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sabato 12 gennaio 2008

FRANÇOIS-RÉNÉ DE CHATEAUBRIAND: UN ARISTOCRATICO A GERUSALEMME – 1806 (5^ parte) : VERSO GERUSALEMME
















Il tre ottobre del 1806 alle quattro del pomeriggio, François-Réné de Chateaubriand (con i domestici, un padre custode dell’Hospice des Pères di Giaffa e due arabi), si mette in viaggio per raggiungere Gerusalemme. Attraversa la pianura di Saron tra Giaffa e Cesarea, passa per molti villaggi tra i quali Al-Ramleh (da non confondere con Ramallah), Lod, Latroun (Larron), il “villaggio di Geremia detto anche Abu Gosh o El Qarya”, e il villaggio di Keriet-Lefta[1]. Raggiungerà Gerusalemme solo a mezzogiorno e ventidue minuti del giorno successivo, il 4 ottobre. (In questo caso, il nostro aristocratico francese è stato davvero preciso nel riportare la data del suo arrivo nella città santa!).
Per descrivere la strada da Giaffa a Gerusalemme e non solo, Chateaubriand si avvale degli storici e dei viaggiatori che l’hanno preceduto; tra cui il barone Deshayes, inviato nei luoghi santi da Luigi XIII, il padre gesuita Père Néret (XVIII secolo) e il conte di Volney[2] (1757-1820). Sarà una costante del suo viaggio citare i suoi predecessori per informare il lettore su tutto ciò che incontra e vede: l’origine del nome di Giaffa, la storia di Gerusalemme, la descrizione dei luoghi santi, la storia delle crociate o del Santo Sepolcro, e molto altro ancora. Tra i tanti personaggi che cita, non può non ricordare il Tasso con la sua Gerusalemme liberata e Napoleone Bonaparte, che prese d’assalto con i suoi soldati la città di Giaffa nel 1799.
Per gli Arabi, il ricordo del grande imperatore francese è ancora vivissimo: sono trascorsi solo cinque anni dalla Campagna d’Egitto, quando Chateaubriand incontra, sulla strada per Gerusalemme, alcuni piccoli beduini che marciano al grido di “En avant! Marche!” in lingua francese. Un’immagine che gli rimarrà talmente impressa che egli concluderà le pagine del suo itinerario proprio con questo ricordo; vedere come questi giovanissimi beduini si divertano ad imitare i grandi soldati francesi è qualcosa che lo riempie di un grande orgoglio e gli regala una gioia simile a quella che deve aver provato Robinson Crusoe quando ha sentito parlare il suo pappagallo! Eccoci davanti a uno dei tanti atteggiamenti colonialisti dell’aristocratico francese che Edward Said non poteva non evidenziare:


[per Chateaubriand] L’arabo d’Oriente era un “uomo civile ricaduto nello stato selvaggio”: nessuna meraviglia, quindi, che, osservando gli arabi sforzarsi di parlare francese, il nobile viaggiatore si sentisse come Robinson Crusoe, stupefatto all’udire il suo pappagallo pronunciare la prima parola.[3]

Ma proviamo a viaggiare insieme al trentottenne François e immaginiamoci come poteva essere quella terra ben 202 anni fa! Siamo sulla strada che da Giaffa, a quel tempo, portava a Gerusalemme:

Tuttavia avvicinandosi a San Geremia, fui un po’ consolato da uno spettacolo inatteso. Greggi di capre dalle orecchie cadenti, montoni dalle grandi code, asini che ricordavano per bellezza l’onàgro delle Scritture, uscivano dal villaggio al sorgere dell’aurora. Donne arabe facevano seccare l’uva nelle vigne: qualcuna aveva il viso coperto da un velo e portava sul capo un vaso colmo d’acqua, come le figlie di Madian[4]. Alle prime luci del giorno, dal borgo delle case, saliva un fumo bianco come vapore; si sentivano voci confuse, canti, grida di gioia. Quella scena creava un gradevole contrasto con la desolazione del luogo, e i ricordi della notte.
La nostra guida araba aveva ricevuto anticipatamente il diritto che la tribù esige dai viaggiatori; e noi passammo senza ostacolo. D’un tratto fui colpito da queste parole pronunciate distintamente in francese: “En avant: Marche!”. Volsi il capo e scorsi una truppa di piccoli Arabi tutti nudi che si esercitavano con dei bastoni di palme. Non so quale vecchio ricordo della mia prima vita mi tormenti: e quando mi si parla di un soldato francese, mi batte il cuore; ma vedere dei piccoli Beduini nelle montagne della Giudea imitare le nostre esercitazioni militari e serbare il ricordo del nostro valore; sentirli pronunciare quelle parole che sono, per così dire, le parole d’ordine dei nostri eserciti, e le sole che conoscano i nostri granatieri: ci sarebbe stato di che emozionare un uomo meno innamorato di me della gloria patria. Non mi spaventai come Robinson quando sentì parlare il suo pappagallo, ma rimasi affascinato non meno del famoso viaggiatore. Diedi qualche moneta turca al piccolo battaglione, dicendogli: “En avant: Marche!”. E per non dimenticare nulla, gli gridai : “Dio lo vuole! Dio lo vuole!” come i compagni d’armi di Goffredo e di San Luigi.
[5]

E finalmente, eccolo scorgere Gerusalemme:

[…] Improvvisamente all’estremità dell’altopiano, scorsi una linea di mura gotiche fiancheggiate da torri squadrate, dietro alle quali emergevano alcune punte di edifici. Ai piedi delle mura, appariva un campo di cavalleria turco, in tutta la sua pompa orientale. La guida gridò “El-Cods!” La Santa (Gerusalemme) e fuggì al gran galoppo[6]

(La traduzione dei brani tratti dall'Itinéraire è opera della sottoscritta!)

