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mercoledì 21 novembre 2007

Christian Bobin: SOUVERAINETE DU VIDE


Bobin pubblicava Souveraineté du vide, nel lontano 1985 (Fata Morgana), due anni più tardi nel 1987, usciva sempre con la stessa casa editrice, Lettres d’or (entrambi mai pubblicati in Italia).
Oggi, sul mercato francofono, ritroviamo Souveraineté du vide (è un libro sottile di un centinaio di pagine) nell’edizione Gallimard, uscita nel 1995, che ripropone le due opere insieme.
Lo stesso titolo ci introduce nel mondo di Bobin. La trama, se di trama si può parlare, potrebbe essere resa dalle parole che continuamente ritornano: leggere, amare, scrivere, la pagina bianca, inchiostro, luce, infanzia, solitudine, mancanza, attesa. Parole che non solo si irradiano nella sovranità del vuoto, ma che scintillano in tutta l’opera di Bobin. Scrivere, dono, gratuità sono i sudditi di questo vuoto – sovrano della scrittura.
Ma di quale vuoto si tratta? Non è il vuoto dato dall'assenza e dalla perdita di una persona amata. Bobin, mentre scrive queste pagine (siamo negli anni 80), non ha ancora conosciuto il vuoto causato dalla morte. Qui, ci parla di quel vuoto necessario, che ognuno deve fare, per entrare nella propria vita e per poter accostarsi all’altro senza invaderlo con qualcosa che non gli appartiene; quel "qualcosa" che è spesso dentro di noi e che ci impedisce di accogliere la nostra vera vita. Lo scrittore, per primo, deve conoscere questo vuoto, attarversarlo nel silenzio. Tacere prima di.

Se taire: l’avancée en solitude, loin de dessiner une clôture, ouvre la seule et durable et réelle voie d’accès aux autres, à cette altérité qui est en nous et qui est dans les autres comme l’ombre portée d’un astre, solaire, bienveillant.
Tacere: progredire in solitudine, lontano dal disegnare una chiusura, apre la sola e durevole e reale via d’accesso agli altri, a questa alterità che è in noi e che è negli altri come l’ombra portata da un astro, solare, ben disposto.
(Souveraineté du vide, Fata Morgana 1985-Gallimard 1995, pag. 53)

Un tacere che è necessario allo scrivere, perché ne è fondamento. Un esercizio di attenzione e di ascolto profondo. Una mistica del libro. Non la mistica di un libro religioso, ma di un libro pienamente laico. Una voce che sa donare. Sì, perché di dono si tratta. Un dono che avvolge l’ esistenza. Una bontà dello sguardo che non vuole edulcorare la realtà, ma che vuole, come un guardiano, continuare a svelarne la luce, assorbita dal buio della sofferenza e del male. Né morale né insegnamento ma dono. Puro dono.
Souveraineté du vide inizia con un corsivo rivolto a un “vous” che anticipa le tre lettere (i tre capitoletti) che compongono questo librino. L’ “altro”, dunque, per Bobin è fondamentale.
È tutto.
La prima lettera (o il primo capitoletto) inizia così:

Les livres. Ils sont sur ma table Je les ai ouverts, au hasard. Je les ai feuilletés. Un apaisement est venu, dont je ne savais pas avoir besoin. Un bonheur de lire, antérieur à l’acte même de lire. Une lumière dérobée par ce premier regard, distrait, rapide. Une lumière anticipant la lumière enclose dans ces pages. Puis j’ai refermé les livres. Plus tard . La lecture viendrait plus tard, bien plus tard. La nuit convenait mieux, pour lire, la nuit convient mieux, cette égalité enfin établie entre l’obscurité du dedans et l’obscurité du dehors. Je suis parti. Je suis allé me promener, j’ai vu des gens. L’idée m’est venue de vous écrire une lettre, cette lettre, l’idée d’une lettre infinie, sans suite. Interrompue, souvent, comme est interrompue la lecture, comme est révoqué l’état de lecteur, l’état d’absence, par le bruit d’une porte qui se ferme, par l’avancée soudaine de l’aube, par le désastre du sommeil.(Souveraineté du vide, Fata Morgana 1985-Gallimard 1995, pag. 15 Incipit del libro)

