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sabato 12 settembre 2015

CRONACHE DI GERUSALEMME di Guy Delisle (Rizzoli 2013)







Cronache di Gerusalemme (Rizzoli Lizard 2013) è il racconto di un anno trascorso a Gerusalemme Est, iniziato nell’agosto 2008 e terminato nel luglio 2009, scritto e disegnato dal canadese Guy Delisle. Classe 1966, Delisle è un celebre e affermato fumettista del Graphic Journalism: il reportage a fumetti, con la cui formula ha già pubblicato Shenzhen (2001), Pyongyang (2003) e Cronache Birmane (2007), editi in Italia da Fusi Orari. Dopo l’Asia, Delisle è approdato a Gerusalemme Est dove, per accompagnare la moglie Nadège, impegnata in una missione umanitaria di Medecins Sans Frontières (MSF) a Gaza, ha trascorso un intero anno nel quartiere arabo a Bet Hanina. Da questa prospettiva, racconta la “sua” Gerusalemme: città che non conosce e che scopre giorno dopo giorno, diventando testimone, quasi per caso, del conflitto mediorientale per eccellenza. E, quasi per caso, si troverà ad essere spettatore indiretto dell’operazione israeliana denominata Piombo Fuso (27 dicembre 2008 - 18 gennaio 2009). Senza la pretesa di offrire un punto di vista assoluto, Delisle ci propone una narrazione autobiografica che mette insieme un po’ del racconto di viaggio e della cronaca sociale ma che non può non diventare – suo malgrado -  un punto di vista anche politico. Tuttavia il suo sguardo è quello del turista “privilegiato”, che ha tutto il tempo, figli piccoli permettendo, di andarsene in giro a visitare la città. A Gerusalemme, le tracce del conflitto sono ovunque e qualsiasi aspetto o situazione può offrire una lettura cosiddetta “di parte”. Eppure, il suo punto di vista di laico, ateo non-pellegrino, non-attivista, lo ha aiutato a mettere sulla carta un reportage a fumetti asciutto, chiaro e scorrevole che via via chiarisce (o interpreta?) i termini e le questioni del conflitto. In veste di viaggiatore, chiede, annota, disegna ciò che vede e osserva riuscendo alla fine a raccontare una complessità di vita e di luoghi con un linguaggio accessibile a tutti. Gli stessi colori scelti per il fumetto, i toni di grigio, i beige, i rosati ci restituiscono non solo la pietra chiara di Gerusalemme, ma anche la durezza e insieme il fascino gerosolimitano. Con lui, vediamo la desolazione di Gerusalemme Est, in netto contrasto con Gerusalemme Ovest, sempre più presente anche nella parte araba. Ma già nel volo verso Tel Aviv, Delisle legge i segni e le ferite che porta in sé Gerusalemme: la figlioletta è presa in braccio da un sopravvissuto ai campi di sterminio - il numero impresso nella pelle è chiaro e non lascia adito a dubbi. Lo stesso quartiere arabo di Bet Hanina, a Gerusalemme Est, dove la famiglia prende casa, è dentro la ferita della storia ancora aperta. Delisle lo nota grazie a un’operatrice di MSF che gli spiega che si tratta di un villaggio arabo che è stato annesso nel ‘67 in seguito alla guerra dei 6 giorni a nord della città vecchia: “per il governo israeliano siamo in Israele, questo è certo, ma per la comunità internazionale che non riconosce la spartizione fatta nel ‘67, ci troviamo in Cisgiordania, quella che dovrebbe diventare la Palestina (se mai accadrà)”. La stesso discorso vale per Gerusalemme capitale dello Stato di Israele: “Per la comunità internazionale è Tel Aviv, dove ci sono tutte le ambasciate. Ma per Israele è Gerusalemme. La Knesset (il parlamento), è qui non a Tel Aviv.” Il ritmo del conflitto palese o nascosto scorre lungo tutta la narrazione. Dai luoghi sacri e prosaici che visita, dalle persone che incontra, dalle situazioni incandescenti che si offrono allo spettatore straniero, come quando giunge, accompagnato da due anziane signore, a Qualandiya: le donne lavorano per l’organizzazione israeliana Machom Watch, nata per sorvegliare la situazione creata dal muro di separazione. Eppure i due popoli sembrano destinati a convivere, al di là delle pretese o dei desideri giusti o sbagliati di ciascuno. Da uno dei tanti tg israeliani, Delisle annota:Al tg della sera il primo ministro dimissionario israeliano Ehud Olmert dichiara, qualche giorno prima del termine del proprio incarico: “L’idea della grande Israele non esiste più, e chiunque vi creda ancora è un illuso. Ormai qui vivono tanti popoli diversi!”.