Foto 1: Gesuiti verso la Terra Santa nel XVIII° sec.
Foto 2: Il conte di Volney, (1757-1820)(per saperne di più: http://www.jerusalem-pedibus.net/site_fr/index_fr.html?http&&&www.jerusalem-pedibus.net/site_fr/volne_fr.html) Foto 3 : Réné-François de Chateaubriand (1768-1848)
Foto 4: Edward Said (1935-2003)
Foto 5: I pastori 1931 – http://www.eliaphoto.com/
Foto 6: Prendere acqua alla fonte 1935 – http://www.eliaphoto.com/
Foto 7: Macellazione dell’agnello 1930 – http://www.eliaphoto.com/
Foto 8: Ragazzo beduino 1935 – http://www.eliaphoto.com/
Foto 9: Ogràno (Asino selvatico: equus emonius)


NOTE AL TESTO
Le citazioni dall'opera di Chateaubriand sono state tradotte da me.
[1] Nella traduzione riporto i nomi dei villaggi così come sono trascritti nel libro di Chateaubriand. In Israele, oggi, Giaffa fa parte del più ampio comune di Tel Aviv (Tel Aviv-Yafo)
[2] Il conte di Volney, (1757-1820), filosofo e orientalista, verso la fine del XVIII secolo, a 25 anni, intraprende un viaggio verso il levante che durerà 5 anni. Al suo ritorno pubblicherà Voyage en Syrie et en Egypte. Tale opera ebbe un grande successo e fu un punto di riferimento per Bonaparte e i suoi ufficiali durante la Campagna d’Egitto.
[3] Edward Said, Orientalismo, Feltrinelli 2006, p. 173.
[4] Esodo II, 16-17
[5] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem, op.cit., p. 295-296
[6] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem, op.cit., p. 297

sabato 22 dicembre 2007

FRANÇOIS-RÉNÉ DE CHATEAUBRIAND: UN ARISTOCRATICO A GERUSALEMME – 1806 (4^ parte) SBARCO A GIAFFA













Foto1 - Jafa Port (1936 – http://www.eliaphoto.com/)
Foto 2 - Jafa Port (1936 – http://www.eliaphoto.com/)
Foto 3 - Jafa bringing goods (http://www.eliaphoto.com/)
Foto 4 - Jafa Caravan (http://www.eliaphoto.com/)
Foto 5 - Monastero di San Saba (1934 – http://www.eliaphoto.com/)
Foto 6 - Monastero di San Saba oggi in Cisgiordania
Foto 7 - Il Mar Morto (2006)
Foto 8 - Il deserto lungo le rive del Mar Morto (2006)

Dopo una traversata durata tredici giorni da Costantinopoli, Chateaubriand sbarca a Giaffa il 1°ottobre del 1806, con il suo domestico Julien: “Giaffa presenta solo un brutto ammasso di case radunate in cerchio e disposte ad anfiteatro sul pendio di una costa rialzata[1]”: così Chateaubriand ci descrive la città dalla nave. Il minareto della moschea si mostra chiaro al suo orizzonte, ma ogni cosa, per lui, esiste in funzione del Vangelo e delle Sacre Scritture: la terra è lì per dare testimonianza degli avvenimenti divini che vi sono accaduti e la stessa popolazione autoctona è funzionale alla grandezza evangelica. Infatti, prima ancora di sbarcare a Giaffa, incontriamo l’Arabo che la scrittura di Chateaubriand trasfigura: non un uomo qualunque che si dà da fare per portare a casa qualche moneta grazie ai viaggiatori venuti a visitare la sua terra, ma un rappresentante della razza Araba che, in attesa del vascello, ha il grande privilegio di calpestare la riva che, un tempo, è stata testimone dei miracoli di Gesù.

L’Arabo, che erra su questa costa, segue con occhio avido il vascello che passa all’orizzonte: attende le spoglie del naufrago sulla stessa riva in cui Gesù Cristo ordinava di dar da mangiare agli affamati e vestire gli ignudi. […]
Dei caicchi avanzarono presto da tutte le parti, per cercare i pellegrini: i vestiti, i tratti, la carnagione, l’aspetto del loro volto, la lingua dei padroni di queste imbarcazioni, mi annunciarono subito la razza araba e la frontiera del deserto. […]
Gli Arabi dalla riva procedettero nell’acqua fino alla cintura, al fine di caricarci sulle loro spalle.
[2]

