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giovedì 1 novembre 2007
VITA SOTTERRANEA (quinto racconto) di Christian Bobin da Une petite robe de fête (Mille candele danzanti)
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Scrive. Quaderni di ogni colore. Inchiostri di ogni sangue. Scrive di sera, non sarebbe possibile altrimenti. Dopo la spesa, il bagno del piccolo, le lezioni da far ripetere ad alta voce. Scrive sulla tavola sparecchiata. Lontano nella sera. Tardi nella parola. Quando il bambino l’abbandona per il minimo guadagno di un sonno o di un gioco. Quando coloro che nutre non sanno più nulla di lei. Quando è irraggiungibile persino a se stessa: sola davanti alla pagina. Insignificante davanti all’eterno. Molte donne scrivono così, nelle loro case gelate. Nella loro vita sotterranea. Molte che non pubblicano. La mia vita mi fa soffrire. Di giorno la mia vita mi uccide, di notte io uccido la mia vita. Mi aspettavo di essere regina. So solo mendicare. Volevo vivere di un amore puro. Muoio di una ferita sporca. Eppure sono qui: indenne. Soffro per la mia vita intatta dentro la mia vita in rovina. Muoio per la sovrabbondanza di canto tra le pochissime foglie. Procede nella sua vita come una cieca. Procede nella scrittura come una primavera. Di tanto in tanto, vi mostra un quaderno. Ciascuna delle frasi colpisce, come di fioretto: la punta affilata penetra negli occhi alla perfezione. Ciò che vi colpisce è un mistero. È là ed è altrove. Un giorno scrive. Un altro giorno non scrive più. Questo giorno dura anni. È l’ultimo nato a portare via questo tempo. Rovescia il latte dai calamai. Fascia il bambino nelle pagine bianche. Gli cede tutte le sue frasi e lui ne fa ombre cinesi, grida, risa: qualsiasi cosa. Gli dona il suo bene più prezioso: la voce - e lui ne fa un giocattolo docile, meravigliosamente malleabile. Si affeziona al bambino grazie a tutto ciò che gli dona: i quaderni, la solitudine, il silenzio. Tutto. Contempla la distesa delle fatiche che cresce di giorno in giorno. Sorride. Si potrebbe addirittura parlare di felicità. Una specie singolare di felicità. Una maniera di essere felice che non impedisce la sofferenza e non ostacola la disperazione che già c’è. Un giunco sulle rive di acque scure. Vive nell’incessante preoccupazione del figlio, nella veglia insonne. Per tutti coloro che l’avvicinano, lei vive in questa preoccupazione. L’ ha imparato da piccola. Una seconda natura, più forte della sua stessa natura. È il suo modo di amare, non ne conosce altri: un amore di pura perdita. Un amore che sopravvive ad ogni fine. Un amore che sopravvive all’amore. Il bambino diventa grande, si fortifica grazie a lei. I primi passi, le prime parole. Le ore di scuola. Allora ritorna ai suoi quaderni. Prima lentamente. Come di nascosto. Colpevole, furtiva. Nelle prime pagine, incolla fotografie del piccolo. Poi, un po’ più in là, frammenti di pittura. Vicino, a volte, una frase da un libro amato. Un ciottolo nell’acqua viva delle letture. Le immagini si fanno più rare. Le frasi diventano più grandi. Sempre citazioni – che a volte corregge. Scrive e modifica. Questo è Paul Eluard, modificato. E questo, Apollinaire: anche lui, modificato. Cambia una parola, esilia una virgola per raggiungere una freschezza più grande. La convalescenza va avanti. L’ innesto prende bene. Ritrova a poco a poco la sua voce, un tempo coperta dalle altre. Finalmente, è solo lei che scrive. Sola, canta. Disperata, ride. Il bambino dorme nella camera accanto. Il bambino che presto la lascerà. L’amore che inevitabilmente la ucciderà. Perché tutti sogniamo, lei scrive. Perché sogniamo una vita tanto più vera quanto più ci manca, tanto più chiara quanto più brucia. Il figlio non entra in questa vita, né il marito e nemmeno lei. È una vita che non si ha, eppure è la sola. Scrive per averla. Scrive per il pane quotidiano, quello che non viene mai donato. Il pane di silenzio, la mollica di luce. Il grano d’inchiostro. Ci innamoriamo del suo stile, come ci innamoreremmo di