Questo articolo è stato pubblicato da Verona Fedele, 1 giugno 2014. 

GERUSALEMME SENZA DIO di Paola Caridi (Feltrinelli 2013)



Paola Caridi
Gerusalemme senza Dio. Ritratto di una città crudele 
Feltrinelli, 2013 pagg. 202 




"Mio figlio, a tredici anni, mi ha detto: Tu sai meglio di me la storia di Gerusalemme, ma io l'ho vissuta di più, sulla mia pelle" . Così termina il libro di Paola Caridi, Gerusalemme senza Dio. Ritratto di una città crudele (Feltrinelli, Milano 2013), lontanissimo da cliché e stereotipi. Classe 1961, Paola Caridi ha vissuto per dieci anni a Gerusalemme dove ha lavorato come giornalista, occupandosi di Medio Oriente, in particolare di islam politico in Palestina ed Egitto. Ha pubblicato, sempre presso Feltrinelli, Arabi invisibili (2007), Hamas. Che cos’è e cosa conosciamo (2010); continua a curare il blog Invisiblearabs nato dal suo desiderio di “dare voce e corpo a un pezzo di mondo che voce ne ha poca”. Proprio perché ha donato a Gerusalemme dieci anni della sua vita, Paola Caridi sa che si tratta di materiale da maneggiare con cura: impossibile, dunque, scrivere un libro su Gerusalemme; possibile scrivere, invece, un libro sulla propria Gerusalemme. Uno sguardo che le viene da quella città che ha conosciuto per averci camminato, lavorato, studiato, una particolare prospettiva la sua, che ha maturato proprio da quel pezzo di vita vissuto con la sua famiglia: perché un figlio piccolo impone uno sguardo di madre sulla città e obbliga a un’esperienza diretta e concreta dei mille aspetti del quotidiano, spesso estranei allo studioso chino sui libri o all’attivista totalmente immerso nella propria missione. Un titolo che può sembrare provocatorio per la città tre volte Santa. Eppure è qualcosa di intimo e di spirituale che le è rimasto dentro, una volta partita da Gerusalemme: il ritmo dei tempi del giorno scandito dai “suoni di cui la città è piena”; la nostalgia di quel ritmo antico più consono a una natura “che abbiamo violentato con gli anni e coi secoli”.
Lo sguardo dell’autrice segue le riflessioni del semiologo Roland Barthes: se ogni città è un discorso con i suoi significati e significanti, di forme e di senso, per capirlo è necessario destrutturarlo, decodificarlo, e l’architettura urbana ben si offre a questo tipo di lettura. Da questo approccio, prendono inizio i suoi primi passi per raccontare Gerusalemme. Passi che ripercorrono la città partendo dal quartiere di Musrara, primo quartiere misto sorto fuori dalle mura della città vecchia durante il mandato britannico, dove la casa del vecchio arabo cristiano che l’accompagna è stata trasformata, durante la riqualificazione urbanistica degli anni settanta (avvenuta a seguito delle proteste scatenate dagli ebrei sefarditi costretti a vivere in una Musrara degradata), in una mikveh (bagno rituale). Quella casa trasformata è la strada della memoria per l’anziano esule costretto fuggire a Beirut nel ‘48: uno spartiacque storico - la nascita dello Stato di Israele o la Nakba, in lingua araba (la “Catastrofe”): come sempre, in questa terra ferita, i nomi dipendono dall’angolazione. Ora nel quartiere non vi è più nulla di arabo, resta solo la scuola salesiana “simulacro della presenza cristiana, riconquistata dopo una lunga battaglia legale”. Eppure il cipresso, tanto caro all’anziano accompagnatore, è ancora lì, vivido nella sua memoria.
Ma a Gerusalemme i segni da leggere sono sparsi ovunque: tracce di una presenza araba dove possibile rimossa o segni di una Gerusalemme israeliana moderna che si continua a costruire e a costruirsi, creando un arcipelago di enclave e di isole. Una città dove anche l’archeologia è “pietra” politica, perché a Gerusalemme nessuna pietra può rimanere estranea al conflitto. Ogni pietra è un segno da decifrare in questa Gerusalemme senza dio, eppure “quella Via Dolorosa così prosaica, […]  è quanto di più simile alla descrizione del Vangelo si possa rintracciare nella Gerusalemme post-moderna. È il segno della solitudine e della passione del Cristo in una dimensione quotidiana della città: così come ai tempi del Gesù storico, il Cristo era stato egli stesso condotto nella sua Via Dolorosa tra i banchi del mercato, esposto al pubblico ludibrio, proprio nei luoghi in cui il maggior numero di persone potesse assistere alla sua umiliazione”.