L’occhio “avido” mostra già tutto il pregiudizio dell’occidentale. Degli Arabi è bene non fidarsi, è Padre Giovanni dell’Hospice des Pères di Giaffa a dirlo: egli consiglia al nobile pellegrino francese e al suo domestico Julien, di rimanere sempre guardinghi nei confronti della popolazione locale. I due viaggiatori, infatti, devono sapere che gli Arabi si manifestano gentili con i turisti, solo per depredarli meglio; quindi, per raggiungere Gerusalemme, è prudente che indossino gli abiti dei pellegrini e che tengano nascoste le armi sotto le vesti. Ma non è per la strada verso Gerusalemme che i due stranieri saranno aggrediti dai beduini del deserto, ma nel cammino verso il Mar Morto nei pressi del convento greco-ortodosso di Mar-Saba: fortunatamente tutto si risolve al meglio, grazie all’intervento della loro scorta e del monaco greco ortodosso.
Fascino, paura, disprezzo sono i sentimenti che Chateaubriand prova nei confronti degli Arabi di cui subisce, a tratti, il fascino: l’immagine più orientale e poetica di questo popolo, egli l’esprime quando una notte, mentre riposa in riva al Mar Morto, vede degli arabi seduti in cerchio con i fucili deposti al fianco che, assorti, ascoltano il racconto dello scheick: nel loro atteggiamento, vede confermata la grande passione che gli arabi e i beduini del deserto hanno per il racconto[3]. Anche il giovane Maxime Du Camp, circa quarant’anni dopo, subirà lo stesso fascino.

"Tutto ciò che si dice della passione degli Arabi per il racconto è vero, e ne citerò un esempio: durante la notte che avevamo appena trascorso sul greto del Mar Morto, i nostri Betlemmiti stavano seduti attorno al fuoco, i fucili distesi a terra al loro fianco, i cavalli attaccati a dei paletti che formavano, all’esterno, come un secondo cerchio. Dopo aver bevuto il caffè e parlato molto assieme, quegli Arabi caddero in silenzio, fatta eccezione per lo scheick. Vedevo, al bagliore del fuoco, i gesti espressivi, la barba nera, i denti bianchi, le svariate forme che faceva la sua veste mentre questi continuava il racconto. I compagni lo ascoltavano con un’attenzione profonda, tutti protesi in avanti, il viso verso la fiamma, a volte gettando un grido di ammirazione, a volte ripetendo con enfasi i gesti del narratore; teste di alcuni cavalli venivano in avanti al di sopra del gruppo e si disegnavano nell’ombra, finendo col donare a quel quadro il più pittoresco dei tratti, soprattutto allorquando veniva ad aggiungersi un angolo del paesaggio del Mar Morto e delle montagne della Giudea.
Avevo studiato con tanto interesse sulla riva dei laghi le orde americane, ma quale altra specie di selvaggi potevo contemplare qui!
Avevo sotto gli occhi i discendenti della razza primitiva degli uomini, li vedevo con le stesse usanze che hanno conservato dai giorni di Agar e di Ismaele."
[4]

Nonostante l’ammirazione che prova nei confronti di questo quadro dipinto nel deserto, Chateaubriand manifesta un sentimento di superiorità nei confronti degli Arabi - abitanti del luogo - che restano, comunque per lui, dei “selvaggi”. Lo si percepisce, a mio avviso, anche dalle semplici descrizioni che ci offre in altri punti del suo Itinéraire: gli uomini hanno un portamento nobile e fiero ma i loro denti ricordano quelli degli sciacalli; le donne sono belle se osservate da lontano ma non da vicino, anche se si avverte qualcosa di delicato nei loro modi – Solo l’antica origine della stirpe sembra aggiungere gradi di nobiltà ai “selvaggi” che l’aristocratico incontra in Palestina:

Avevo sotto gli occhi i discendenti della razza primitiva degli uomini, li vedevo con le stesse usanze cha hanno conservato dai giorni di Agar e di Ismael; li vedevo nello stesso deserto che era stato assegnato loro da Dio in eredità: Moratus est in solitudine, habitavitque in deserto Pharan [5]. Li incontravo nella valle del Giordano ai piedi delle montagne di Samaria, sui sentieri di Ebron, nei luoghi in cui la voce di Giosuè fermò il sole, nei campi di Gomorra ancora fumanti della collera di Jéhovah, e che consolarono in seguito le meraviglie misericordiose di Gesù Cristo. Ciò che distingue soprattutto gli Arabi dai popoli del Nuovo Mondo, è che attraverso la natura rude dei primi si avverte tuttavia qualcosa di delicato nei loro costumi, si sente che sono nati in questo Oriente da dove sono emerse tutte le arti e tutte le scienze, tutte le religioni."[6]

Qualche riga più in là, Chateaubriand propone un parallelismo rivelatore tra il “selvaggio” che ha incontrato durante il viaggio in America e il “selvaggio” di Palestina: l’arabo. Entrambi sono selvaggi, ma con dei distinguo: se l’americano deve ancora raggiungere lo stato di civiltà, l’arabo l’ha già raggiunto ma anche già perduto.
Il selvaggio Americano non è ancora giunto allo stato di civiltà, tutto presso l’Arabo indica l’uomo civilizzato ricaduto nello stato selvaggio[7]”.
Lo sguardo dell’aristocratico francese è lo sguardo del colonialista che considera inferiori i popoli che ha incontrato durante i suoi viaggi. Ma, ai suoi occhi, se i selvaggi d’America sono stati resi più civili dalla religione cristiana, quelli di Palestina, proprio perché hanno rifiutato la vera religione - nonostante il grande privilegio di essere nati nella Terra scelta da Dio per la sua Incarnaziome – sono ricaduti nello stato selvaggio.

