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sabato 22 marzo 2008

LUCI ACCESE di BELLA CHAGALL: cap.XX LA VIGILIA DI PASQUA

LA VIGILIA DI PASQUA (cap. XX)
brano tratto da Lumières allumées di Bella Chagall, ed. Trois collines, 1948, tradotto da Maddalena Cavalleri con la collaborazione di Lorenzo Gobbi (in questo blog si può trovare il brano che racconta Il banchetto di Pasqua)
La prima a essere catturata dal vortice della Pasqua è Hava[1], la nostra grassa cuoca. Subito dopo il giorno di Purìm[2], inebetita, gira a vuoto. I giorni della settimana se ne vanno sotto terra. Un solo pensiero nella testa: una Pasqua santa. Sin dal mattino presto, tutta sottosopra, si precipita da noi nella sala da pranzo.
“Adesso basta, bambini! Finite veloci di fare colazione e fuori di qui! Sono arrivati i pittori”.
“I pittori, di già? Ma sapete quand’è, Pasqua? Il Messia può forse arrivare prima di Pasqua?”, brontolano i miei fratelli.
“Ebbene sì! Per il Messia, dobbiamo ridipingere la casa! - dice con una smorfia - Invece di predicare, aiutatemi piuttosto a spostare indietro gli armadi”.
“Gli armadi? Niente popò di meno! Una cosa da nulla! Chi sa cosa s’inventa, la nostra Hava! Chi può spostarli da lì?”.
Tutti insieme, facciamo forza contro l’armadio dei vestiti. Vacilla. Dentro, alla rinfusa, i vestiti neri si aggrovigliano con il cappotto di pelliccia di papà e con la volpe di mamma. Il pelo lungo pizzica e fa il solletico agli altri vestiti. Spingiamo l’armadio; ad ogni spinta, scricchiola, geme; le gambe corte grattano e si lasciano dietro una scia bianca.
“Ahi! Basta, fermatevi! - grida uno dei miei fratelli -Vedete Hava, cosa avete fatto! Una gamba si è già incurvata. Adesso, come lo rimettiamo al suo posto?”
“Ah! Signore dell’Universo! Cosa volete da me? Insomma, dobbiamo incollare la carta ai muri!”.
“Hava, ma volete andarlo a chiedere al rabbino se dobbiamo spostare tutta la casa?” – i miei fratelli tornano alla carica.
“Furba, lo sono da molto più tempo di te! Non prendetevela! Ho più cervello io nel mio tallone di quanto non ne abbiate voi tutti, in tutte le vostre teste messe insieme! - Hava s’infervora - Ecco una bella trovata: andare dal rabbino! Dovrei veramente andarci, a chiedergli com’è che ci sono dei simili epicurei
[3] in una casa di ebrei!”.
“Ci siamo! Hava è già arrabbiata!... Andiamo…” I miei fratelli si tirano per le maniche. “Piuttosto, andiamo a vedere in città come cuociono il pane azzimo!”
Subito Hava si gira verso la porta aperta e chiama: “Reb Yidle, Reb Nahman, entrate! cominciate dallo stanzino, dietro la sala da pranzo”.
Sbucano come da una nebbia due ombre bianche, quasi fossero lì ad aspettare il richiamo di Hava. Due pittori, tutti bianchi dalla testa ai piedi. Scarpe, capelli, guance, sopracciglia, tutti inzaccherati di puntini simili a briciole di neve. Uno ha una scala appesa alla spalla; in mano, un secchio di colore. L’altro sostiene a fatica con due mani, come Rotoli sacri, dei rotoli lunghi di carta da parati. I pittori, appena entrati, si precipitano nelle stanze. Spostiamo indietro i tavoli e le sedie: ci apriamo un varco. Sembriamo una compagnia di soldati che marcia con loro. In pochissimo tempo, occupano tutta la casa. Uno si arrampica sulla scala e gratta le cornici; l’altro sul tavolo e pulisce il soffitto con una grossa spazzola: gli cadono addosso schegge di intonaco.
“Ragazzina, vuoi assaggiare un po’ di calce?” Il pittore più giovane mi sorride, dall’alto della scala. La sua barbetta sporca di calce sembra incollata alle labbra bianche. Con loro, c’è allegria! Prima l’uno, poi l’altro, scoppiano a ridere. Cantano, fischiano, mescolano il colore, bagnano le spazzole. La tinta schizza e crepita. Rapidamente, avanti e indietro, uno dà un colpo di spazzola al soffitto; l’altro gli corre incontro: insieme passano i pennelli sul soffitto, come farebbero due uccellini con il loro becco. I pittori se la prendono con i muri. Sembra che vogliano strapparli dalla casa. La vecchia carta da parati cade a terra con fragore e trascina con sé pezzi secchi di intonaco. I muri spellati restano nudi, grattati, sporchi. Ai nostri piedi, colore ovunque. Carte strappate giacciono a terra con i loro fiorellini dipinti. I pittori saltano sopra, tagliano, incollano nuove colonne di carta da parati con nuovi fiorellini. La carta si imbarca, si gonfia, non vuole incollarsi ai muri. I pittori la sferzano con uno strofinaccio bagnato e la carta gonfia si distende su tutto il muro. La cameretta appena dipinta, tappezzata, risplende, tutta linda, come pronta per dei fidanzati. Ma per Hava nulla è ancora abbastanza santificato. Tappezza le pareti con lenzuoli bianchi come se le ricoprisse con scialli di preghiera
[4]. Anche sul pavimento di legno distende un lenzuolo: adesso, per lei, ci si potrebbe portare anche l’Arca Santa.
La prima cosa che portiamo, sono delle ceste di pane azzimo. Due ceste larghe, alte, avvolte con dei panni: ciascun pane azzimo sembra avvolto in un panno. Havah, tutta agitata, corre avanti, indica la strada.
“Attenzione! Qui!... Fermi! Qui, ci sono due gradini. Abbassate piano le ceste. Attenzione, mio Dio! che il pane azzimo non si rompa!”.
Corre attorno alle ceste, tocca, bisbiglia qualcosa, come una benedizione.
“Bene! Con il pane azzimo, un po’ di Pasqua è già entrata in casa”.
