
E ridendo, fuggo via.
Traduzione di Maddalena Cavalleri Gobbi