martedì 30 aprile 2013

LA FOLLE ALLURE - FOLLI I MIEI PASSI


Edouard Boubat (1923-1999) è il fotografo della copertina dell'edizione francese di Gallimard. 
Boubat ha fatto insieme a Bobin un altro libro fotografico e di poesia Donne-moi quelque chose qui ne meure pas. Un libro meraviglioso! Questo il link per avere più notizie al riguardo di Edouard Boubat, un grande fotografo: http://www.edouard-boubat.fr/
L'équipe fotografica di dcheese di Lecce composta dai fotografi Annachiara Figlia e Simone Di Tonno, ha invece scattato la fotografia della copertina dell'edizione italiana ed è riuscita a restituire "l'innocenza raccontata da Bobin", così nel loro blog. 
Di seguito il link. www.dcheese.it/?p=1572
Sono stati davvero bravi!
Chapeau! 






FOLLI I MIEI PASSI di Christian Bobin


Il nome del mio blog è preso da uno dei libri di Christian Bobin Une bibliothèque de nuages, libro che è stato di recente   tradotto e proposto sul mercato italiano dalla giovane casa editrice Camelozampa (http://www.camelozampa.com/libro/54/Una-biblioteca-di-nuvole). 
Oggi sono felice di annunciare l'arrivo di un altro romanzo di Bobin scritto ancora nel lontano 1995 e pubblicato oggi in Italia da due case editrici che hanno unito le loro forze: Anima Mundi Edizioni e le Edizioni Socrates. 
Folli i miei passi è il titolo  che riprende una poesia di Ungaretti tratta da Il Dolore, Roma Occupata (V sezione). 

Vorrei ringraziare Giuseppe Conoci di Anima Mundi che mi ha offerto la possibilità di contribuire a portare in Italia un autore davvero grande. Tradurre Christian Bobin è stata un'avventura che mi ha arricchito moltissimo. E ringrazio anche le Edizioni Socrates per essersi appassionate a C.B.

Sono ormai molti anni che trascorro del tempo con lui attraverso i suoi libri. La sua voce è cristallina, senza difese e senza veli. L'autore è lì. Parla di sé ma senza intralci di grande Ego. Una scrittura, la sua, al servizio della vita. Per cantare la vita e la bellezza del mondo. Per strappare quel filo di luce che resta dopo il buio o che raramente è possibile intravvedere nell'oscurità. Bobin riesce a farlo senza sdolcinature e false retoriche. Laicamente. In modo pacato. E con tenerezza. 



Da Bobin ho imparato tanto. Come ogni giorno imparo da mio marito, Lorenzo Gobbi, che mi ha sempre spinta a tradurre e a approfondire questo autore che lui stesso mi ha fatto conoscere: il primo libro che mi ha regalato, quando ci siamo incontrati, è stato Autoritratto.  
Ecco di seguito il link alla casa editrice e la copertina. Una scelta davvero felice!

http://www.edizionisocrates.com/Paesi_parole/paesi_parole_folliimieipassi.html




domenica 13 novembre 2011

C'ERA UN PICCIONE DAL BECCO D'ARGENTO


C’era un piccione dal becco d’argento
che la mattina era sempre contento;
poi alla sera piangeva a dirotto
come se avesse perduto un biscotto.

Testo di Lorenzo Gobbi
illustrazioni di Marta Tonin

RICORDI LA STORIA DEL BIANCO CONIGLIO?