Un terzo uomo con la barba lunga, bella, porta per papà una cesta di pane azzimo della vigilia di Pasqua. La stringe tra le braccia, come se portasse le Tavole della Legge. L’uomo non dice una parola. Guarda da tutte le parti, poi nota sul soffitto un gancio da lampada: la appende lassù, in alto, in modo che nessuno ci possa respirare sopra con l’alito di lievito
[5]… La cesta è così ben avvolta di bianco che i vimini non si vedono.
Da questo momento, niente può più entrare nello stanzino. Soltanto Hava può cincischiare laggiù, nelle sue pantofole a treccia. Diventa la signora della cameretta e tutta la famiglia si sottomette senza una parola. Quando Hava passa per la casa, con un grembiule bianco legato addosso, un fazzoletto bianco sul capo, lo sappiamo: va nella piccola stanza. Il viso è teso come se laggiù si preparasse a rovesciare il mondo. Noi ci intrufoliamo da dietro, ma lei si chiude dentro. Ci sbatte la porta sul naso. Ci sediamo su uno degli scalini che portano alla cameretta e ascoltiamo il martellare del pestello di legno.
“Hava! - la supplichiamo attraverso il buco della serratura - Lasciateci entrare! Vi aiuteremo a macinare il pane azzimo”.
Il pestello batte, batte, come se volesse batterci sulla testa.
“Hava! Lo giuriamo! Abbiamo le mani pulite. Le abbiamo appena lavate!”
Il pestello batte ancora più forte. Forse non ci sente? Diamo un colpo alla porta, a ogni colpo di pestello.
“Hava! Cosa vi fa se anche noi, una volta, battiamo con il pestello?”.
Di colpo, la porta si spalanca. Ci spingiamo indietro, ci rovesciamo quasi sui gradini. Sulla soglia, la cuoca si fa sempre più grande, furente, come una nuvola giunta di corsa. Irriconoscibile. Sembra uscire da un mulino, ricoperta di farina.
“Cosa avete da starmi appiccicati addosso? Lasciatemi tranquilla, furfanti! Cosa volete? Contaminarmi in questo modo la Pasqua
[6]! Sciocchi che siete!” sbuffa con il suo fiato bianco. “Ah sì! Che vi lascio venire! E poi cosa ancora? Battere il pane azzimo con mani impure! Non ce la fate ad aspettare fino alla festa? Fuori di qui! …” Con le narici, ci spruzza addosso una nuvola di farina. “Che non vi passi per la testa di avvicinarvi alle ceste!”.
Ha sfogato la sua collera e si è precipitata di nuovo dentro lo stanzino. Il chiavistello si chiude e fa rumore. Di nuovo, ci incolliamo alla porta, appoggiamo gli orecchi al buco della serratura. Dall’interno, adesso, si sente come lo sciabordio di un’acqua tranquilla che si trascina dietro una montagna di sabbia.
“Hava, dateci anche un po’ di farina azzima da setacciare, Hava!”. Mette fuori il capo e, come raggiunta dal fuoco, si scosta da dov’è.
“Allora la smettete sì o no? – grida – La mollate, questa porta?”.
Un gran setaccio pieno di pezzettini di pane azzimo non macinati dondola sul suo ventre. La farina si sparge giù come pioggia sottile: sembra caderle dalla pancia. Uno dei miei fratelli le capovolge il setaccio.
“Ahi! Mascalzone! - dice Hava esasperata - Che le tue mani si secchino! Mongolo!”.
Con la mano già alzata, si ferma e si ricorda che ha in grembo un setaccio di Pasqua.
“Ahi! Maledetti i miei anni! - comincia a gemere - Signore Onnipotente! Già così non so dove sbattere la testa a forza di lavorare! Cos’avete da girare qui? Chi vi ha chiamati?”.
“Ma vogliamo essere d’aiuto…!”.
“Ma cosa mi importa cosa volete! Per quel che ho bisogno di voi! E come mai siete diventati improvvisamente così appiccicati? Una vera famiglia! Vediamo, chi dei due avrà la meglio? Che qualcuno provi ad avvicinarsi alla stanza e io gli….”.
Strana donna! Non fa che imprecare. Quando Hava si lascia andare, è meglio non fermarla. Possiamo prenderci due belle sberle… Può andarlo a dire anche al rabbino… Sa che il rabbino, papà, mamma, tutti le daranno ragione, purché la Pasqua avvenga secondo il rito! Lasciamo Hava tranquilla.
Si calma e si trascina di nuovo verso la cucina. Ad ogni passo, si lascia dietro una traccia bianca di farina, simile a quella di un animale sulla neve… Presto la sentiamo incamminarsi verso la via del ritorno. Tutta curva, trasporta un barile di barbabietole. Il barile oscilla, il succo di barbabietola freme: delle gocce rosse schizzano fuori dove passa. Hava è sfinita. Le gambe grosse sono gonfie. Come possiamo aiutarla? Per lei, tutti sono impuri. Nessuno può avvicinarsi a nulla.
“Hava, dateci da assaggiare almeno un po’ di succo. Sarà più facile da sopportare”. Le corriamo dietro. Agita il capo. Il viso muta dal rosso al nero. Gli occhi si direbbero tasche gonfie di cenere umida. Basta un pizzicotto, e le sgorgano subito le lacrime.
“Ahi!” Hava non si trattiene più. Senza volere, emette un sospiro. “Ahi! Le mie gambe mi uccidono!”. Ancora prima di raggiungere lo stanzino, Hava, di colpo, molla il barile. Resta in piedi, quasi senza conoscenza; fa cenno con la mano di non avvicinarsi al barile…
“Va’ a chiedere scusa!”
“No, tu! Va’ prima tu, parlerai meglio!”. Ciascun fratello spinge l’altro.
Hava si torce le mani.
“Chi può sapere che mani avete! Probabilmente sono piene di lievito!”.
“Cosa? Come? È tanto che non mettiamo qualcosa in bocca!”.
E d’un tratto, solleva il barile. Havah trattiene le lacrime. Se potesse, ci purificherebbe tutti seduta stante.
“Mio Dio, questi bambini! Sempre assaggiare, sempre a leccare!”