I libri. Sono sul mio tavolo. Li ho aperti, a caso. Li ho sfogliati. E’ giunta una quiete: non sapevo di averne bisogno. Una felicità di leggere, anteriore all’atto stesso di leggere. Una luce carpita da questo primo sguardo, distratto, rapido. Una luce che anticipa la luce racchiusa in queste pagine. Poi ho richiuso i libri. Più tardi. La lettura sarebbe giunta più tardi, molto più tardi. La notte era più adatta per leggere, la notte è più adatta, quest’uguaglianza finalmente stabilita tra l’oscurità dentro e l’oscurità fuori. Sono uscito. Sono andato a passeggiare, ho visto della gente. Mi è venuta l’idea di scrivervi una lettera, questa lettera, l’idea di una lettera infinita, senza nesso. Interrotta, spesso, come è interrotta la lettura: come viene revocato lo stato del lettore, lo stato di assenza, dal rumore di una porta che si chiude, dall’irrompere improvviso dell’alba, dal disastro del sonno.
(Traduzione di Maddalena Cavalleri con il sostegno psicologico, affettivo e letterario di Lorenzo Gobbi)


Poche righe più in là, leggiamo…..

L’enfant, le lecteur, pris dans l’apprentissage insomniaque de la vie en société , tenu dans cette bêtise générale par l’obligation faite de parler, toujours, de répondre présent, toujours, car il y a des questions, car il y a des appels, toujours, qui ne s’arrêtent pas de meurtrir le silence qui dort au fond de lui, le beau silence, le silence somnambule. La joie que c’est pour lui, de s’abstraire, d’ouvrir un livre, d’en finir avec toutes sollicitations, avec toutes compagnies, avec tous liens approximatifs. Purification. Entrée en lecture. Entrée en rêverie. Purification.

Lisant, non pas pour savoir, non pas pour apprendre, pour accumuler, pour entasser, pour acquérir. Non, rien de tout cela. Lisant bien plutôt pour oublier, pour se déprendre, pour perdre, pour se perdre. Redevenant seul, infiniment seul.

Assez seul pour ne pas l’être jamais

Les livres établissent les coordonnées, tracent les cartes d’une contrée déserte, vouée à l’amour et aux herbes folles, traversée par des bêtes sauvages et douces, en quête de point d’eau, en quête du point d’eau du sommeil.

Ce toucher des mots, cette irradiation de la voix qui dans l’âme engourdie du lecteur détectent des nappes d’eau vive, des sources de feu: les vrais écrivains sont des sourciers. Des guérisseurs. La main magnétique de celui qui écrit se pose sur le cœur à nu du lecteur, résorbe la fièvre, change le sang en eau.
(Souveraineté du vide, Fata Morgana 1985-Gallimard 1995, pp. 16-17)

Il bambino, il lettore, preso nell’apprendistato insonne della vita in società, tenuto in questa stupidità generale dall’obbligo di parlare, sempre, di rispondere presente, sempre, perché ci sono domande, perché ci sono richiami, sempre, che non smettono di ferire il silenzio che dorme dentro di lui, il bel silenzio, il silenzio sonnambulo. Che gioia per lui distrarsi, aprire un libro, lasciare andare le sollecitazioni, le compagnie, i legami approssimativi. Purificarsi. Entrare nella lettura. Vagare nel sogno. Purificarsi.

Leggere, non per sapere, non per imparare, non per accumulare, per ammassare, per acquisire. No, nulla di tutto ciò. Leggere piuttosto per dimenticare, per liberarsi, per perdere, per perdersi. Tornare solo, infinitamente solo.

Abbastanza solo per non esserlo mai.

I libri stabiliscono le coordinate, disegnano le mappe di una contrada deserta, votata all’amore e alle erbe folli, attraversata da animali selvaggi e dolci , in cerca di un punto d’acqua, in cerca del punto d’acqua del sonno.