Questo articolo è stato pubblicato da Verona Fedele, 6 luglio 2014.

sabato 8 marzo 2008

UN MIO SGUARDO SU GERUSALEMME E IL CONFLITTO 'ETERNO'







Foto 1 e 2: Gerusalemme oggi e nel 1854
Foto 3: François-Réné de Chateaubriand (1768-1848)
A 38 anni viaggia in Terrasanta: dal luglio 1806 al maggio 1807
A Gerusalemme: dal 1° ottobre al 16 ottobre 1806
Foto 4: Gustave Flaubert (1821-1880)
A 28 anni viaggia in Oriente dal 29 ottobre 1849 al 15 giugno 1851
A Gerusalemme dall’8 al 23 agosto 1850
Foto 5: Maxime Du Camp (1822-1894)
A 29 anni viaggia in Oriente dal 29 ottobre 1849 al 15 giugno 1851
A Gerusalemme dall’8 al 23 agosto 1850
Foto5 : Pierre Loti (1850-1923)
A 44 anni viaggia in Terra Santa: dal febbraio 1894 all’aprile 1894
A Gerusalemme nella Pasqua del 1894 (dal 26 marzo al 16 aprile)




Quando sono stata a Gerusalemme nel Natale del 2005, non avevo ancora letto l’Itinerario da Parigi a Gerusalemme (1806) di François-Réné de Chateaubriand né il viaggio in Oriente (1848) di Flaubert e di Maxime Du Camp, né tanto meno il diario a Gerusalemme (1894) di Pierre Loti - so che ci sono altri scrittori francesi come Lamartine, Gérard de Nerval e altri che hanno viaggiato in Oriente (oggi Medio Oriente), ma li devo ancora affrontare: sono lì pronti che aspettano.
Avevo tuttavia letto già diversi narratori del 900 e contemporanei: israeliani, ebrei, palestinesi, arabi cristiani e mussulmani e mi ero già documentata su tutta una storiografia presente sul mercato editoriale italiano, cercando più punti di vista: dagli storici israeliani come Benny Morris, Ilan Pappe a quelli palestinesi, compresi gli italiani, gli inglesi, francesi e tanti altri.
Ho inserito nei miei “preferiti” ormai tanti siti: di Israele, Palestina e Terrasanta e del Medio Oriente. Insomma, è da anni che seguo la “questione israelo-palestinese” – così come viene comunemente chiamata – e l’unica risposta che mi sono data alle ragioni della tragedia in atto in Terra di Israele e di Palestina e Terrasanta è quella di sospendere qualsiasi giudizio di parte (chi sono io per farlo?).

Penso che la questione del “conflitto israeliano-palestinese” sia in realtà mal posta: e proverò a spiegare il perché.

Ma torniamo ai libri e alle storie che raccontano altre storie.
Ho trovato che la potenza della narrazione (una forma letteraria che più mi corrisponde ed appassiona, forse perché non sono una storica né per passione né tanto meno per formazione) riesca a far sì che il lettore meglio si immedesimi nell’altro. Di tutta questa “faccenda”, questo aspetto è fondamentale. Senza un’empatia vera e profonda, non è possibile non solo giudicare ma tanto meno provare a dire: questo sì e questo no. Perché qui sta il punto: bisognerà arrivare a dire: questo sì, questo no. Tengo a precisare che nell’immediato, qualsiasi forma di violenza è a mio avviso controproducente: sia quella dell’esercito israeliano sia quella dei combattenti o terroristi o come ognuno decida di chiamarli. E se si segue la logica di chi ha iniziato prima, si deve per forza tornare in Europa (un’Europa estesa anche alla Russia, s’intende!) e negli Stati Uniti.