Lo stanzino di Pasqua si riempie di dolci gioiosi. Ci tenta, ci attira. Perché Hava deve assaggiare da sola tutte quelle cose buone? Non possiamo permetterglielo. Ma lei, come una gatta, tira l’orecchio. Non ci andiamo? Ha paura di lasciare lo stanzino incustodito. Ci dorme forse anche la notte? Noi bambini ci riuniamo tutti intorno e bisbigliamo. Hava spunta continuamente vicino a noi.
“Cosa ci fate qui? Cosa volete fare?”.
“Nulla! Siamo qui in piedi!”.
“Perché state in piedi qui fermi? Andrete di sicuro da qualche parte!”.
“Da nessuna parte! Dove possiamo andare?”.
Lei brontola e va a vedere cosa succede nello stanzino. Ogni giorno, portano lì prima zucchero di Pasqua, poi sale, noci, prugne, mandorle. In tutti gli angoli, sono sistemati sacchi di tela. Pare che Hava si diverta ad ammassare tutte queste cose buone. Lo fa per farci dispetto. Strana donna! Sin dal primo giorno di Pasqua, ci rimpinza al punto che ci dobbiamo tenere la pancia. E là, ci tormenta l’anima. Ogni giorno è la stessa storia. Abrachka gira intorno alla porticina, si avvicina correndo, si salva.
“Batchka, sembra che oggi abbiano portato dell’uva da Corinto!”.
“No! sa piuttosto di prugne!”.
Hava ci afferra all’istante.
“Cosa avete da annusare qui?”.
“Non si può neanche annusare?”.
“Andate a soffiarvi il naso da qualche altra parte. Se no farò a meno di cucinare qualcosa di buono per la festa. Che cosa potrà mai riuscir bene se vi lascio stare qui?”
Prima se la prende con le casseruole. Per purificarle. In cucina, ogni giorno, spariscono una dopo l’altra, le pentole di rame. Per tutto l’anno, tutte le pentole e casseruole di rame se ne stanno allineate sulla mensola in alto, come generali a una parata. Brillano, luccicano e dalla loro altezza mandano bagliori di fuoco. Verso Pasqua, ormai opache, Hava le tira giù dalla mensola prendendole per la coda: per i manici neri e bruciacchiati. Le trascina dallo stagnino per purificarle. Anche la vecchia brocca dello Shabbat e il samovar usato dove non si versa più neanche una goccia d’acqua, lei li purifica proprio come il samovar che ha bollito e ribollito per giorni e giorni. Forse da lì verrà fuori un pizzico di lievito? Gli utensili da cucina purificati si ricoprono, al loro interno, di una nuova pelle. Hava li porta nello stanzino e li avvolge ciascuno in un panno a parte
[7]. I panni emanano come una brezza di emozione sul resto della casa.
“Bachinka, tu sei già una ragazza grande, tieni, ecco la chiave, va’ e controlla bene l’armadio dei bicchieri. Mi sembra che l’anno scorso ne abbiamo rotto qualcuno”.
Fuori dallo stanzino, Hava adesso dà gli ordini. Un armadio tutto per la Pasqua è incastrato nel muro della sala da pranzo. Rimane chiuso tutto l’anno. Ci si dimentica che è pieno di vita. Apro le ante. Ne esce un odore di cose vecchie. Piatti, calici, bicchieri rinchiusi si destano.
“Cosa manca? Un bicchiere? Un calice?”.
Mi arrampico su di una sedia, ficco la testa dentro alle tre mensole. Conto i calici. Ce ne sono abbastanza per tutti? Faccio il calcolo a mente come se vedessi già ognuno seduto al suo posto. L’armadio dei bicchieri scintilla. Da tutte le parti, bicchieri e porcellane tempestate d’oro. Una mensola di calici. Abbagliante. Bicchieri: grossi, sottili, alti, piccoli. Si guardano gli uni gli altri come in uno specchio. Da un lato, se ne stanno in piedi, profondamente pensosi, resi opachi dai colori del loro cielo, rossi e blu, cristalli di Boemia. L’aroma del vino dell’anno scorso non è ancora svanito. Una spanna sopra gli altri si eleva, come un Re, il calice del Profeta Elia. Lo tocco appena. Ad ogni Pasqua, ho paura che si rompa per tutto il vino che ci versano. Anche se vuoto, sparge intorno bagliori rossi, come gocce di vino. Mi immagino seduta su di un albero su cui cantano e becchettano uccelli rossi e blu che non conosco. Le larghe bottiglie rosse aggiungono ancora più fuoco. Nel loro vetro scarlatto, un’acqua semplice diventerà rossa come sangue. Che succederà quando tutte queste bottiglie e calici verranno posti sulla tavola del banchetto, colmi di vino? La tovaglia bianca si accenderà. Un incendio divamperà. I miei occhi stanchi si arrampicano fino a un’altra mensola. Là, una zuppiera larga, decorata di fiori rossi. È pesante, come sollevarla? Adesso capisco perché le mani di Hava crocchiano quando la porta a mamma colma di brodo e polpettine cicciotelle, che galleggiano come tanti bimbi, col pancino in aria. Vicino alla zuppiera, ci sono dei piatti, un intero negozio di piatti! Controllo quelli più piccoli che si usano per servire cose buone agli invitati. Il mio compito è offrirle. Mi immagino dove devo disporre i dolci di nocciole e di miele, poi le focacce e le mandorle. Al centro di ogni piattino, una mela o una pera dipinte. Colpiscono gli occhi, come fosse frutta vera. Mi confondono. Tutto a un tratto, vedo, da una parte, impacciato, un bricco da latte con il beccuccio spezzato. Mi guardo intorno. Non ce n’è un altro. Quando tornerò al negozio, dirò a mamma che dobbiamo comprarne uno nuovo. Lei mi griderà dietro: “Cos’hai da rompermi la testa con il tuo bricco? Qui, fatichiamo come cavalli per guadagnare quattro soldi e a casa si continua a rubare e a rompere”.
Forse è meglio non parlarne con mamma. Dove troverò ancora un bricco blu come quello, che stia bene con la zuccheriera?