Questo tocco delle parole, questa irradiazione della voce che nell’anima intorpidita del lettore rivela falde d’acqua viva, fonti di fuoco: i veri scrittori sono dei rabdomanti. Dei guaritori. La mano magnetica di colui che scrive si posa sul cuore nudo del lettore, riassorbe la febbre, tramuta il sangue in acqua.
(Traduzione di Maddalena Cavalleri con il sostegno psicologico, affettivo e letterario di Lorenzo Gobbi)


Gli spazi vuoti, che caratterizzano la maggior parte dei libri meditativi di Bobin, sono l’espressione concreta di questo vuoto. Una pausa necessaria. Un ritirarsi della parola. Uno spazio bianco, incontaminato.

venerdì 2 novembre 2007

L’INFANZIA E L’ATTENZIONE SONO INCHIOSTRO PER I LIBRI DI CHRISTIAN BOBIN.

Leggendo le prime pubblicazioni, che risalgono ormai a più di vent’ani fa, ci si rende conto che Bobin è hanté, ossessionato dalle ragioni dello scrivere e del leggere. I suoi scritti sono pieni di definizioni al riguardo. Egli non vuole proprio appartenere alla categoria degli scrittori “professionisti”: ovvero a quelle persone che sentono di aver raggiunto un traguardo e, per questo, si pongono al di sopra degli altri e della stessa vita. Per lui lo scrivere non è un mestiere e se lo si vuole considerare tale allora c’est un métier d’enfant. L’infanzia è fondamentale perché è il regno dell’attenzione – come l’intendeva Cristina Campo. “Se ci fosse per me una saggezza, - scrive Bobin - sarebbe l’arte di esserci pienamente, con un’attenzione estrema, costante. E’ per questo che i bambini mi affascinano, per questo dono che hanno di esserci pienamente nel puro presente. Ho una profonda complicità con loro.»[1] Il bambino è in grado di vedere. L’adulto – ognuno di noi ne fa esperienza - di rado. Bobin ci invita, con garbo e delicatezza, a riconoscere il valore della nostra vita. Parole come “luce”, “gioia”, “presenza pura” sembrano essere disseminate nei suoi libri in modo così vasto quasi a voler accompagnare, con estrema delicatezza, chi legge, a se stesso; all’attenzione, all’importanza dell’esserci pienamente: alla purezza dello sguardo.
Di una giovane donna che vive una vita che non è la sua, scrive: “Ora, tutto quello che aveva vissuto era avvenuto in sua assenza, lontano da lei. È una cosa che accade spesso: si può rimanere per dieci anni celibi in un matrimonio. Si può parlare per delle ore senza dire una parola. Si può andare a letto con la terra intera e rimanere vergini.”[2]
Si può dichiarare al mondo “sono uno scrittore!”, si possono pubblicare anche dei libri, ma non è questo che fa, secondo Bobin (e qui si può essere d’accordo oppure no), uno scrittore. Per lo meno non per lui.
Tra le tantissime frasi disseminate nei suoi libri a questo proposito, ne scelgo solo alcune:

Ho impiegato 43 anni per pensare e pronunciare questa frase: faccio lo scrittore” (La lumière du monde)
Io attendo sempre una presenza: la mia e quella dell’altro” (La lumière du monde)
Non si scrive per diventare scrittore. Si scrive per raggiungere in silenzio quest’amore che manca ad ogni amore”. (La part manquante)
Ciò che impariamo dai libri, è la grammatica del silenzio, la lezione di luce
I giorni in cui non scrivo sono quelli più numerosi” (L’épuisement)
Quando inizio a scrivere, la scrittura è già là, pronta, aspetta solo di essere ricopiata. Altrimenti è inutile – inutile cercarla, chiamarla, volerla.” (L’épuisement)
Preferisco la vita alla scrittura. Amo la scrittura quando è al servizio della vita. Leggere per divenire colti, che brutta cosa. Leggere per riunire la propria anima nella prospettiva di un nuovo slancio, che cosa meravigliosa.” (L’épuisement)