Qui sta il punto. Ecco perché la “questione israelo-palestinese” è posta male: la lingua delimita una realtà semplificandola. La questione è molto più complessa e se il cittadino europeo e, di conseguenza, il suo rappresentante politico non “sente”, non percepisce la questione come propria, saremo sempre punto a capo. L’Europa non può lasciare agli Stati Uniti la gestione di tutta questa tragedia, essa deve – anzi dobbiamo - , a mio avviso, assumerci tutte le nostre responsabilità. Edward Said, David Grossman, Amos Oz, sebbene con sfumature (a volte sostanziali!) diverse, hanno sempre visto nell’Europa un interlocutore fondamentale.

Nella storia collettiva come in quella individuale si tende – si sa - a scaricare sull’altro tutto il peso delle proprie responsabilità. Ripetiamo all’infinito le semplificazioni di sempre: gli Israeliani sono i buoni perché è da secoli che subiscono, i Palestinesi sono invece i cattivi che tirano le pietre e che si fanno esplodere come bombe, non hanno voluto la pace nel ‘49 e allora adesso di cosa si lamentano? Oppure il contrario: gli Israeliani, o peggio ancora gli Ebrei, sono i cattivi sionisti che perseguono un terrorismo di stato mentre i Palestinesi sono le povere vittime. Allora come se ne esce? Ma soprattutto: noi, in tutto questo, possiamo davvero chiamarci fuori e puntare il dito contro l’uno o l’altro, con tutti gli anatemi annessi e connessi? Ritenendoci magari “superiori” perché non ci siamo impantanati in tanto sangue che sembra non esaurirsi mai ?

Sento bruciare tra i tasti del computer le parole – quando si parla di queste tragedie, tutto diviene incandescente. Meglio dunque proseguire con le mie letture che, se alimentate in tutte le direzioni, possono rischiarare qua e là e aiutare a capire, a sospendere il giudizio di condanna dei buoni e dei cattivi e a rafforzare una “terapia collettiva” che possa aiutare la politica europea a intervenire in termini di giustizia e di pace. La consapevolezza collettiva può, in taluni casi, sostenere la politica ad agire.
Per le parti coinvolte, sarà dolorosissimo, ma come dice Oz, è l’unica via possibile.

E io povera “padanese”, cristiana e cattolica (non Kattolica!) sperduta nell’oceano dei blog, cosa posso fare? Nulla di rilevante e significativo, non ho né la statura né i mezzi. Ma la mia storia mi ha portato qui. Ciò che oggi mi dà un senso è mettere in rete un po’ alla volta le mie riflessioni, traduzioni e sintesi.
Il blog è uno strumento stupendo per la diffusione delle idee e delle informazioni. Per questo, cerco sempre di scrivere la fonte di ciò che traduco e cito, è un segno di rispetto nei confronti di tutti coloro che si imbatteranno nella “mia bibliothèque de nuages” e che vorranno sfogliarne qualche pagina.

ECCO PERCHE' “MI PIACE” VIAGGIARE CON GLI SCRITTORI FRANCESI (ma non solo!)DEL XIX° SECOLO

La lettura dei viaggiatori francesi del XIX° secolo mi ha aiutato a cogliere quel filo potentissimo, ma oggi quasi invisibile o, peggio ancora, per alcuni addirittura inesistente, che da sempre lega la Terra di Palestina, di Israele, di Terrasanta (o come la si voglia chiamare), insomma (!) il Levante, con la nostra vecchia Europa.

La rilettura dei viaggiatori francesi e inglesi del XIX° secolo che ne ha fatto Edward Said, nel suo ormai celeberrimo saggio Orientalismo, mi ha restituito un’immagine di me stessa e della cultura di cui sono intrisa un po’ diversa da come me l’ero, a mia insaputa, costruita nel corso degli anni. Ho provato a cercare di capire. Ho provato ad ascoltare le ragioni dell’altro. Non è un esercizio che mi tocca ferite personali e collettive profonde: lo posso quindi fare perché non sono coinvolta emotivamente in questa tragedia sebbene abiti in Italia. Il caso (?),la Provvidenza (?), Dio (?), l’Eterno (?) mi ha fatto nascere qui a Verona, cristiana e cattolica. Punto. Per trovare me stessa ho dovuto tornare anche a queste origini. Ma ad ognuno la propria storia. Il proprio percorso.

Dopo queste letture mi sono chiesta: quale sguardo occidentale si è venuto a posare (o a violentare?) la Terra d’Oriente? Quanto siamo tutti in qualche modo responsabili di ciò che sta avvenendo in Israele, nei Territori Occupati, in Cisgiordania, a Gaza? Perché noi Europei non siamo consapevoli di questa responsabilità che ci lega a doppia mandata con quella Terra? Perché, a livello di opinione pubblica, si è sempre così ideologicamente divisi?