I temi sono attualissimi. A questo riguardo, il libro dell’intellettuale palestinese Edward Said, Orientalismo è un contributo preziosissimo per capire, riflettere, cercare di considerare le diverse sfaccettature della complessa questione.
Io stessa, dopo aver mentalmente viaggiato con alcuni viaggiatori d’Oriente in Palestina - l’aristocratico Chateaubriand nel 1806, i due borghesi intellettuali Maxime Du Camp e Gustave Flaubert nel 1849-51, e l’ufficiale militare Pierre Loti nel 1894 - ho avvertito la necessità di andare a rileggermi l’intellettuale arabo-palestinese, per cercare di capire quanto ancora questo sguardo sull’Oriente influenzi, a volte quasi inconsciamente, il nostro modo di guardare l’altra sponda del Mediterraneo, sebbene siano trascorsi più di due secoli.
Riporto di seguito alcuni stralci del suo libro, che chiariscono le intenzioni dell’autore e del suo studio:

"Orientalismo: vale a dire un modo di mettersi in relazione con l’Oriente, basato sul posto speciale che questo occupa nell’esperienza europea occidentale. L’Oriente non è solo adiacente all’Europa; è anche la sede delle più antiche, ricche, estese colonie europee; è la fonte delle sue civiltà e delle sue lingue; è il concorrente principale in campo culturale; è uno dei più ricorrenti e radicati simboli del Diverso. E ancora, l’Oriente ha contribuito, per contrapposizione, a definire l’immagine, l’idea, la personalità e l’esperienza dell’Europa (o dell’Occidente). Nulla, si badi, di questo Oriente può dirsi puramente immaginario: esso è una parte integrante della civiltà e della cultura europee persino in senso fisico.”[8]

Orientalismo: “Quasi tutto ciò che essi [Napoleaone e Lesseps[9]] sapevano dell’Oriente veniva dai libri appartenenti alla tradizione orientalista, dagli scaffali della relativa biblioteca di “idées reçues”; […], l’Est in carne e ossa era qualcosa che si poteva incontrare e affrontare perché i testi rendevano possibile tale esperienza. Si trattava di un Oriente muto, utilizzabile dall’Europa per la realizzazione di progetti, che coinvolgevano, senza mai renderle partecipi, le popolazioni indigene, incapace di opporre resistenza ai piani, ai significati, e persino alle mere descrizioni che a esso venivano sovrapposte.”[10]

"Orientalismo è un ripensamento di quello che per secoli è stato ritenuto un abisso invalicabile tra Oriente e Occidente. Il mio scopo non era tanto eliminare le differenze – chi mai può negare il carattere costitutivo delle differenze nazionali e culturali nei rapporti tra esseri umani? – quanto sfidare l’idea che le differenze comportino necessariamente ostilità, un assieme congelato e reificato di essenze in opposizione, e l’intera conoscenza polemica costruita su questa base. Ciò che auspicavo era un nuovo modo di leggere le separazioni e i conflitti che avevano provocato ostilità, guerre e l’affermarsi del controllo imperialista.”[11]

Edward Said, (un sito utile per saperne di più: http://www.rainews24.it/ran24/rubriche/incontri/autori/said.asp) in Italia, non è ancora noto al grande pubblico, è conosciuto tra le persone che si occupano di Medio Oriente, e nemmeno tra tutte! In Israele, è stato sicuramente quasi più letto che in Palestina/Territori Occupati in quanto lo stesso Arafat aveva proibito la diffusione dei suoi libri.
Nel saggio, Said ripercorre il viaggio e lo sguardo dei diversi viaggiatori occidentali in Oriente. Si sofferma a parlare di Chateaubriand, molto del viaggio in Egitto e Palestina di Flaubert con l’amico Maxime Du Camp, ma gli sfugge l’antisemitismo di Pierre Loti. Forse Said non aveva letto il suo diario a Gerusalemme dove Loti si lascia andare a delle forme di antisemitismo davvero impressionanti. Siamo nella primavera del 1894, dopo qualche mese scoppierà l’Affaire Dreyfus e Pierre Loti, non dimentichiamolo, è un militare.
Oggi in Francia si assiste, da parte di alcuni critici, ad una rivalutazione di questo scrittore minore che tanto impressionò Van Gogh e già molte sono le voci che si stanno sollevando contro, soprattutto quella gli Armeni di Francia; ma riprenderò l’argomento quando, in un altro post, mi occuperò del pellegrinaggio di Pierre Loti in Terra Santa.

Qualche giorno fa, mi è capitato di leggere un articolo sulla rivista Terrasanta del giurista e storico palestinese prof. Abdul Hadi che collabora al Palestinian Academy Society for the Study of Interbational Affairs (Passia, http://www.passia.org/) e pensavo a quanto ancora ci sia in noi Europei un po’ (solo un po’?) di Chateaubriand nei confronti degli Arabi di Palestina, sebbene siano trascorsi due secoli.
Alla domanda: “Che cosa vi aspettate dall’Europa?”, il professore risponde: “ Quel che è andato storto finora fra i palestinesi e l’Europa è che gli europei non ci hanno trattato come partner. Hanno adottato il rapporto di sudditanza che c’è fra donatori e beneficiari: con il paternalismo dei finanziatori che danno fondi senza preoccuparsi eccessivamente di formare degli esperti che diventino autonomi. Oggi tutto questo può cambiare: ci vorrà molto tempo , ma ci aspettiamo che l’Europa possa aiutare i palestinesi ad aiutare se stessi nel realizzare quei valori che hanno fatto grande la storia europea:libertà, solidarietà, uguaglianza, indipendenza, democrazia, formazione, Stato di diritto”(Rivista di Terrasanta, numero 6, novembre-dicembre 2007, p. 18 - http://www.terrasanta.net/)

La strada è decisamente in salita.