Bobin non ama una scrittura autoreferenziale: niente orpelli né narcisismi o intellettualismi: una persona che ha il dono dello scrivere non si deve prender troppo sul serio e porre la propria scrittura, ma anche la scrittura in generale, al di sopra della stessa vita. Egli sembra voler difendere soprattutto se stesso da questo rischio:
un passero si è posato sul bordo della finestra, mi ha guardato con curiosità non priva di canzonatura, chiedendosi cosa potesse occuparmi così tanto. E’ volato via quando ha capito che si trattava soltanto della scrittura di un libro” (Ressusciter)

Ma un vero scrittore è qualcuno che viene a casa mia e che scosta dal mio tavolo le cose che mi impedivano di vedere[3]. È ciò che Rilke compie a casa della protagonista del racconto Una storia che nessuno voleva

Io vivo, come tutte le persone di questa città, dentro il gigante (le officine Schneider n.d.r.), in una parte del suo corpo, all’estremità di un suo dito, poiché il mio appartamento si trova in una delle periferie della città. E scrivo. E sono incapace di prendere sul serio questa attività che è da sei anni, l’unica della mia vita che mi dà abbastanza denaro per vivere e dormire un vero sonno, profondo. Ieri sono andato a pagare le tasse. Davanti a me c’era un disoccupato. Stavo per pagare e quello che avrei pagato non avrebbe tolto nulla al mio sonno. Lui, più o meno della mia età, chiedeva che non gli prendessero quel poco che gli rimaneva. Perché c’è una tale differenza tra le persone? Tra le loro fortune? Non mi dispiace vedere i miei libri portarmi pane e sonno. Prendo quel che mi danno. Ma vedendo quell’uomo ho pensato che non sopportavo gli scrittori quando parlano, con l’aria dei martiri, della sofferenza dello scrivere, della difficoltà del loro lavoro. Un lavoro è quello che un giorno può esservi tolto. Conosco scrittori poveri, ma non ne conosco nessuno disoccupato: privato dello scrivere – e dunque della gioia, perché, non raccontiamo storie, quella di scrivere è una gioia pura, e qualsiasi altro discorso al riguardo è disgustoso. [4]

Inutile aggiungere che concordo pienamente.

[1] Christian Bobin, La lumière du monde. Paroles réveillées et recueillies par Lydie Dattas, "Collection Folio" Gallimard, Paris 2001, p.111 «S’il y avait pour moi une sagesse, ce serait: l’art d’être là pleinement, avec une attention extrême, soutenue. C’est pour cela que les enfants me fascinent, par ce don qu’ils ont d’être pleinement là, dans le pur présent. J’ai une profonde complicité avec eux»
[2] Christian Bobin, L’inéspérée, Editions Gallimard 1994, p. 88
[3] Christian Bobin, La lumière du monde, 2001 p.73.
[4] Christian Bobin, Autoritratto, San Paolo 1999, p.64

giovedì 1 novembre 2007

LO SCRITTORE (primo racconto) di Christian Bobin da La parte mancante


Christian Bobin, L'écrivain, nel suo vol. La part manquante, "Collection Folio" Gallimard, Paris 1989, pp. 93-99.
Traduzione di Maddalena Cavalleri con la collaborazione di Lorenzo Gobbi.