Ricordi la storia del bianco coniglio
che sempre portava il gelato a suo figlio?
Usciva dal bosco ogni giorno dell'anno,
d'inverno vestiva un cappotto di panno


testo di Lorenzo Gobbi
illustrazioni di Francesca Compri
edito da Gruppo Editoriale Viator www.viator.it

www.passerobianco.it

domenica 13 febbraio 2011

IL PASSERO BIANCO


E' nata (finalmente!) la nuova collana di testi in filastrocca Il Passero bianco.
Dopo tanti anni di lavoro, io e mio marito, Lorenzo Gobbi, siamo finalmente riusciti a far nascere questa nuova collana di libri per bambini.
L'illustratrice Stefania Scalone ha disegnato per noi il Passero bianco mentre Daniele Gallo e Arianna Zanatta del Gruppo editoriale Viator di Milano hanno pubblicato i primi due libri scritti da Lorenzo e illustrati da Francesca Compri, Ricordi la storia del bianco coniglio? (serie piccola) e da Marta Tonin, C'era un piccione dal becco d'argento (serie grande).

Aggiornamento
E' nata l'Associazione culturale de Il Passero bianco!!!
L'associazione culturale Il Passero bianco nasce il 1 gennaio 2012. Nuove persone hanno deciso di condividere l'avventura insieme a me e mio marito, Lorenzo Gobbi. Abbiamo terminato la collaborazione con la casa editrice Viator e ne abbiamo iniziato una nuova con la casa editrice ATì editore di Elena Petrassi, Amerio Pace e Ivan Giugno.
Di seguito i link:
www.passerobianco.it
www.atieditore.it

martedì 19 ottobre 2010

DUE di IRENE NEMIROVSKY



In questi ultimi cinque anni, la casa editrice Adelphi ha iniziato a pubblicare tutte le opere di Irène Némirovsky (1903-1942), prima scrittrice ad aver vinto nel 2004, in Francia, il premio Renaudot con il romanzo Suite francese, pubblicato postumo, a più di cinquant’anni dalla morte dell’autrice: un’eccezione nel panorama dei premi letterari francesi destinati, di norma, agli scrittori viventi. Scrittrice di grande talento, di origine russa ma di lingua francese, negli anni Venti inizia a pubblicare diversi romanzi che le aprono le porte dei salotti letterari parigini. Nonostante la fama e le numerose raccomandazioni richieste da lei e dal marito Michel Epstein, negli ambienti letterari e politici, la Némirovsky verrà deportata ad Auschwitz. Epstein, anch’egli ebreo, riuscirà a lasciare alle due figlie una grande valigia contenente diversi manoscritti della loro madre.
Ultimo, in ordine di apparizione in Italia, il romanzo Due (Adelphi, Milano 2010), dove scorrono incandescenti dodici anni di vita di una giovane coppia appartenente all’alta borghesia: Antoine Carmontel e Marianne Segré. Con mente veloce, acuta e lucida, la Némirovsky narra gli anni della loro giovinezza folle e smisurata in contrasto con gli anni della maturità, quando sorgono i primi rimpianti su ciò che non è stato ma che avrebbe potuto essere e i primi ricordi di un tempo che non potrà più tornare. Antoine e Marianne, due giovani ventenni con tanta voglia divertirsi e con il desiderio di lasciarsi alle spalle gli orrori della guerra; figli di genitori che se ne vanno di festa in festa, alla ricerca del piacere, della bellezza, e della felicità dei vent’anni svaniti per sempre.