N.B.
Tutti sappiamo quanto la questione di Israele e Palestina sia complessa e dolorosa per i due popoli. Parlare di “muro” o di “barriera difensiva” dà già il punto di vista che si è scelto nel definire ideologicamente la realtà di cui si parla.
Quando scrivo del viaggio di Chateaubriand in Palestina, intendo la Palestina geografica, ovvero la Palestina del XIX secolo ancora sotto il dominio dell’Impero Ottomano.
Oggi la Palestina come Stato vero e proprio non esiste ancora: esiste invece l’Autorità Nazionale Palestinese che controlla i Territori occupati (ovvero la Cisgiordania/West Bank) e Gaza (che oggi è per lo più sotto il controllo di Hamas in forte tensione con l'ANP).
Giaffa, sin dal 1948, fa parte dello Stato di Israele.

[1] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem et de Jérusalem à Paris, Suivi du Journal de Julien, Gallimard, Folio classique, juin 2005. Edition et commentaires de J.-C. Berchet, p. 280
[2] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem et de Jérusalem à Paris, op. cit. p. 280
[3] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem et de Jérusalem à Paris, op. cit. pp. .331-332
[4] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem et de Jérusalem à Paris, op. cit. pp. 331-332
[5] Genèse XXI, 20-21: “Ismael abiterà lontano dai paesi abitati (…) stabilì il suo soggiorno nel deserto di Pharan” Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem… op. cit. p. 693 (nota)
[6] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem…op. cit. pp. 332
[7] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem…op. cit. pp. 333
[8] Edward Said, Orientalismo, Feltrinelli, 2001, pp.11-12.
[9]Ancor oggi è viva la querelle per l’attribuzione del progetto tecnico del Canale di Suez tra il francese Ferdinand de Lesseps e l’italiano Luigi Negrelli.
Napoleone il 19 maggio 1798 si imbarca a Tolone per l’Egitto, portando con sé 170 “savants”: si tratta della celeberrima campagna d’Egitto. Gli archeologi, gli astronomi, linguisti, storici e botanici che si erano aggiunti alla spedizione avevano come unica giustificazione quella di dare un supporto intellettuale e attirare la buona considerazione dell’Istituto nei confronti del futuro Napoleone.
[10] Edward Said, Orientalismo, Feltrinelli, 2001, pp.99.
[11] Edward Said, Orientalismo, Feltrinelli, 2001, dalla postfazione






mercoledì 5 dicembre 2007

FRANÇOIS-RÉNÉ DE CHATEAUBRIAND: UN ARISTOCRATICO A GERUSALEMME – 1806 (3^ parte) SEI GIORNI A GERUSALEMME








Chateaubriand più che in Palestina è diretto a Gerusalemme, o meglio al Santo Sepolcro. Egli non visiterà né Nazareth né il Lago di Tiberiade né il Monte delle Beatitudini in Galilea ma solo Gerusalemme, Betlemme, le rive del Giordano e il Mar Morto. Dei quindici giorni che trascorrerà in Terra Santa, dedicherà solo sei giorni alla visita dei luoghi santi di Gerusalemme. Un tempo estremamente breve se si considera l’intero viaggio.

Visitare Gerusalemme con gli occhi di questo aristocratico francese è stata un’esperienza davvero interessante, soprattutto dopo il mio viaggio, anzi il nostro viaggio, a Gerusalemme nell’inverno del 2005.
Il libro (Itinéraire de Paris à Jérusalem et de Jérusalem à Paris, Suivi du Journal de Julien, Gallimard, Folio classique, juin 2005. Edition et commentaires de J.-C. Berchet) non è ancora stato proposto sul mercato italiano, ma non vi è dubbio che lo meriterebbe!

In questo post, riporto solo le tappe essenziali del soggiorno di Chateaubriand nella città santa.

Chateaubriand a Gerusalemme: dal 1° ottobre al 16 ottobre 1806
1 ottobre: Sbarco a Giaffa.
4 ottobre: Arrivo a Gerusalemme, alloggio presso i frati latini.
5-6 ottobre: Visita alla Basilica della Natività di Betlemme, poi discesa fino al Mar Morto passando per Mâr-Saba. Il giorno dopo, esplorazione delle rive del Giordano, poi rientro a Gerusalemme passando per Gerico.
7-12 ottobre: Soggiorno a Gerusalemme, presso il convento del San Salvatore dei Frati Custodi di Terrasanta.
13 ottobre: Rientro a Giaffa, dove dovrà aspettare tre giorni prima di poter imbarcarsi per Alessandria d’Egitto.
16 ottobre: Imbarco per Alessandria d’Egitto.