Se vado nel negozio di porcellane, mi perdo. L’aria vibra di tutti i suoi cristalli esposti. Mi specchio ovunque. In un bicchiere, una metà del viso, in un altro mi si allunga il naso, qui si appiattisce. Vicino a me, il proprietario, un uomo alto e grosso. Il suo abito nero non fa intravedere alcun oggetto di cristallo. Si muove tra le cose con leggerezza, toccandole con gli occhi. Ogni tanto, dà un buffetto a un bicchiere. Lo fa per assicurarsi che la merce sia intatta o per stupirmi, per mostrarmi una sua prodezza? Al suo tocco, il bicchiere risuona come un grido nello spazio. Il suono si propaga per tutto il negozio. Tutto il vasellame vibra. Alza il dito, il suono va a rannicchiarsi da qualche parte, in un angolo e poi, di nuovo, il silenzio. Si sentono solo i nostri passi. Dimentico quello che devo comprare. Hava mi ha chiesto di portarle qualcosa per la cucina.
“Guarda! - sussurra al mio orecchio il negoziante - “Guarda i nuovi bicchieri da liquore. Sono appena arrivati. Carini, vero?”. Me li butta lì senza badarci, e mi gira ancora di più la testa. I bicchierini sottili mi fanno l’occhiolino come teneri fiori. Possono scivolare giù dalla mensola, al primo soffio di vento. Il loro vetro affusolato è una tentazione. Verrebbe voglia di posarli sulle guance, sulla bocca. La voce di Hava risuona nelle orecchie:
“Ancora dei bicchierini?Per farne cosa? Per chi? Non c’è nemmeno il posto per metterli. Ma hai dimenticato di comprare per me qualche piatto semplice semplice? A cosa serve un bicchierino come questo?”.
Hava alza un bicchierino in controluce. “Guarda! Si scioglierà nell’acqua! Quanti di questi bicchierini mi sono rimasti tra le mani, nello strofinaccio?”.
“Ma sono davvero bellini! Non avevo il coraggio di lasciarli in negozio…”
Che mi gridino pure dietro! Non ci sono altre cose superflue in casa?

NOTE AL TESTO di Lorenzo Gobbi[1] Hava significa “sorriso, risata”, ed è un nome femminile molto diffuso.
[2] Simile al nostro carnevale, è una festa gioiosa che ricorda la salvezza degli ebrei per opera della regina Ester: precede di poco la festa di Pasqua.
[3] “Epicureo” significa propriamente seguace della dottrina del filosofo greco Epicureo (III-II sec. a. C.), che negava la provvidenza degli dei e l’immortalità dell’anima; in senso popolare, significa “miscredente”, “libertino”.
[4] Per pregare, soprattutto nella sinagoga ma anche a casa, gli ebrei indossano uno scialle particolare, detto tallèt, di colore bianco con righe azzurro scuro ai bordi e frange ai quattro lati che ricordano i precetti della Bibbia; solo un ebreo circonciso adulto può indossarne uno.
[5] Prima della Pasqua, le regole del rito ebraico impongono di eliminare dalla casa ogni traccia di chamètz, cioè “lievito”: per questo, gli ebrei puliscono perfettamente la casa, spostando i mobili e rivoltando i materassi (da qui, la tradizione della pulizie di primavera, che sono un uso ebraico). Per chamètz si intende non solo il lievito propriamente detto, ma tutto ciò che è cibo e può andare a male: briciole di pane, dolci, farina, pasta, riso… solo il sale non va a male, e per questo, nella cena di Pasqua e nei riti della vigilia del Sabato, rappresenta il Patto di alleanza tra Dio e il suo popolo (il patto si chiama, in ebraico, Berìt). La preoccupazione dell’uomo è che, tramite il fiato o la saliva delle persone, qualche minima traccia di chamètz raggiunga il pane, rendendolo meno santo.
[6] La preoccupazione di Hava è che, con le mani non lavate, i ragazzi possano portare nella stanza dove lei prepara il pane per la Pasqua delle tracce di Hamètz, e così rendano impuro, contaminato dallo chamètz, ciò che lei sta preparando.
[7] E’ importantissimo che gli utensili da cucina che verranno usati per preparare la cena di Pasqua non si contaminino in nessun modo, dopo essere stati puliti: non devono, cioè, venire in contatto con cibo o resti di cibo (con tutto ciò che è chamètz). Per questo, appena puliti (cioè appena purificati) vengono avvolti in panni bianchi puliti).


martedì 20 novembre 2007

LUCI ACCESE di BELLA CHAGALL: cap. XXI. IL BANCHETTO DI PASQUA cap. XXI




Desidero ringraziare Lorenzo, mio marito, perché mi ha sopportato per anni (e continua a farlo ogni giorno!), cercando di aiutarmi a vincere tutte le mie paure e insicurezze riguardo allo scrivere e al tradurre. Con pazienza, mi ha dato coraggio e per tutta una serie di combinazioni, Christian Bobin e Bella Chagall sono stati e, non hanno mai smesso di essere, la mia palestra: un territorio di scuola, allenamento e ascolto. Tanto ascolto. E pazienza di Lorenzo.
Ora è tempo di iniziare a mettere qualcosa di Bella Chagall anche nella Bibliothèque de nuages.