La Némirovsky ci restituisce una superba descrizione degli “années folles”: ne viviamo l’atmosfera, ne ammiriamo gli abiti e ci lasciamo sedurre dalle feste e dai balli che una società di giovani rampolli si può comunque permettere: “Uscivano da una casa calda e scintillante di luci; fuori pioveva, spuntava appena l’alba. La strada era triste, buia, sordida. Brandelli di un vecchio manifesto strappato volavano nel vento del mattino: «Loro hanno dato la vita. Voi date il vostro oro.» Tutto questo era vecchio, dimenticato”. Ma nonostante le luci e le atmosfere danzanti, ci sentiamo addosso la freddezza che dimora nelle famiglie dell’alta società, tutte tese a mantenere la propria posizione sociale. Dove l’amore diviene sinonimo di potere, egoismo e seduzione. Dove le dinamiche tra le coppie si nutrono della fragilità, delle paure e dei vuoti affettivi, ma anche della volontà di lasciarsi vivere e di vivere fino in fondo ogni forma di piacere, lasciandosi guidare dall’impulso e dal gioco della seduzione, il solo capace di rendere vivi e giovani i protagonisti. Due: un matrimonio dove l’altro è percepito fino a una certa soglia. Dove tra i coniugi vige il patto di non scalfire le rispettive barriere per fare in modo di tenere salda la nave. Dove il non detto è più forte del detto. Guai a violarlo: si potrebbero infrangere gli argini. Meglio che tutto resti come è. Eppure tutti i personaggi sono vivi: volti umani nella loro debolezza e incapacità di amare “bene”. “La donna che ho amato di più non è questa, – pensa Antoine vicino a Marianne morente – ma, in punto di morte rimpiangerò ciò che mi unisce a lei più di quanto non abbia rimpianto la passione. La passione sembra un dono di Dio, «troppo bello per essere vero». Si sente che Lui ce la concede solo per un certo tempo; una cosa così, invece, è tutta nostra… conquistata a fatica, accumulata lentamente, distillata come un miele. E un giorno ci toccherà abbandonarla, abbandonare anche questo. Che peccato…”
Un libro contro il matrimonio? Non direi, si tratta, per lo più, di un’invettiva contro il matrimonio-sistemazione, contro la società dell’alta finanza che poco concede ai sentimenti, dove tutto è potere - dei soldi e della seduzione. La Némirovsky non è contro il matrimonio: basta leggere la storia di altri due coniugi che vivono nell’amore e nella fedeltà reciproci, per cogliere la complessità della sua analisi e, quindi, la grandezza di questa scrittrice. Per cogliere il suo pensiero a trecentosessanta gradi, dovremmo sfogliare un altro romanzo che sembra fare da controcanto a Due, si tratta de I doni della vita (Adelphi 2009), dove sentiamo ancora vibrare i giorni che precedono il suo arresto e quello del marito, Michel Epstein: entrambi ebrei convertitisi al cattolicesimo, pur di avere salva la vita.