Il primo ottobre del 1806 sbarca a Giaffa per ripartire subito dopo due giorni, giusto il tempo di riposarsi. Raggiunge Gerusalemme attraverso le montagne della Giudea e la vallata di Geremia. Arriva al convento dei Padri Latini a mezzanotte e 22 minuti per ripartire il mattino stesso per Betlemme dove visita la basilica della Natività. Lo stesso giorno si dirige verso il Mar Morto e il Giordano. Pranza al Monastero di San Saba dove viene assalito da alcuni Arabi che lo costringono a rifugiarsi nel monastero. Nel pomeriggio risale la valle del Cedron e arriva al Mar Morto dove trascorre la notte. Poi si reca a Jerico per riprendere il cammino verso Gerusalemme.
Dal 6 al 12 ottobre Chateaubriand visita i luoghi Santi e la città dentro e fuori le mura.
Il 12 mattina presto, lascerà Gerusalemme per Giaffa. Dovrà aspettare altri tre giorni prima di imbarcarsi il 16 per Alessandria d’Egitto.
Maggiori dettagli riguardanti il viaggio di Réné- François de Chateaubriand si possono trovare nel sito: http://www.ac-strasbourg.fr/pedago/lettres/Chateaub/cartitin.htm o anche al magnifico sito: http://www.jerusalem-pedibus.net/site_fr/index_fr.html?http&&&www.jerusalem-pedibus.net/site_fr/cartg_fr.html
La prima foto è tratta dal sito http://www.eliaphoto.com/ e rappresenta il Santo Sepolcro nel 1925.
L'ultima foto indica l'itinerario di viaggio ed è rintracciabile sul sito: http://www.ac-strasbourg.fr/

FRANÇOIS-RÉNÉ DE CHATEAUBRIAND: UN ARISTOCRATICO A GERUSALEMME - 1806 (2^ parte) - ITINERARIO DI VIAGGIO






foto 1: castello della famiglia Chateaubriand, a Combourg in Bretagna a una quarantina di Km dalla costa nord della Bretagna/Saint Malo
foto 2: maison de la vallée aux loups vicino a Sceaux a pochi km da Parigi, dove Chateaubriand si ritira dopo il suo viaggio in Palestina.
foto 3: Itinerario del suo a Gerusalemme.

In pellegrinaggio verso Gerusalemme: itinerario di viaggio[1].

A 38 anni, il 13 luglio del 1806 Réné-François de Chateaubriand lascerà Parigi per intraprendere, in condizioni alquanto difficili, il suo viaggio in Oriente, che si concluderà nel maggio del 1807.
Non è ancora nato il “Grand Tour” sotto l’egida di Thomas Cook (1808-1892) che muove flussi di pellegrini dall’Inghilterra a Gerusalemme sollevandoli da innumerevoli disagi, la rete ferroviaria non si è ancora sviluppata e, inoltre il Mediterraneo, è controllato dagli Inglesi, quindi al nostro aristocratico francese non resta che andare ad imbarcarsi a Trieste su di una nave austriaca, per poi imbarcarsi a Smirne su di una nave da guerra americana, con destinazione la cittadina andalusa di Algésiras.
Il viaggio sarà dunque caratterizzato da soggiorni molto brevi e navigazioni interminabili.

L’itinerario nel dettaglio:Chateaubriand parte con la moglie e il domestico Julien passando per Nevers, Lione, Torino, Milano, Verona e Padova. Tutti e tre giungono a Venezia dove soggiornano dal 23 al 28 luglio, ma mentre la moglie si fermerà in laguna, egli procederà con Julien fino a Modon (Méthoni, città greca del Peloponneso). L’aristocratico e il suo servitore si imbarcano a Trieste e da lì attraversano l’Adriatico e lo Ionio per giungere fino a Sud della Grecia (Morea o Peloponneso). Qui, Chateaubriand procederà da solo: visita Atene, fa la traversata dell’Egeo fino a Smirne, dove si rivedrà con il suo domestico Julien.
Un mese di viaggio per arrivare a Smirne dove sosterà dal 30 agosto al 2 settembre.
Insieme visitano Costantinopoli (13-18 settembre) e da Costantinopoli navigano fino a Giaffa. Sbarcheranno a Giaffa il 1° ottobre del 1806.
Il viaggio a Gerusalemme non durerà molto, nemmeno una quindicina di giorni.
Già il 13 ottobre infatti, i due viaggiatori ripartiranno per Giaffa, per raggiungere Alessandria; risaliranno il Nilo da Rosette[2] fino a al Cairo, dove soggiorneranno dal 1° all’8 novembre. Ridiscendono poi il Nilo fino ad Alessandria (8-13 novembre), dove Chateaubriand dovrà pazientare per proseguire il suo viaggio: il periodo coincide con l’inizio del Ramadam. Agli occhi del pellegrino occidentale, l’evento passerà del tutto inosservato.
Il 23 novembre essi iniziano la traversata per raggiungere la Tunisia (23 novembre-12 gennaio 1807).
Il 18 gennaio 1807 Chateaubriand arriva finalmente a Tunisi dove rimarrà fino al 4 marzo. Dopo di ché si dirige verso Algésiras: cittàdina spagnola dell’Andalusia (9-30 marzo); farà scalo ad Algeri e a Gibilterra. Qui egli ritrova Natalie de Noailles, la sua amata segreta. Visita Granata dal 12 al 13 aprile, poi Madrid e Burgos, e rientra finalmente in Francia. Arrivato a maggio a Bayonne, non sembra avere fretta di rientrare a Parigi: vagabonda per i Pirenei, trascorre una settimana a Bordeaux, risale verso Blois e a Orléans. Arriverà a Parigi il 5 giugno 1807.

Rientrato a Parigi, riprende a scrivere contro il dispotismo imperiale e pubblicherà qualche articolo, sui costumi dei Turchi, degli Arabi e dei Greci. Nel 1809 pubblicherà Les Martyres ou le Triomphe de la religion chrétienne che ricevono una campagna ostile e mitigata.