Il banchetto di Pasqua nella memoria di Bella Chagall (testo introduttivo di Lorenzo Gobbi)

A Vitebsk, in Bielorussia, una ragazza di nome Bella Rosenfeld incontra in casa dell’amica Thea un giovane pittore, ebreo come lei, anch’egli originario di Vitebsk; è il 1909. Il giovane è appena tornato da Pietroburgo e sta per recarsi a Parigi, dove resterà per quattro anni; si chiama Moyshe Segal, ma a Parigi sarà presto noto con il nome di Marc Chagall, e diverrà uno dei più noti e importanti pittori del XX secolo, raggiungendo una fama mondiale[1].
Tra Bella e Marc l’amore è immediato e tenace: Bella lo aspetterà per quattro anni, nonostante lo scontento della famiglia, che sperava per Bella un avvenire più sicuro; e lo sposerà nel 1914, seguendolo a Mosca, a Parigi e infine negli Stati Uniti, dove morirà nel 1944 dopo una breve malattia. Dopo la morte di Bella e la fine della guerra, Chagall tornerà a vivere in Francia. Nel 1973, il ministro della cultura André Malraux inaugura a Nizza il Museo del Messaggio Biblico dedicato all’opera di Marc Chagall.
La figura di Bella è familiare a coloro che amano l’opera di Chagall: è lei la donna che volteggia intorno al pittore nella celeberrima Promenade, e sono suoi il corpo e il volto femminili che popolano i più belli tra i quadri di Chagall. In questo libro è raccolta la sua voce: per il marito Marc e per la loro figlia Ida, Bella narra della propria infanzia a Vitebsk, del piccolo mondo ebraico dell’Est – lo stesso che sarà presto spazzato via dalla Shoàh, ma che già la Rivoluzione d’Ottobre ha posto in una grave situazione di crisi. Come il marito, ancora giovanissima Bella è pervasa da un’intensa poesia della memoria: ecco il negozio dei genitori, la corte, il rabbino, i bagni rituali, la sinagoga, le feste, il banchetto di Pasqua, i canti e le candele, i dolci e i piatti tradizionali, lo Shabbàt, le voci e le figure di un mondo lontano, che già la figlia Ida conosceva soltanto attraverso il racconto.
Lo stile di Bella è piano e chiaro, il ricordo è vivissimo: ambienti e persone sono colti con lo sguardo della bambina che vi crebbe, con la sua semplicità esigente e con la sua attenzione carica di attese.
Il racconto Luci accese si articola in 25 capitoli, dedicati ognuno a un aspetto della vita ebraica di Vitebsk. Il volume fu pubblicato a Parigi-Ginevra nel 1948 in 2500 copie, a cura di Ida Chagall, che lo tradusse dall’yiddish in francese (così come La mia vita di Marc Chagall, uscì per volontà dell’autore tradotta dall’yiddish in francese). Il libro può essere letto come documento della vita quotidiana degli ebrei dell’Europa dell’Est alla fine del XIX secolo; effettivamente, ne documenta bene le usanze e i tratti caratteristici, prestandosi a una lettura sociologica che non lo esaurisce, però, minimamente. Bella scrive per desiderio di Marc, raccontandogli la sua vita di bambina, prima dell’incontro con lui. Bella scrive prima e durante la Shoàh: sa che quel mondo è in buona parte scomparso, ha notizia di quanto sia perseguitato, ma non ha ancora conosciuto del tutto l’orrore di saperlo annientato definitivamente. Proprio per questa ragione, ci è parso adatto a portare in tavola la memoria: è la memoria di Bella Chagall a tavola, durante il banchetto di Pasqua.
Di seguito riportiamo due brani: il primo è tratto dall’introduzione al libro scritta per mano di Bella e si intitola Eredità; il secondo, invece, dal capitolo Il banchetto di Pasqua.

Eredità
La mia vecchia casa non esiste più. Tutto se ne è andato, morto. Mio padre – possa egli sostenerci – è morto. La mamma vive – Dio sa se vive ancora – in una città profana che le è del tutto estranea.
I figli sono dispersi in questo e nell’altro mondo, alcuni qui, altri là. Ma ciascuno, al posto dell’eredità scomparsa, ha portato via con sé come un lembo del sudario del padre: il soffio della casa materna. Distendo il mio lembo di eredità e subito salgono verso di me gli odori della mia vecchia casa. Cominciano allora a risuonarmi nelle orecchie le voci del negozio, le melodie cantilenanti del rabbino nei giorni di festa. Da ogni pertugio esce un’ombra; appena la tocco, lei mi trascina in una danza con altre ombre. Si spingono, mi urtano la schiena, le spalle, mi afferrano le mani, i piedi, fino a che mi piombano addosso, come uno sciame di mosche ronzanti in una giornata calda. Non so dove nascondermi. E così, all’improvviso, ho voluto strappare dalle tenebre un giorno, un’ora, un istante della casa svanita. Ma come riportare in vita certi momenti? Mio Dio, è così difficile far riemergere dai ricordi disseccati un frammento di vita! E come farlo, dal momento che si spengono, questi magri ricordi, e si compiono definitivamente con me? Vorrei salvarli. E mi sono ricordata che tu, amico mio fedele, spesso, in tutta tenerezza, mi chiedevi di raccontarti la mia vita del tempo in cui non mi conoscevi. Così scrivo per te. La nostra città ti è più cara di quanto non lo sia a me. E tu, con il cuore così colmo, comprenderai anche ciò che non arriverò a dire…Solo, una cosa mi tormenta. La mia dolce bambina che ha trascorso – è vero, come bimba di un anno – solo un anno di vita nella casa dei miei genitori, mi capirà?Lo spero.
Saint-Dié, 1939
disegno di Marc Chagall