mercoledì 12 maggio 2010

CARO TODOROV, MA COSA MI DICI MAI?




alunno/a: “ Proffe… io non ci capisco niente, ma che senso ha tutto questo? A che cosa mi serve? Me lo dica lei! Narratore extradiegetico, focalizzazione interna…ma chissenegrega!!!”

Ricordo ancora il mio impatto con l’Università di Venezia. Mi sono laureata in Lingue e letterature straniere, studiando come prima lingua francese. Sono quindi subito venuta a contatto con l’analisi dei testi letterari di stampo strutturalista. Una doccia fredda! Ciò che conta è la struttura del testo, il suo impianto, come le parole si legano tra loro, lo stile. Aspetto sacrosanto ma che non può divenire il solo e unico parametro di riferimento quando si affronta un testo letterario.
Quando poi ho dovuto sostenere i vari concorsi, stessa musica. Si doveva fare l’analisi del testo letterario e si dovevano sapere, oltre a una serie di altre nozioni, anche quelle legate alla stilistica. Nulla di male in questo. Un docente deve sapere cos’è un asindeto e come si struttura un romanzo. Ma, a mio avviso, non deve perdere di vista la trasmissione e l’amore per la lettura.
Oggi nelle nostre scuole (licei e professionali non fa differenza) i ragazzi vengono “iniziati alla letteratura attraverso la conoscenza degli elementi strutturali del testo e non dalla riflessione delle tematiche di cui ci parla l’autore.
Analizzando l’opera di Perceval di Chrétien de Troyes, gli allievi di un liceo, saranno “interrogati – come scrive Todorov - sul ruolo di quel personaggio, di quell’episodio, di quel certo dettaglio nella ricerca del Graal e non più sul significato stesso di questa ricerca”[1].
I ragazzi vengono introdotti a conoscere da subito la struttura del testo. E non più a riflettere sulla condizione umana, l’individuo e la società, l’amore e l’odio, la gioia e la disperazione. Si chiederà loro: Che cos’è il narratore extradiegetico? Spiegami che cos’è un’analessi? Sapresti dirmi che cos’è la focalizzazione esterna? E quella interna?
Ma che cos’è lo strutturalismo? Oggi questa parola ha assunto diversi significati a seconda dei campi di indagine. Padre dello strutturalismo è De Saussure per il quale: la lingua è un sistema di relazioni ove ciascun elemento si può definire solo grazie alla relazione che ha con gli altri elementi (relazioni di equivalenza e di opposizione). L’insieme delle relazioni crea la struttura. De Saussure, Jackobson, Gerard Genette, Roland Barthes e Todorov sono solo alcuni dei nomi che ricorrono quando si parla di strutturalismo. Todorov ha scritto “Che cos’è lo strutturalismo?”, ha contribuito a diffondere il suo “virus” (perdonatemi l’espressione!). Ma poi nel 2007 se ne è uscito con un saggio “La littèrature en péril” dove ha attaccato duramente questo tipo di approccio.
“Per completare gli studi universitari bisognava comunque discutere, alla fine del quinto anno, una tesi di laurea. Come parlare di letteratura senza doversi piegare alle esigenze dell’ideologia dominante? Scelsi una delle poche vie che permettevano di sfuggire al reclutamento ufficiale. Si trattava di occuparsi di argomenti che non avessero nulla a che vedere con l’ideologia; perciò di tutto quello che nelle opere letterarie riguardasse il testo in quanto tale e le sue forme linguistiche. Non ero il solo a tentare questa soluzione: già negli anni Venti del secolo scorso i formalisti russi avevano aperto la via, seguita poi da altri. All’’università il nostro docente più interessante era, naturalmente, un esperto di versificazione. Così decisi di scrivere la mia tesi confrontando due versioni di un lungo racconto di un autore bulgaro, scritto all’inizio del XX secolo, e mi limitai all’analisi grammaticale delle modifiche che aveva apportato da una versione all’altra: i verbi transitivi sostituivano gli intransitivi , il perfetto diventava più frequente dell’imperfettivo… In tal modo le mie osservazioni sfuggivano a ogni forma di censura! Procedendo così, non correvo il rischio di trasgredire i tabù ideologici del partito.
Non potrò mai sapere come sarebbe andato a finire questo gioco del gatto e del topo, non necessariamente a mio vantaggio. Mi si presentò l’occasione di andare per un anno “in Europa”, come dicevamo allora, vale a dire al di là della “cortina di ferro”. Scelsi Parigi. [2]