[1] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem et de Jérusalem à Paris, Suivi du Journal de Julien, Gallimard, Folio classique, juin 2005. Edition et commentaires de J.-C. Berchet , pp.613-621. (ho un po’ riassunto e un po’ tradotto questo itinerario di viaggio).
[2] Rosette, villaggio di Rachïd, era una tappa obbligata durante i viaggi in Oriente del XIX secolo: in questo piccolo villaggio a nord di Alessandria, un giovane generale, durante la campagna d’Egitto del 1799, notò questa pietra ricoperta da geroglifici, la maggior parte in lingua copta. Sarà Jean-François Champollion nel 1822 che riuscirà a decifrarne il significato. Oggi la pietra è esposta al British Museum a Londra.

martedì 4 dicembre 2007

FRANÇOIS-RÉNÉ DE CHATEAUBRIAND: UN ARISTOCRATICO A GERUSALEMME - 1806 (1^parte)





Réné-François de Chateaubriand (1768-1848) a Gerusalemme nell'autunno del 1806

Réné-François de Chateaubriand (1768-1848), un aristocaratico bretone, costretto a vivere, suo malgrado, le profonde trasformazioni del XVIII° e XIX° secolo, si reca a Gerusalemme nell’ottobre del 1806. Ha 38 anni, ha già compiuto diversi viaggi sia per piacere, sia perché costretto: ha visitato l’America, la Francia meridionale ed è fuggito in esilio a Londra (1793), dopo la Rivoluzione Francese, dove ha vissuto per sette anni sentendosi uno straniero in un Paese di cui non conosce la lingua. ( e dove scriverà Essai historique, politique et moral sur les révolutions anciennes. )
Chateaubriand è un aristocratico che si è visto spazzare via tutto un suo mondo e male si adatta a questa nuova situazione. Coltiverà un atteggiamento solitario e meditativo, la natura sarà la sua interlocutrice fidata e spenderà molte delle sue energie a difendere i valori cristiani che la rivoluzione, ai suoi occhi, ha voluto demolire. Tutta la sua opera infatti, sarà caratterizzata da questa ricerca che approderà in una vera e propria apologia del cristianesimo.
Nella sua vita di letterato, viaggiatore e ambasciatore, non poteva quindi mancare il viaggio dei viaggi: il pellegrinaggio al Santo Sepolcro. Quando racconterà delle persecuzioni, della povertà e delle difficoltà che devono affrontare i religiosi, custodi dei luoghi santi, paragonerà il loro vivere sotto il pascià ottomano come il proprio vivere sotto il Terrore.
Investito del ruolo di scrittore ufficiale dallo stesso Ministro degli Esteri Talleyrand, è il primo scrittore francese che dopo la Campagna di Egitto di Napoleone del 1798, intraprende un viaggio verso l’Oriente. Si tratta quindi di un pellegrino di eccezione che, già prima di partire è atteso in patria dalla celebre rivista letteraria Mercure de France, per la pubblicazione delle sue impressioni di viaggio. Nel 1811, a cinque anni dal suo rientro, vedrà le stampe il suo Itinéraire de Paris à Jérusalem[1], che più che un resoconto di viaggio, è una autobiografia, scrive lo stesso autore: “Je prie donc le lecteur de regarder cet itinéraire moins comme un voyage que comme des mémoires”.