La lettura di questi libri non solo mi ha restituito la Francia e la Gerusalemme del XIX° secolo, ma mi ha dato l’opportunità di cogliere i cambiamenti di un’epoca. Tre date di viaggio: 1806,1848, 1894. Pochi gli uomini: un aristocratico con il suo domestico (François-Réné de Chateaubriand con Julien), due giovani letterati laici (Gustave Flaubert e Maxime Du Camp) e un militare (Pierre Loti), contemporaneo all’Affaire Dreyfus, alla ricerca di un senso da dare all’esistenza. Viaggiare con loro mi ha offerto una prospettiva che mi ha aperto orizzonti e punti di vista inaspettati in tutte le direzioni.

Nella mia “bibliothèque” sto cercando di riordinare i diversi appunti che ho buttato giù in occasione dei diversi incontri, conferenze che ho tenuto su questo argomento. Non sono un’esperta, e non mi definisco tale. Non sono nemmeno una viaggiatrice di razza. Ma mi è sempre piaciuto viaggiare e poi, per viaggiare o buttar giù qualche appunto, bisogna per forza “essere qualcuno”?

Adesso sto viaggiando con Chateaubriand e sto preparando il post numero 6.
Sono convinta che questo scrittore francese, vissuto a cavallo tra il XVIII° e il XIX° secolo, possa darci oggi più che mai, qualche strumento in più per leggere e cercare di capire, non solo la nostra cara e vecchia Europa, ma anche e soprattutto, la Terra di Palestina, di Israele, di Terrasanta (o come la si voglia chiamare). Forse ci aiuta a comprendere la tessitura fitta di legami che questo lembo di Terra ha con la nostra storia. Si tratta di una testimonianza, a mio avviso, preziosissima poiché ci restituisce lo sguardo che noi cristiani, cattolici (o Kattolici?) abbiamo sempre avuto nei confronti degli Arabi, dei Turchi, ma anche e soprattutto degli Ebrei.

Chateaubriand ragiona per categorie e per appartenenze religiose e culturali. Da un lato c’è la società civilizzata, la Francia, dall’altro ci sono i selvaggi: i popoli del Levante.
Noi Europei cristiani siamo in parte figli anche suoi e siamo così profondamente intrisi di “Chateaubriand” nel bene e nel male, chi più consapevolmente chi meno, che non possiamo chiamarci fuori dalla tragedia che si sta consumando in quella Terra.

Oggi parte di questa terra è divenuta lo Stato di Israele. E il resto cosa sta diventando?
Non so se sono rimasta critica e lucida nei confronti della realtà di Gerusalemme, (se facciamo fatica “noi” a farlo, noi che ce ne stiamo tranquillamente nelle nostre città europee, come possono rimanerlo le persone pienamente coinvolte e che vivono da generazioni e generazioni questo dramma? come possiamo noi puntare il dito contro questo popolo o l’altro? E noi cristiani? Cattolici? O Kattolici? Come ci poniamo nei confronti di tutto ciò?).

Sono convinta che ogni cittadino europeo debba diventare consapevole di questo per poter significativamente partecipare alla costruzione di una pace possibile.
Non mi sento una cristiana infervorata, subisco il fascino unito al dramma di Gerusalemme e della sua storia. O meglio, della nostra storia in quanto appartiene a tutti gli uomini al di là di qualsiasi fede e appartenenza.

Ieri 7 marzo 2008 (ma quante volte è accaduto!), la Gerusalemme ebraica suonava a lutto.
E tutte le altre?