E’ il 1963. Con in tasca una lettera di presentazione del preside della Facoltà di Sofia, Todorov riesce a introdursi nell’ambiente accademico francese. Come abbiamo appena letto, voleva studiare lo stile, il linguaggio e le teorie letterarie in generale. Ma a quell’epoca si studiava la letteratura in altri modi: in relazione ai secoli e alle nazioni. La Sorbona non offriva corsi che presentavano questo nuovo tipo di approccio. Todorov fu quindi dirottato da Gerard Genette che lo presentò a sua volta a Roland Barthes (semiologo francese). Da qui inizia la sua carriera nell’ambiente culturale e accademico francese. Collabora con l’università, traduce e fa conoscere i formalisti russi. Scrive la Teoria della letteratura. Ma una volta inseritosi nella società francese, quindi a partire da metà degli anni settanta, smette di occuparsi solo di Teoria della Letteratura per ampliare i suoi orizzonti. Si interessa di antropologia, psicologia della Conquista dell’America etc…
Sempre più lontano dall’ideologia comunista, apprezza la libertà di una cultura non soggetta a dogmi ideologici. Non c’è più bisogno di approfondire l’opera nei suoi aspetti strutturali, amplia i suoi orizzonti di ricerca letteraria.
Quando la figlia ha iniziato a ad andare al liceo, Todorov ha potuto toccare con mano i frutti di questo tipo di approccio al testo letterario. Un approccio che prepara lo studente francese agli esami di maturità a discutere se Il processo rientri nel registro comico o in quello dell’assurdo, piuttosto che analizzare quale posto occupi Kafka nel pensiero europeo.” [3]
Non ho mai trovato una citazione di Todorov nei libri di Christian Bobin ma azzardo, comunque. a metterli in relazione. Lo faccio perché entrambi - Todorov un grande saggista e studioso, Bobin un grande scrittore e appassionato lettore - mi hanno rallegrato il cuore e irrobustita nel mio rapporto con i libri e la letteratura, in generale. L’ambiente letterario mi ha sempre messa un po’ in soggezione. Ma alcuni libri mi hanno irritato. Soprattutto quella critica letteraria che mi veniva proposta a Venezia agli inizi degli anni 80. La trovavo assurda, vuota. Non la capivo. Confesso che mi sentivo stupida - e la mia soggezione mista a irritazione aumentava. Un approccio al testo che anziché invogliarmi a leggere, mi allontanava. Mi chiedevo, ma allora perché i libri?
Ci sono mille ragioni. Ne propongo una di Todorov, appunto:
“Quando mi chiedo perché amo la letteratura, mi viene spontaneo rispondere: perché mi aiuta a vivere. Non le chiedo più, come negli anni dell’adolescenza, di risparmiarmi le ferite che potevo subire durante gli incontri con persone reali; piuttosto che rimuovere le esperienze vissute, mi fa scoprire mondi che si pongono in continuità con esse e mi permette di comprenderle meglio. Non credo di essere l’unico a pensarla così. Più densa, più eloquente della vita quotidiana ma non radicalmente diversa, la letteratura amplia il nostro universo, ci stimola a immaginare altri modi di concepirlo e di organizzarlo. Siamo tutti fatti di ciò che ci donano gli altri: in primo luogo i nostri genitori e poi quelli che ci stanno accanto; la letteratura apre all’infinito questa possibilità d’interazione con gli altri e ci arricchisce, perciò, infinitamente. Ci procura sensazioni insostituibili, tali per cui il mondo reale diventa più ricco di significato e più bello. Al di là dall’essere un semplice piacere, una distrazione riservata alle persone colte, la letteratura o permette a ciascuno di rispondere meglio alla propria vocazione di essere umano. [4]
Todorov dà un grande potere alla letteratura, non quel potere narcisistico autoreferenziale che diventa – di fatto - una forma di idolatria, ma un potere “vitale”.
“La letteratura può molto. Po’ tenderci la mano quando siamo profondamente depressi, condurci verso gli esseri umani che ci circondano, farci comprendere meglio il mondo e aiutarci a vivere. Non vuole essere un modo per curare lo spirito; tuttavia, come rivelazione del mondo, può anche, cammin facendo, trasformarci nel profondo. La letteratura ha un ruolo vitale da giocare, ma può ricoprirlo solo se viene presa nell’accezione ampia e pregnante che è prevalsa in Europa fino alla fine del XIX secolo e che oggi è stata messa da parte, mentre sta trionfando una concezione assurdamente ristretta. Il lettore comune, continuando a cercare nelle opere che legge come dare un senso alla propria vita, ha ragione rispetto a insegnanti, critici e scrittori quando gli dicono che la letteratura parla solo di sé, o che insegna solo a disperare. Se non avesse ragione, la lettura sarebbe condannata a scomparire nel giro di breve tempo. [5]