lei. È la stessa cosa. Lo stesso fiume sotto il foglio bianco, sotto il vestito rosso. Sta davanti alla parola come davanti allo specchio delle leggende. Nell’infanzia, contemplava il cielo in una pozzanghera d’acqua. Il suo cuore si lasciava catturare dalle luci più semplici. È questo che trova nella scrittura. È questo che trova nella lettura. Legge molto, romanzi. I libri sono come acqua di fontana. Avvicina il suo volto per rinfrescarlo. Non c’è alcuna differenza tra la lettura e la scrittura. Lei che legge è autore di ciò che legge. A volte l’autore è discontinuo: si stanca della sua lettura come quando si dorme di un sonno laborioso, estenuante. Siccome è saggia e i suoi genitori hanno posto in lei quest’obbedienza di saggezza, questa menzogna del dovere, va fino in fondo al libro: non sa lasciar lì un cattivo libro, più di quanto non sappia abbandonare un cattivo marito. Pazienza: resta, va fino all’ultima pagina, fino alla fine dei tempi. Il marito spesso si stupisce: ancora un romanzo. Lei non risponde. Del resto provate a rispondere a questa domanda: perché leggi dei romanzi, perché questa mania da donna, questo tempo sprecato a leggere. Chi saprebbe capire la vera risposta: leggo per far posto al dolore. Leggo per vedere, per vedere bene – meglio che nella vita – il dolore scintillante di vivere. Non leggo per essere consolata, perché sono inconsolabile. Non leggo per capire, perché non c’è niente da capire. Leggo per vedere la vita in sofferenza nella mia vita – semplicemente vedere. Si, provate dunque a rispondere a questo. Il dolore nella vita delle donne è come un gatto che si intrufola tra le gambe quando stirano la biancheria, rifanno i letti, aprono le finestre, sbucciano una mela. Un gatto che a volte prende il loro cuore, lo fa rotolare per parecchi metri, lo tiene tra gli artigli e ci gioca come fosse un topo che sta per morire. Questo gatto è nella vita delle donne anche quando le lascia in pace. Sanno che è là, in un angolo. Non lo dimenticano mai. Persino nella gioia lo sentono respirare, come si percepisce il canto di una sorgente sotto i rumori della foresta. Gli uomini non lasciano che la sofferenza dimori in loro. Non appena ne intuiscono la presenza, la espellono nella violenza, nella collera, nel lavoro. Le donne, loro, la ricevono come un gatto affamato che ha bisogno per riprendere a vivere di distruggerle. Non si muovono. Lasciano fare e, per occupare il tempo morto delle sofferenze, aprono un libro, un romanzo, ancora un romanzo. Ciò che vi trovano, è ciò che è in ciascuno dei loro giorni: la speranza e le macerie, l’inquietudine e la grazia, l’eterna piaga di vivere, un gatto misero, cacciato da ogni luogo, raccolto là, addormentato sulla pagina, i fianchi magri, un principe nero di dolore. Quando non scrive nei quaderni, quando non legge negli specchi, guarda gli uomini che le si avvicinano. Riserva loro maniere brucianti e fredde. Seduce senza conoscere la sua seduzione, seduce in ragione di questa non-conoscenza. È come stanca di piacere, stanca di voi, di sé e di tutto: presente, è assente. È nell’ombra, rivolta verso l’infanzia. A vent’anni portava lunghi capelli neri. Un fiume sulle spalle. Un’armatura di dolcezza. Forse è questo che cerca nei quaderni che dormono: l’antico volto, l’immagine aperta. Un pettine di parole sull’inchiostro nero. Forse è questo, o qualcos’altro. E anche nulla. C’è bisogno di così poco, per scrivere. C’è solo bisogno di una vita povera, così povera da non interessare a nessuno, che trova asilo in dio o nelle cose. Un’abbondanza di nulla. Una vita contraria a quelle che sono perdute nel loro stesso frastuono, piene di rumori e di porte. Si scrive male con vite simili. Non c’è nulla di interessante da raccontare. Si può vedere bene, solo nell’assenza. Si può parlare bene, solo nella mancanza. Si può, per vedere il volto puro della mendicante, solamente voltare le pagine di un quaderno, guardare queste scritture che si ammassano la sera: l’eredità favolosa che cresce nel sonno del bambino.