Il arrive par le train. Il emmène avec lui quelques textes, dans un cartable d’écolier. La lecture est prévue dans un petit théâtre. Il ne monte pas sur la scène. Il se tient debout, dans la première rangée de chaises. Vous êtes assis près de lui. Vous regardez le corps nonchalant, le visage rugueux, tempéré par les mots. À certains moments de la lecture vous ne le voyez plus. Vous ne voyez plus qu’une parole lumineuse. D’autres fois c’est l’inverse. La présence silencieuse recouvre tous les mots. La présence immédiate de chair, de souffle et de fatigue. Le poids de l’ombre. Il a des vêtements simples comme quand on reste chez soi, comme quand plus personne n’est là pour dire à l’enfant de soigner son image, de faire briller son nom. Mais enfin tu ne vas pas sortir comme ça. Il est donc venu comme ça de son enfance, jusqu’à ce soir. Négligé dans sa tenue, précis dans son regard. Les choses qu’il écrit sont fragiles. Il les porte doucement dans le clair de sa voix. De temps en temps il s’interrompt. Il regarde autour de lui. Il y a là moins de vingt personnes. Il est là très près du dérisoire, de la pensée d’une fatigue, d’une pensée fatiguée. Il est là très près de l’essentiel, de cette chose évidente jamais dite pour elle-même: la solitude de toute parole, l’éphémère de toute beauté. Parfois la beauté illumine une voix. La simple beauté de chaque jour dans la vie. Elle éclaire le sang. Elle fait des mots une seule flambée puis s’effondre aussitôt dans le monde - comme un météore sur des terres froides, inhabitées. Et tout est à reprendre. Et tout est à refaire. Il parle doucement. Il a cette courtoisie des contemplatifs, cette douceur farouche de ceux qui n’en ont jamais fait qu’à leur guise, que suivant une pensée d’eux-mêmes dans leurs jours, une pensée non apprise, solitaire. Sa violence est endormie dans sa voix. Elle remue légèrement sous les mots. Sa violence est à ses cotés, comme un enfant que l’on fait patienter près de soi. Il a cinquante ans. C’est l’âge où un homme entreprend l’inventaire de ses biens. C’est quoi, réussir sa vie. Ce qu’on gagne dans le monde, on le perd dans sa vie. Lui, il n’a rien. Il joue depuis l’enfance, sans gains ni pertes. Il élève des cubes de silence sur la page. Il bâtit des châteaux de lumière, il contemple des lézards d’encre bleue. C’est quoi, réussir sa vie, sinon cela, cet entêtement d’une enfance, cette fidélité simple : ne jamais aller plus loin que ce qui vous enchante à ce jour, à cette heure. Emprunter ce chemin qu’on ne suit qu’à s’y perdre. Il n’y a pas d’apprentissage de la vie. Il n’y a pas plus d’apprentissage de la vie que d’expérience de la mort. La rupture avec soi est le plus court chemin pour aller à soi. La rupture avec le tout du monde et de l’âge. À l’école on apprend à s’asseoir sur un banc. Celui-ci