lunedì 3 dicembre 2007

ODORE DI GERUSALEMME

Ho cercato Gerusalemme nelle voci degli autori arabi della Palestina, di oggi e del secolo appena trascorso. Ho provato a tracciare un “itinerario” di letture, cercando di rispettare la sofferenza e la storia di tutte le persone (palestinesi, israeliani, ebrei, arabi cristiani e musulmani) che hanno sofferto e che ancora continuano a soffrire per la terra di Israele e di Palestina.
Ho incontrato amicizie (possibili e impossibili), visitato case, ascoltato volti e frequentato scuole, dal periodo del mandato britannico ai nostri giorni, così come ci vengono narrate dalle scrittrici e dagli scrittori arabi di Palestina e di Israele, a Gerusalemme.
Una cosa mi preme sottolineare: quando ho iniziato ad ascoltare il racconto degli autori e delle autrici palestinesi (o che si sentono palestinesi, nonostante un diverso passaporto o una diversa nazionalità), non ho mai potuto smettere di ascoltare le voci degli autori ebrei e israeliani. Anzi, una voce ha chiamato l’altra, arricchendola e completandola. Ritengo che un ascolto ampio e di respiro sia preferibile al firmare petizioni contro o pro l’una o l’altra parte e penso che i libri di narrativa possano fare, in un certo senso, molto di più dei libri di storia. Il racconto, anche se spesso tratta di personaggi immaginari, ci riporta alla persona, alla sua storia, al suo volto, alla sua tragedia.
Scrivo tutto questo perché vorrei riuscire a dire solo parole per conoscere e amare Gerusalemme, nella sua complessa unicità.
Mi sarebbe tanto piaciuto creare un sito dal titolo "La voce dell’altro" dove accostare insieme le diverse voci di autori ebrei, israeliani, arabi, palestinesi. Ascoltare la loro Gerusalemme: quella amata, odiata, sognata, perduta o rimpianta. Ascoltare la storia e il dramma di ogni volto. Punti di vista diversissimi perché diversissimi sono i vissuti e le tragedie di ciascuno.
Ho tanti appunti sparsi e letture accumulate: spero un giorno di riuscire a creare questo sito o, se non mi sarà possibile, almeno un blog. Adesso mi accontento di mettere ordine tra i miei appunti sparsi, nella mia bibliothèque, come sempre: un po' alla volta.
Inizio dal ciclo di incontri che abbiamo proposto alla Libreria Paginadodici di Verona nella primavera di quest’anno (2007).
“ODORE DI GERUSALEMME…“. La città dei contrasti: parole per conoscerla e amarla.
(a cura di Lorenzo Gobbi e Maddalena Cavalleri)

Primo incontro (1^ parte)
GERUSALEMME NELLA MEMORIA DI AMOS OZ
Un viaggio nella narrativa di Amos Oz e nella Gerusalemme di oggi, con proiezione di fotografie dei luoghi di Oz
Lorenzo Gobbi (autore di Gerusalemme nella memoria di Amos Oz, Unicopli, Milano 2006)

Secondo incontro (2^parte)
GERUSALEMME NELLA MEMORIA DI AMOS OZ
Un viaggio nella narrativa di Amos Oz e nella Gerusalemme di oggi, con proiezione di fotografie dei luoghi di Oz
Lorenzo Gobbi (autore di Gerusalemme nella memoria di Amos Oz, Unicopli, Milano 2006)

Terzo incontro
LA CLEMENZA DEL FEROCE SALADINO
Gerusalemme contesa: il significato storico e simbolico di Gerusalemme tra Cristianesimo, Ebraismo e Islam.
Massimo Jevolella (autore di Saladino, eroe dell’Islam, Boroli Edizioni, Milano 2006)

Quarto incontro
AL-QUDS GERUSALEMME “LA SANTA”
Gerusalemme araba tra cristiani e mussulmani: suggerimenti di lettura
Maddalena Cavalleri

Quinto incontro
“KÙM, ÒRI… (SORGI E RISPLENDI…)”
Gerusalemme nella poesia di Paul Celan – Paul Celan a Gerusalemme
Lorenzo Gobbi

Sesto incontro
“ALLE TUE PORTE GERUSALEMME…”
François de Chateaubriand, Gustave Flaubert, Maxime Du Camp et Pierre Loti a Gerusalemme
Maddalena Cavalleri.

libreria paginadodici
corte sgarzerie, 6 a – centro storico
37121 VERONA VR
tel. 045-8005750
pagina.dodici@yahoo.it
http://www.paginadodici.blogspot.com/

La fotografia che ho inserito nel blog, è tratta dal sito http://www.eliaphoto.com/
Il sito è dedicato alla memoria di Elia Kahvedjian (1910-1999), un fotografo armeno che ha lasciato un patrimonio di fotografie storiche di Gerusalemme davvero prezioso. Se andate a Gerusalemme, vi consiglio caldamente di andarlo a visitare. Altrimenti il suo sito internet offre già uno sguardo (tra gli innumerevoli sguardi possibili!) su Gerusalemme. Le foto si possono anche ordinare via internet.