LO SCRITTORE E LA PARTE MANCANTE: percorso al femminile tra alcuni racconti di Christian Bobin
Qualche anno fa, avevo preparato per una serata un percorso al femminile mettendo uno in fila all’altro sei raccontini tratti da opere diverse. I sei brevi racconti tratteggiano un viaggio ideale tra i temi più cari a Bobin: la scrittura, i libri, la figura femminile, l’amore. Un amore spesso lacerato, che fatica a esistere. Le donne che ci presenta vivono storie molto dolorose, fatte di abbandono, solitudine. La figura femminile che emerge è una figura sofferta, ma che porta in sé la bellezza del mondo. A volte, la realtà che ci racconta sembra sia l’unica realtà possibile, ma basta seguirlo in tutti i suoi scritti per rendersi conto che i suoi ritratti sono come i dipinti: immortalano un attimo, assolutizzano un momento. Bobin non vuole dichiarare nessuna verità costituita. Noi tutti sappiamo che la vita è in continuo divenire, che ogni giorno si colora di tante luci diverse.
I brani tradotti sono tratti, per lo più, da alcuni libri inediti in Italia. Si tratta di La part manquante 1989 (11 sezioni) da pochissimo pubblicato dalla casa editrice Servitium– Une petite robe de fête 1991 (9 sezioni) – L’inespérée 1994 (11 sezioni).
Tutti e tre i libri fanno parte della prima produzione di Bobin: sono composti da una serie di brevi racconti. Si tratta di testi autonomi l’uno dall’altro che parlano dello scrivere, della lettura, della solitudine, dell’amore, del dolore, dell’attesa, dell’infanzia, e di altro ancora. Tra tutte le presenze la dominante è senz’altro quella femminile. Se infatti osserviamo le copertine scelte dall’editore Gallimard per questi tre librini, vediamo fotografie di giovani donne in bianco e nero scattate dal fotografo Edouard Boubat (con cui Bobin ha scritto un libro edito da Gallimard, Donne –moi quelque chose qui ne meurt pas).
Ecco perché, tra i testi che ho scelto, c’è sempre una figura femminile, fatta eccezione per il primo brano che è per eccellenza l’icona dello scrittore.
L’ultimo brano (Mi sono alzata a metà della cena), chiude idealmente il nostro percorso che vede lo scrittore, la figura femminile e la scrittura uniti saldamente insieme.
1) Se nel primo (Uno scrittore) vedremo uno scrittore mentre presenta alcuni suoi testi,
2) nel secondo (Una storia che nessuno voleva) lo vedremo mentre corrisponde con una giovane autrice di cui ha ricevuto il manoscritto,
3) nel terzo (Mina), mentre prova a fare un ritratto di donna,
4) nel quarto (La parte mancante) mentre dipinge l’icona della giovane madre,
5) nel quinto (Vita sotterranea) mentre si avvicina al mondo sommerso delle donne che scrivono senza pubblicare.
6) Nel sesto e ultimo brano (Mi sono alzata a metà della cena), invece, incontreremo uno scrittore e filosofo, malato e solo, ormai vicino alla morte, invitato a cena da una giovane donna. Sarà lei a donargli l’unico bene prezioso, il più prezioso, perché gratuito e perché nascosto.
“Mi sono alzata a metà della cena, sono andata in giardino e ho tagliato una rosa per offrirgliela, per metterla tra quelle sue mani. Ed è come sempre, lo sapete bene: non è colei che dona, è colui che riceve che fa l’offerta più grande.”
(Je me suis levée au milieu du repas)
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