ou celui-là. On apprend à obéir pour la suite de sa vie au rang gagné, à la place attribuée dans l’enfance. L’écrivain, c’est celui qui ne gagne aucune place – pas même la dernière. Celui qui se tient comme ça, debout, dans un rang de chaises vides. À nommer le feu d’une voix glacée. Quand c’est fini, quand une fois il a lu au désert, souri dans le vide, vous le quittez sans une parole. Vous emmenez avec vous quelques mots à lui dire, que vous ne trouvez pas. Ce qui vous a touché ce soir-là demeure longtemps hors d’atteinte. En le cherchant vous rendez impossible de le trouver. Vous avez besoin d’un oubli pour l’atteindre. Vous avez besoin de la nuit pour y voir. Ce n’est qu’au terme de plusieurs mois que vous découvrez la vérité de ce soir-là. La vérité de dire, comme celle de taire. La vérité est devant vous, dans le sous-sol d’une maison de retraite. En haut se trouvent les cuisines. Des tuyaux percent le plafond. Un jour gris entre par une petite fenêtre. La vérité est sur des tréteaux dans un cercueil encore ouvert. La vérité a le visage d’un mort. C’est un visage retourné comme un gant. Un visage sans dedans ni dehors. Un mort c’est comme personne. Un mort c’est comme tout le monde. Tout va vers ce visage, comme vers sa perfection. La peur, l’attente, la colère, l’espérance de l’amour et les soucis d’argent, tout va vers ce visage comme vers un dernier mot. Le mort se tait pour dire en une seule fois. Le mort dit vrai en ne disant plus et si, sur lui, l’on jette tant de silence, c’est pour ne rien entendre. Vous regardez. Vous pensez à cette phrase lue l’autre soir par l’écrivain: à mon age, je paye pour chaque mot. Il y a très peu de différence entre mourir et écrire . Il y a si peu de différence que, pendant un instant, vous n’en découvrez plus aucune. L’écrivain c’est l’état indifférencié de la personne, la nudité indifférente de l’âme. De l’âme comme regard. De l’âme comme absence. Celui qui écrit s’en va plus loin que soi. Il avance à pas de neige. Il parle à mots de loup. Il va vers la parole faible. Il va vers la parole nue, retournée comme un gant. Il éclaire en parlant sa propre absence. Derrière nous se tient un ange. Il est né avec notre naissance. Il grandit et s’épuise avec nous. Au début c’est un jeune homme, presque un enfant. Bientôt c’est un adulte, quelqu’un qui cherche à économiser son souffle. Il tient une hache dans ses mains. Il attend. Jour et nuit, sans murmurer le moindre reproche, sans formuler aucun souhait, il attend. Il ne nous oublie jamais. Le sommeil ni l’amour ne le distraient. Une telle présence, sans défaut. Une telle fidélité, sans amour. Écrire c’est faire retentir sur la neige chaque pas de l’ange. Écrire c’est par instants se retourner, et voir l’éclair de la hache haut levée, d’un seul coup la fin de l’énigme.