Il banchetto di Pasqua
Là sopra, nella sala da pranzo, soffia forte un vento di festa. La tavola si allunga da un muro all’altro. Una bianca tavola di Pasqua, nella luce muta dei calici rossi. Una tovaglia sfavillante folgora lo sguardo. I candelabri brillano. Lunghe candele bianche, non ancora accese, palpitano nell’aria. Anche sul soffitto risplende lo sfavillio educato delle catene del lampadario. Mucchietti di pane azzimo sono avvolti nei tovaglioli, come in piccoli scialli di preghiera. Sulle sedie, si ergono enormi cuscini bianchi, ingombranti. Le rilegature splendenti delle Haggadàh brillano con le loro lettere d’oro[2].
Prima entra mamma, vestita con l’abito della festa. Il volto luminoso. Con i capelli raccolti, sembra più alta. Il vestito lungo, largo, costellato di pizzi, bottoni, nastri striscia sul pavimento di legno, fruscia, e riempie di sussurri l’intera stanza. Mamma va verso le candele, le accende, le circonda con le braccia: sembra che voglia benedire insieme tutta la tavola[3]. L’atmosfera si riscalda e si rischiara: sembra che siano accese non soltanto le sette candele di mamma ma contemporaneamente centinaia di altre candele. Accarezzano con la loro fiamma ardente lo sfavillio freddo della tovaglia, come se fossero state appena circondate dalle mani calde della mamma. Nella corte, anche a casa dei vicini le candele si sono accese. Si incrociano, le luci fioche delle candele di tutti, sbalordiscono con oro vivo la notte. Si riflettono sulle finestre, illuminano, giocano, bruciano sui piccoli fiori ricamati della tovaglia, alitano sulle bottiglie di vino impettite nell’attesa, ravvivano i calici rossi. Una favilla dopo l’altra lambisce la tavola bianca, non ancora del tutto pronta. La si prepara. Non ci si chiede se la tavola sopporterà tutte queste cose ammucchiate sopra…
“Hava, hai preparato le uova? Dov’è l’acqua salata?”. Mamma si affanna attorno alla tavola: vuole, con gli occhi, abbracciarla tutta. Manca qualche cosa? Cosa aggiungere? “Passami ancora un cuscino! Mi ero completamente dimenticata… che ci sarà un altro invitato. Infila delle nuove federe”. Distendiamo un nuovo paio di guanciali. Le sedie, come incinte, gemono, la pancia all’aria.
“Mamma, chi viene? Quanti siamo per il Sèder?”
“Ah! - fa con la mano - contate! E soprattutto per una festa!
Silenzio! Già rientrano dalla Sinagoga”.
Sentiamo il mormorio di una voce estranea: un altro invitato.
“Buona festa! Come state? Sono i vostri ragazzi? Hanno fatto bar-mitzvàh[4]?”.
Ciascuno riceve un pizzicotto sulle guance. Il primo invitato, un lontano parente di papà, è venditore ambulante nei villaggi circostanti. Sa che, per papà, un parente è sacro. Si è invitato da solo al banchetto di Pasqua. Si comporta come a casa sua. Canticchia un’aria, cammina in lungo e in largo, si soffia il naso in modo rumoroso, moraleggia, distribuisce consigli. Ad ogni nuovo invitato che entra, dà per primo un grande saluto.
Ora c’è tutto un brusio. Tutti aspettano papà. Aspettando, ci raccontiamo delle storie e stiamo a scherzare.
“Cosa studi adesso Bachinka? Sai già bene il russo? Hai bei voti?”. Le mie sorelle, i miei fratelli arrivati da lontano mi tormentano. Li contemplo come se fossero degli ospiti poco familiari. Durante tutto l’anno, non li vediamo. Uno studia all’estero. La sorella vive in un’altra città. Quest’anno viene con i suoi due bambini, che si arrampicano sulle gambe di tutti, soprattutto se sono lunghe, e supplicano di farli saltare. Tutti si rallegrano. Solo gli occhi di un giovane celibe sono tristi, pensosi. Guarda i ragazzini che giocano. Si ricorda che una volta aveva, anche lui, un padre, una madre, una casa sua. Si mette in disparte, in un angolo, come un ragazzino.
“Buona festa!” entrano e si mettono in riga tre piccoli soldati, tirati a lucido in onore della Pasqua. La baraonda li attira in mezzo alla stanza.
“Silenzio! Arriva nostro padre!”
Il tumulto si ferma di colpo.
Non riconosciamo subito papà. Un nuovo padre! Sulla porta s’impone un Re tutto bianco, vestito di bianco dalla testa ai piedi. Si perde nel suo largo levita[5] bianco. La seta scintilla, si frange in pieghe bianche. La grossa cintura le sostiene. Le maniche, come ali, pendono, lunghe e larghe, ricoprendo le mani, le dita. Una kippàh di seta bianca risplende sui capelli bianchi. Sotto questo biancore, Papà sembra ancora più imponente, più massiccio. Il suo volto è ancora più radioso. Da lui scaturisce come un vapore bianco. Basterebbe un piccolo movimento da parte di papà, e le sue maniche lo solleverebbero come ali. Contemplo il suo viso. Non è il Re, oggi?
“Buona festa!”
“Buona festa!”
Inizia il banchetto di Pasqua.