Ma quali sono principalmente le ragioni di questo viaggio? Sicuramente una la troviamo nella Campagna di Egitto che ha dato il via a tutti quei viaggi e a quelle aperture verso l’Oriente tipiche del XIX secolo; non a caso, Chateaubriand includerà nel suo percorso la tappa a Rosette, dove si trova la pietra, da poco scoperta, che riporta geroglifici che rimarranno indecifrabili fino al 1822, ma non solo. Potremmo affermare, secondo Jean-Claude Berchet (curatore della recente edizione francese Gallimard), che altre due sono le ragioni del viaggio. Una di natura prettamente letteraria: l’opera che sta scrivendo: Les Martyrs de Dioclétien (che diventerà in seguito Les Martyrs ou le Triomphe de la religion chrétienne pubblicato nel 1809), lo spinge a recarsi sui luoghi della Cristianità. L’altra, di natura del tutto sentimentale: nonostante egli sia un uomo regolarmente sposato, da buon cavaliere romantico, intriso di letteratura cavalleresca, arde per andare a trovare la sua amata, Madame de Noailles, che si trova a Seviglia; forse, un viaggio così organizzato, che lo vede partire da Trieste per passare dalla Grecia, Turchia, Palestina, fare tappa a Gerusalemme, Egitto (Rosette e Cairo), Tunisia per poi raggiungere l’Andalusia dove si trova l’amata, potrebbe distrarre la buona società francese dalle vere intenzioni di chi lo compie. Ma come spesso accade in questi casi, una ragione non esclude l’altra.
Certo è che egli dovrà affrontare il suo grande viaggio con i mezzi dell’epoca, per cui molte sono le incertezze che incombono sulla navigazione – il mare Mediterraneo è ancora sotto il controllo degli Inglesi - e nonostante Chateaubriand parta per l’Oriente con meno pompa magna di Lamartine, l’altro poeta romantico francese, egli dovrà risolvere il problema del finanziamento: il viaggio è comunque costoso, regali ai conventi, spostamenti, guide, traduttori etc…; la vendita di un immobile della moglie e, in minor parte, le sue pubblicazioni, sembra che l’abbiano aiutato nell’impresa.
In questo grande viaggio, secondo Jean-Claude Berchet, ciò che colpisce il lettore contemporaneo, è la mancanza di interesse per la vita vera del posto e della sua gente. Una spia rivelatrice di questo atteggiamento è il suo soggiorno in Egitto. Vi arriva in pieno Ramadam e sul Ramadam nemmeno una parola! E’ lo stesso Chateaubriand che ingenuamente a un turco che gli chiedeva le ragioni del suo viaggio, gli dice: “Gli risposi che viaggiavo per vedere i popoli e soprattutto i Greci che erano morti. Tutto ciò lo fece ridere: mi rispose che poiché ero venuto in Turchia, avrei dovuto imparare il turco[2]
Dell’atteggiamento culturale di Chateaubriand, troviamo un’analisi acuta e dettagliata nel saggio di Edward Said Orientalismo, per l’intellettuale palestinese, il viaggiatore-pellegrino francese “era giunto in Oriente come una figura costruita, non come una persona autentica. Per lui Bonaparte era l’ultimo dei crociati; ed egli stesso sarebbe stato l’ultimo francese a lasciare la propria patria per recarsi in Terra Santa con le idee, i propositi e i sentimenti dei pellegrini delle epoche passate ’ ”[3]
Anche ciò che egli annota nel suo Itinéraire, all’arrivo e alla partenza da Gerusalemme sono una spia rivelatrice di un mondo che porta con sé. Mentre si sta avvicinando a Gerusalemme, egli incontra dei piccoli beduini che marciano al grido di “En avant! Marche!” – la campagna d’Egitto ancora risuona nella memoria della gente - e rimane estasiato nel vedere come questi giovanissimi abitanti del deserto, si divertano ad imitare i grandi soldati francesi, ciò lo riempie di orgoglio e gli regala una gioia simile a quella che deve aver provato, a suo dire, Robinson Crusoe, quando per la prima volta, ha sentito parlare il suo pappagallo. Sarà sul ricordo di questi piccoli beduini arabi che concluderà le pagine del suo itinerario Parigi-Gerusalemme, mentre si rivolge verso l’Europa, in quanto il suo viaggio proseguirà verso Tunisi e poi per la Spagna, egli spera dal profondo del cuore che quegli uomini, mentre monteranno la guardia, diranno ancora “En avant! Marche!”
Lo stesso Said scriverà, in parte citando Chateaubriand stesso: “Per una figura così accuratamente costruita come Chateaubriand l’Oriente era una tela decrepita, in attesa dei suoi interventi restaurativi. L’arabo d’Oriente era un ‘uomo civile ricaduto nello stato selvaggio‘ (cita Chateaubriand): nessuna meraviglia, quindi, che, osservando gli arabi sforzarsi di parlare francese, il nobile viaggiatore si sentisse come Robinson Crusoe, stupefatto all’udire il suo pappagallo pronunciare la prima parola[4]
La Palestina e Gerusalemme parlano attraverso le scritture, non c’è l’interesse reale per le persone che vivono su quella terra: tutto è trasfigurato agli occhi del pellegrino francese, l’Oriente, il deserto, il paesaggio, le persone al punto che “se il deserto di Giudea si è chiuso nel silenzio dopo la manifestazione della parola divina, è Chateaubriand a udire quel silenzio, a comprendere il significato, e a restituire la voce al deserto – almeno a beneficio dei suoi lettori.”[5]
Grande lo stupore e la commozione che prova quando scorge in lontananza Gerusalemme: quasi senza fiato e immerso nella santità della terra, ecco cosa scrive:
D’un tratto all’estremità di questo altopiano, scorsi una linea di mura gotiche fiancheggiate da torri quadrate, dietro cui si ergevano alcune sommità di edifici. Ai piedi di queste mura si vede un campo di cavalleria turca, in tutta la sua pompa orientale. La guida gridò: “El Cods!” La Santa! e fuggì al gran galoppo.
Capisco ora quello che gli storici e i viaggiatori riferiscono della sorpresa dei Crociati e dei pellegrini, alla prima vista di Gerusalemme. Posso assicurare che chiunque abbia avuto come me la pazienza di leggere pressappoco duecento relazioni moderne della Terra Santa, le compilazioni rabbiniche, e i passaggi degli antichi sulla Giudea, ancora non conosce nulla. Restai con gli occhi fissi su Gerusalemme, misurando l’ altezza delle sue mura, attirando a sé tutti i ricordi della storia da Abramo fino a Goffredo di Buglione , pensando al mondo intero cambiato dal Figlio dell’Uomo, e cercando invano questo Tempio di cui non resta pietra su pietra. Se vivessi mille anni, non dimenticherò mai questo deserto che sembra respirare con la grandezza di Jehova, e lo spavento della morte
[6].




[1] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem et de Jérusalem à Paris, Suivi du Journal de Julien, Gallimard, Folio classique, juin 2005. Edition et commentaires de J.-C. Berchet.
[2] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem, op.cit., p. 31.
[3] Edward Said, Orientalismo, Feltrinelli 2006, p. 173.
[4] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem, op. cit. p. 173.
[5] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem, op. cit. p. 175.
[6] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem, op. cit. p. 298.