Arriva in treno. Porta con sé alcuni testi, in una cartella di scolaro. La lettura è prevista in un piccolo teatro. Non sale sulla scena. Resta in piedi, tra le sedie della prima fila. Siete seduti vicino a lui. Lo guardate: il corpo indolente, il viso rugoso, addolcito dalle parole. In certi momenti, mentre legge, non lo vedete più. Vedete soltanto una parola luminosa. Altre volte, è il contrario. La presenza silenziosa copre le parole. La presenza immediata di carne, di respiro e di fatica. Il peso dell’ombra. Indossa vestiti semplici, come quando si resta a casa e più nessuno è lì per dire a un bimbo di prendersi cura della propria immagine e dare luce al proprio nome. Ma dai, non vorrai mica uscire così. Eh, sì: dall’infanzia fino a questa sera, è giunto così. Trascurato nel vestire, preciso nello sguardo. Le cose che scrive sono fragili. Piano piano le porta nel chiaro della voce. Di tanto in tanto si interrompe. Guarda attorno a sé. Ci sono meno di venti persone. È molto vicino all’irrisorio, al pensiero di una fatica, a un pensiero affaticato. È molto vicino all’esenziale, a questa cosa evidente mai detta per se stessa: la solitudine di ogni parola, l’effimero di ogni bellezza. A volte, la bellezza illumina una voce. La semplice bellezza di ciascun giorno nella vita. Rischiara il sangue. Fa delle parole una sola fiammata per frantumarsi subito nel mondo – come una meteora su terre fredde, inabitate. E tutto è da riprendere. E tutto è da rifare. Parla piano. Ha la cortesia dei contemplativi, la dolcezza scontrosa di coloro che hanno sempre fatto di testa propria, seguendo un pensiero tutto loro giorno dopo giorno, un pensiero non appreso, solitario. Ciò che esiste di violento in lui è assopito nella voce. Si agita appena sotto le parole. Se ne sta lì, come un bimbo che attenda con pazienza vicino a noi. Ha cinquant’anni. È l’età in cui un uomo inizia l’inventario dei propri beni. Cos’è, riuscire nella vita. Ciò che guadagniamo nel mondo, lo perdiamo nella vita. Lui, non ha nulla. Gioca sin dall’infanzia, senza vincite né perdite. Innalza cubi di silenzio sulla pagina. Costruisce castelli di luce, contempla lucertole d’inchiostro blu. Cos’è riuscire nella vita se non questa caparbietà d’infanzia, questa fedeltà semplice: mai andare oltre ciò che ci incanta nel giorno, nell’ora. Fare propria questa strada, fin là dove ci si perde. Non c’è un modo di imparare a vivere. Non c’è un modo di imparare a vivere se non nell’esperienza della morte. La rottura con se stessi è la strada più breve per giungere a se stessi. La rottura con tutto ciò che esiste e con le sue diverse età. A scuola impariamo a sederci in un banco. Questo o quello. Impariamo a obbedire per il resto della nostra vita alla fila guadagnata, al posto attribuito nell’infanzia. Lo scrittore è colui che non guadagna alcun posto – nemmeno l’ultimo. Colui che resta in piedi, così, in una fila di sedie vuote. A nominare il fuoco con voce raggelata. Alla fine, dopo che ha letto al deserto, sorriso nel vuoto, lo lasciate senza una parola. Portate con voi qualche parola da dirgli, che non trovate. Ciò che vi ha colpito in quella sera rimane in voi a lungo, irraggiungibile. Cercandolo, fate sì che sia impossibile trovarlo. Avete bisogno di un oblio, per raggiungerlo. Avete bisogno della notte per vederci. Soltanto alla fine di molti mesi scoprite la verità di quella sera. La verità di dire, come quella di tacere. La verità è davanti a voi, nel seminterrato di una casa di riposo. In alto, si trovano le cucine. Dei tubi traforano il soffitto. Un giorno grigio entra da una piccola finestra. La verità è su dei cavalletti, in una bara ancora aperta. La verità ha il viso di un morto. E’ un viso tramutato. Un viso senza il dentro né il fuori. Un morto è come nessuno. Un morto è come tutti. Tutto va verso quel viso come verso la propria perfezione. La paura, l’attesa, la collera, la speranza dell’amore e la preoccupazione del denaro, tutto va verso quel viso come verso un’ultima parola. Il morto tace per dire in una sola volta. Il morto dice il vero non dicendo più: se lo avvolgiamo di un silenzio così vasto, è per non sentire nulla. Voi guardate. Pensate alla frase letta l’altra sera dallo scrittore: alla mia età, pago per ogni parola. C’è pochissima differenza tra morire e scrivere. C’è così poca differenza che, per un istante, non ne scoprite più alcuna. Lo scrittore è lo stato indifferenziato della persona, la nudità indifferente dell’anima. Dell’anima come sguardo. Dell’anima come assenza. Colui che scrive va oltre se stesso. Viene avanti a passo di neve. Parla con parole di lupo. Va verso la parola debole. Va verso la parola nuda, tramutata. Parlando, rischiara la propria assenza. Dietro di noi, un angelo. È nato con la nostra nascita. Cresce e viene meno con noi. All’inizio è un ragazzo, quasi un bambino. Presto è un adulto, qualcuno che si sforza di risparmiare il fiato. Tiene una scure nelle mani. Attende. Giorno e notte, senza sussurrare il minimo rimprovero, senza formulare alcun augurio, attende. Non si dimentica mai di noi. Né il sonno né l’amore lo distraggono. La sua presenza: senza imperfezione. La sua fedeltà: senza amore. Scrivere è far risuonare sulla neve ogni passo dell’angelo. Scrivere è, a tratti, voltarsi indietro, e vedere il bagliore della scure sollevata in alto, d’un colpo solo la fine dell’enigma.