Papà è seduto a capotavola. Appoggiato ai due cuscini rigonfi, è seduto proprio come un Re su un trono. Dopo di lui, tutta la compagnia si lancia verso la tavola. Ci spingiamo, spostiamo le sedie, ci ammassiamo intorno alla tavola. Gli altri, sui cuscini tutto intorno, si siedono come sospesi per aria. Papà, per primo, toglie il tovagliolo dal piatto delle pietanze rituali e getta uno sguardo penetrante. Gli occhi di mamma si fissano sulla tavola. Possibile che sia stato dimenticato qualcosa?
Sotto il pane azzimo tutto giallo della Pasqua fuoriescono, come ciuffi di muschio di un vecchio tetto, ramoscelli di spezie, un mucchietto di rafano[6], un piccolo collo di pollo fritto, un uovo sodo. Gli altri scoprono i loro piatti: sono preparati come quello di papà.
“Aarke! Mi darai le tue erbe forti? Sì? - grida d’un tratto Abrachka da una parte all’altra della tavola, verso suo fratello maggiore”
“Zotico che non sei altro! – interviene l’altro fratello - Pensi solo a una cosa! Festa o non festa! Pensi sempre a mangiare!”
“E tu? Cos’hai da abbaiare come un cane? Chiedo soltanto delle erbe amare!...”.
“Sei pronto a rimpinzarti anche con il rafano! Cosa? Non ti conosciamo? Ha ha…”
“Silenzio! - papà li ferma - Cos’è questa fiera laggiù in fondo? Riempite i calici! Passate il vino agli ospiti!”
Bottiglie di vino passano di mano in mano. Se le contendono. Il vino frizzante macchia la tovaglia.
“Buon vino, eh! Vero?” - qualcuno ha già preso una sorsata - “Possa io avere una gioia simile a questo vino così dolce!”
“Hum… hum: e il calice del profeta Elia? “ Papà scuote la testa. E mamma aggiunge:
“Ecco, prendete da questa bottiglia di vino! È migliore!”
Una bottiglia s’inclina. Il calice alto, rosa d’Elia il Profeta, poco fa ancora silenziosa, pensosa, si riempie fino all’orlo.
Il vino è frizzante. L’aroma penetrante che sale dai calici fa girare la testa. All’improvviso, un vento sembra soffiare dai Libri dell’Esodo tutti aperti, dalle pagine appena sfogliate. Tutte le teste si chinano. Si sgranano le prime preghiere.
Io sono stretta nel mio angolo, tra mamma e papà. Con i cuscini di papà, è ancora più stretto. Da questi cuscini il calore sale, mi opprime il cuore. Ho la testa pesante per il vino. I cuscini mi attraggono a sé, mi invitano ad appoggiare il capo sulle morbide piume. Ma so che presto, dopo qualche preghiera, papà si chinerà su di me, come se non fossi io a porgergli le quattro domande, ma fosse lui…
Ecco che mi fa già segno…
“ Bene, bene… allora, le domande?”
D’un tratto, il silenzio. Tutti mi guardano. Nascondo il viso nella Haggadàh. Le lettere, la testa, girano insieme. Seguo col dito, e vorrei raddrizzare le righe! Trattengo il respiro. Sussulto al suono della mia stessa voce.
“Cos’ha di diverso questa notte da tutte le altre?”.
Papà mi suggerisce sottovoce. Mi sembra che, dall’altra parte della tavola, soffochino dal ridere. Mi confondo ancora di più. Proseguo a fatica da una riga all’altra. Mescolo le domande. Eppure le sapevo tutte a memoria. Avevo tanto da chiedere… Appena pronuncio l’ultima parola, esplode un grido… Tutti, liberati, si lanciano sull’Haggadàh.
La lunga tavolata parte, come se avesse le ruote. Ciascuno prega per conto suo, supera l’altro, si affretta dopo di lui, lo chiama, lo scuote con la sua voce. Le voci risuonano nelle finestre, salgono sui muri, risvegliano il ritratto del vecchio rabbino Schnehersohn, appeso al muro da tanti anni. Con i suoi occhi verdi, spia intorno, allunga l’orecchio verso ciascuno, come se volesse sentire tutto. Sull’altro muro, il rabbino Mendele, piccolo, vecchio, non può più starsene appeso in pace. Pensieroso, avvolto nella sua levita bianca e nella sua lunga barba, scende dal quadro come se lo avessimo chiamato con l’Haggadàh. I muri nudi prestano ascolto. Anche il soffitto è sceso, e ascolta il racconto dell’Esodo: si direbbe che ha bisogno di stare vicino a ogni parola. Pagina dopo pagina, le parole scorrono come la sabbia del deserto. Sono stanca al solo guardare tutti. Dove siamo arrivati? I miei fratelli, come una coppia di cavalli, spingono avanti. “Sciocca che sei! A che punto sei dunque? - tutto a un tratto si sente una parola non ebraica - Hai saltato delle pagine!“ E’ Mendel che grida contro Abrachka.
Chi va a ingannare? E dove ci affrettiamo? Ponticelli di lettere, di righe si levano, corrono lungo le scale, in alto, in basso. Mi perdo nella mia Haggadàh. Sfioro le sue pagine ingiallite. Qui, una macchia di vino, là, un pezzo di pane azzimo incrostato dell’anno scorso. Immediatamente, arrivo a una immagine disegnata: una tavola del banchetto di Pasqua, con dei visi emaciati. Mi si stringe il cuore. Eccole qui le nostre care nonne, i nostri cari nonni[7]: come sono sfibrati, prosciugati! Accarezzo, sfoglio ancora, giro una pagina dopo l’altra. Li cerco ovunque. Il pezzo di pane azzimo si sbriciola, si sparpaglia sull’Haggadàh. Sembra che la sabbia d’Egitto scricchioli sotto i piedi. Sussurro: “Eravamo schiavi…”. Le pagine fitte cominciano a gemere. Il vento del deserto giunge fino a noi. Le pallide ombre dell’immagine dipinta si avvicinano. Respirano dentro di noi. Appena una parola le sfiora, riversano su di noi il loro cuore, le loro sofferenze, il cammino faticoso dell’esilio attraverso il deserto, le soste e di nuovo il cammino. Giorni, notti, anni, senz’acqua, senza pane. Tutto questo avvolge l’anima, come la tela di una ragnatela. Ascolto i loro passi. Sudano, camminano lentamente. Le schiene ricurve. Le mie spalle si accasciano come se io stessa mi trascinassi nella sabbia profonda. La bocca diventa secca. E’ duro pronunciare le parole. Come dei pezzi di creta, incollano le labbra. Sussurro, mi chino. Vorrei penetrare nell’Haggadàh, sbucare nel luogo del lungo cammino. Ricongiungermi con ognuno, dir loro una parola, aiutare a portare qualcosa. D’improvviso, un lampo nella mia mente: è possibile che anche dei bambini abbiano camminato con loro? Hanno dovuto piangere, strillare… Dove siamo rimasti? Mi sembra che tutti si siano ingarbugliati nel testo. Non li raggiungerò mai. A che punto è papà? E’ meglio ascoltarlo. La sua voce è calma. Ogni parola, come un passo dietro l’altro, risuona sulla tavola. Papà cammina come su di un sentiero piano. Mi piacerebbe camminare con lui, passo dopo passo. Grazie a Dio, si è fermato un momento, per riprendere fiato.
“E bene, bene… i flagelli!” Fa segno con la mano di portare qualche cosa per buttare le gocce di vino[8].
“Acqua… Sangue…”
Per papà, questo suona come una campana[9]. Ogni flagello si ritira, s’inonda di una lunga goccia di vino, come se papà volesse allontanare da sé, il più lontano possibile, ogni maleficio. Svuota tutto il calice.
Mamma porta verso di sé il vaso; lentamente le sue piaghe[10] sgocciolano con il vino. La mette a disagio nominarle a voce troppo alta, e ha paura di macchiare la tovaglia. Tutti teniamo il bicchiere in mano, come se volessimo lanciare dei colpi, e ognuno di noi afferra il recipiente, e butta goccia dopo goccia: si direbbe che vogliamo coprire di sputi la faccia del nemico. Prendiamo di mira il centro: vogliamo far cadere le maledizioni proprio nel mezzo. Cadono, queste maledizioni, come delle pallottole. Lo ricevo per ultima: in esso, si agitano già tanti flagelli.
“Sangue… rane… insetti… peste… ecco, per te! Tieni, prendi!...”
Mi sembra di lanciare delle pietre. Verso, riverso tutto… Non posso frenare la mano. Il piccolo vaso di creta si tramuta in una testa del Faraone cattivo. Vorrei riversar su di lui tutto a un tratto tutti i flagelli , rompere contro di lui il mio calice, insanguinarlo di vino rosso…
“Cavallette… tenebre…. tieni, per te, tieni per le mie nonne, per i miei nonni perseguitati. Flagelli dei primogeniti… ecco, per te, per i neonati martirizzati…”
Sono spaventata io stessa dalle maledizioni, dalle macchie rosse sulla tovaglia, e getto veloce tutto il mio vino.