L'ALTRO E' TUTTO. Per introdurre Christian Bobin

La lettura di Christian Bobin è più che una lettura: è una conversazione profonda, intima, amica. Ci accompagna, non invade, ci lascia liberi. Bobin nutre un profondo rispetto per tutto. L’altro è tutto. “Io attendo sempre una presenza: la mia e quella dell’altro”[1]. Scrivere è gratuità, dono: “Non si scrive per diventare scrittore. Si scrive per raggiungere in silenzio quest’amore che manca ad ogni amore”[2]. Leggere è purificarsi. E’ dimorare nel silenzio: “Ciò che impariamo dai libri, è la grammatica del silenzio, la lezione di luce”[3]. Bobin, a volte, indica un albero, un fiore. Lo fa con gentilezza estrema, con la forza e la virilità dell’uomo che ha attraversato il dolore, la morte, la paura. E proprio per questo resta un innamorato della bellezza. Della bellezza che raccoglie e accoglie tanta vita. Autore discreto: senza maschere. A volte parla di sé, di ciò che gli accade: in modo esplicito o più nascosto. Spesso sono episodi dolorosi: la malattia del padre[4]; il dolore per la morte di Ghislaine, una cara amica, madre di tre bambini, scomparsa improvvisamente per un aneurisma al cervello[5]. Racconta le giornate di quella solitudine in Autoportrait au radiateur[6], un diario che inizia il 6 aprile 1996, vigilia di Pasqua, e si conclude il 21 marzo 1997: uno sguardo quotidiano sulla vita, sulla morte. Non è sempre facile riassumere le storie che narra: ciò che colpisce è la voce. Una voce garbata, discreta e rispettosa. Uomo schivo, appartato, lontano dalle luci della ribalta: “un eremita”, “un mistico in comunione con la natura” – solo alcuni dei tanti appellativi. Leggiamo su Lire del ‘97: “l’apostolo del dettaglio”, “l’innamorato del filo d’erba”. Immagini che danno appena un’idea del mondo che ci viene incontro quando conversiamo con lui.
Christian Bobin nasce nel 1951 in una cittadina della Borgogna, Le Creusot, da cui non si è mai allontanato: è un autore ancora poco conosciuto in Italia dove, però, ha un pubblico di fedelissimi. Oltralpe, molti dei suoi libri sono pubblicati dalla prestigiosa Gallimard, che lo ha portato al successo nel '92 con Le Très-bas[7], una rilettura di Francesco d’Assisi, intima, familiare. Pubblicava - e ancora continua – anche con piccole case editrici francesi quali Fata Morgana, Lettres vives, Le Temps qu’il fait. Oggi - scrive Pascale Frey su Lire - ogni volta che pubblica un libro, eccolo in testa alle migliori vendite. In Italia, sono stati tradotti solo una minima parte dei suoi scritti dalle Edizioni San Paolo, Qiqajon, Gribaudi, Archinto e Perosini e Servitium. Quest’ultima casa editrice, insieme a Città Aperta, sta contribuendo, in modo significativo, alla diffusione delle opere di Bobin e noi ci auguriamo che questo blog, il cui nome riprende il titolo del suo ultimo libro (Une bibliothèque de nuages, Lettres vives 206) possa fare altrettanto.

“Da uno scrittore mi aspetto soltanto quello che ho ricevuto dai miei genitori: che mi consoli, mi illumini, mi aiuti a crescere e a separarmi da lui. Le vecchie canzoni francesi mi hanno donato davvero tanto”[8].

un sito di riferimento per approfondire questo autore è: http://profile.myspace.com/index.cfm?fuseaction=user.viewprofile&friendid=263968766


[1] Christian Bobin, La lumière du monde. Paroles réveillées et recueillies par Lydie Dattas, "Collection Folio" Gallimard, Paris 2001, p. 78:"Moi, j’attends toujours une présence: la mienne et celle de l’autre".
[2] Christian Bobin, La part manquante, "Collection Folio" Gallimard, Paris 1989, p. 26: "Ce n’est pas pour devenir écrivain qu’on écrit. C’est pour rejoindre en silence cet amour qui manque à tout amour".
[3] Christian Bobin, La part manquante, p. 24: "Ce qu’on apprend dans les livres, c’est la grammaire du silence, la leçon de lumière".
[4] Christian Bobin, La présence pure, Le temps qu’il fait, Cognac 1999 (tr. it. Presenze, traduz. di G. Dotti, nota introduttiva di L. Gobbi, Perosini, Verona 2000).
[5] Christian Bobin, La plus que vive, "Collection Folio" Gallimard, Paris 1996 (tr. it. Più viva che mai, traduz. di B. Pistocchi, San Paolo, Cinisello Balsamo 1998).
[6] Christian Bobin, Autoportrait au radiateur, "NRF" Gallimard, Paris 1997 (tr. it. Autoritratto, traduz. di V. Pignatta, San Paolo, Cinisello Balsamo 1999).
[7] Christian Bobin, Le Très-bas, "Collection Folio" Gallimard, Paris 1992 (tr. it. Francesco e l’infinitamente piccolo, traduz. di G. Troisi Spagnoli, San Paolo, Cinisello Balsamo 1994).
[8] Christian Bobin, La lumière du monde. Paroles réveillées et recueillies par Lydie Dattas, "Collection Folio" Gallimard, Paris 2001, p.79: "Je n’attends rien d’autre d’un écrivain que ce que j’ai reçu de mes parents: qu’il me console, m’éclaire, m’aide à grandir et à me séparer de lui. Les vieilles chansons françaises m’ont énormément donné".