Tratto dal capitolo Il banchetto di Pasqua, nel vol. di Bella Chagall, di Luci accese (traduzione di Maddalena Cavalleri Gobbi)

Devo un ringraziamento a Lorenzo Gobbi, mio marito, che mi ha aiutato soprattutto nella realizzazione delle note, e non solo. Devo a lui la stesura del testo introduttivo.

[1] Le sue opere si trovano a Nizza, dove sorge un Museo di Stato a lui dedicato, a New York, a Parigi, a Gerusalemme e nelle più importanti gallerie del mondo.
[2] Ogni commensale, durante la cena di Pasqua, ha in mano il libretto del rito, cioè la Haggadàh. Haggadàh significa “racconto”, perché durante la cena viene raccontata tutta la storia della liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù d’Egitto.
[3] Accendendo le candele, come prescrive il rito, la donna mormora una benedizione, e questo spiega il gesto con cui le sue mani quasi circondano le candele stesse. Solo la donna può accendere le candele di Pasqua e di Shabbàt. Gli uomini, mentre le donne preparano così la tavola e accendono le candele, sono in preghiera nella sinagoga.
[4] Bar-Mitzvàh (letteralmente “figlio del precetto”) è la cerimonia religiosa che segna l’ingresso di un ragazzo nel mondo degli adulti: per la prima volta, verso i 13-14 anni, il ragazzo legge la Scrittura nella Sinagoga, e da questo momento è considerato un adulto a tutti gli effetti, ed è obbligato all’osservanza dei precetti. Si tratta di una festa grande, ed è comprensibile che l’ospite chieda se i ragazzi hanno già festeggiato Bar-Mitzvàh: se l’hanno già celebrato, deve trattarli da adulti, se no può trattarli da bambini, come di fatto fa.
[5] Abito tipico degli ebrei dell’Est, nero o bianco.
[6] Pianta dal sapore simile alla senape, molto utilizzata come condimento piccante nei paesi dell’Est (fr. raifort).
[7] I libri dell’Haggadàh, ancora oggi, raffigurano spesso gli antichi ebrei nella schiavitù, nella celebrazione della prima Pasqua, nel viaggio attraverso il deserto: “nonni” e “nonne”, qui, sono gli avi, cioè gli ebrei che vissero l’Esodo.
[8] A questo punto della cena, un recipiente viene fatto girare (vaso o terrina o vassoio): ogni commensale, quando è il suo turno, butta nel recipiente gocce di vino, che ha preso con le dita dal proprio calice, e pronuncia le maledizioni contro gli egiziani buttando, appunto, le gocce che le rappresentano.
[9] Il suono delle campane, per gli ebrei, significava spesso l’arrivo di un pogròm, o comunque di un momento pericoloso: durante la festa cristiana, spesso i predicatori attizzavano il risentimento popolare contro gli ebrei, accusandoli di deicidio (specialmente a Pasqua e al venerdì santo), e il popolo andava ad assalire le case degli ebrei, massacrando gli abitanti (questi assalti venivano detti pogròm, in russo). In Russia e in Polonia, nella seconda metà dell’Ottocento e ai primi del Novecento, si verificò una impressionante serie di pogròm, che fecero molte vittime nell’indifferenza delle autorità; era, però, una realtà che si verificava spesso, soprattutto sotto Pasqua. Per gli ebrei dell’Est, dunque, il suono della campana aveva un che di sinistro e malaugurante.
[10] Le maledizioni consistono nelle “piaghe” o “flagelli” che Dio mandò contro gli Egiziani: sangue, peste, cavallette, rane, morte dei primogeniti…