Todorov si riferisce a quella letteratura autoreferenziale, che parla di se stessa, solipsistica e narcisistica. In altre parole, quella letteratura che diventa astratta, difficile, per pochi. Di questo tipo di letteratura ci parla Christian Bobin nel suo Autoritratto:
“C’è una letteratura sontuosa, sovraccarica d’oro e di autocompiacimento. Essa considera la scrittura superiore alla vita. Non conosce niente di più nobile di una bella frase. Ha senza dubbio generato dei capolavori, e mi lascia tuttavia indifferente. E’ un’altra letteratura quella di cui ho fame. Essa è antica quanto la prima. Non implica meno lavoro, ma non cerca la stessa cosa. O piuttosto: c’è una scrittura che cerca, non trova per caso che per grazia, e continua a cercare. E c’è una scrittura che si rigira davanti allo specchio, una sposa che prova i suo abito. Questa non cerca niente. Non ha niente da cercare, avendo trovato da sempre chi sposare: se stessa. La sua bellezza non m’ impressiona. Non ammiro un’opera perché mi si dice di ammirarla, ma per la forza dell’amore che vibra in essa. Ciò che intendo per amore non ha nulla di sentimentale. Il solo amore reale è di una durezza incredibile. Il poeta Henri Pichette dice che non si dovrebbe mai scrivere una sola frase che non si possa sussurrare all’orecchio di un agonizzante. Ebbene, è esattamente questo. La scrittura che amo è esattamente questa. E noi siamo tutti degli agonizzanti, non è vero? Dove mi conducono tali riflessioni? A niente, a niente. Non è grave: un piccolo accesso febbrile. Quello che ho detto lo poso dire in un altro modo: c’è una parola dei principi e una parola dei mendicanti. Quella dei principi è come una camera in cui non c’è nulla e in cui al tempo stesso tutto è pieno, riempito sino all’orlo. E’ una parola così sorda da bastare a se stessa. Quella dei mendicanti, al contrario, racchiude in sé abbastanza vuoto – spazio, silenzio – perché il primo venuto vi si possa intrufolare e scoprire la felicità. E’ una parola che lascia in sé un posto per l’altro. La conoscete la vecchia tradizione di disporre sulla tavola un piatto in più per un ospite inatteso, straniero. Sono queste le parole che amo. E’ a queste tavole che mangio meglio.[6]
Anche Bobin parla e critica questo tipo di letteratura. Non si sofferma sullo strutturalismo, no! Cita gli autori che gli piacciono e ciò che poco sopporta dell’ambiente letterario in genere che vuole far passare una persona colta per persona intelligente. Sentiamo invece come Bobin mette in relazione l’intelligenza alla lettura: ci parla addirittura della “cultura come malattia dell’accumulo”, ma sentiamo da lui:
“Una persona può essere riconosciuta dalla natura delle parole che mangia. Ho sempre visto le persone provenienti da ambienti culturali, con qualche felice eccezione, come persone che non si nutrivano che di nomi propri, quando questi nomi avevano raggiunto una certa celebrità. La cultura e l’intelligenza appartengono a due ordini differenti. Si può avere l’una e essere sprovvisti dell’altra. Si può essere acculturati e di una stupidità spaventosa. L’intelligenza viene dall’anima ed è concessa a tutti per il solo fatto di nascere, anche se tutti non ne fanno uso, non osano far uso della loro capacità personale alla solitudine, della intensità di solitudine della propria anima. L’intelligenza non è nient’altro: la maniera personale di stare di fronte a sé e di fronte al mondo, la maniera di ciascuno di lasciarsi trasformare da ciò che gli viene incontro e di cercare il proprio bene, il suo proprio bene, in ciò che l’attraversa e talvolta l’ uccide. Leggere, ad esempio, è una delle manifestazioni più semplici dell’intelligenza , ciò non ha niente a che vedere , assolutamente nulla con la cultura. Leggere è fare prova di sé nella parola di un altro, fare arrivare dell’inchiostro via sangue sino al fondo dell’anima così che essa ne sia impregnata, mangiare ciò che si legge, trasformarlo in sé e trasformarsi in esso. La lettura che non sconvolge la vita non è niente, non ha avuto luogo, non è nemmeno tempo perduto,è meno di niente. Ogni vita che non sia sconvolta dalla vita e che non vada, sola, senza il conforto di alcuna lezione , a trovare il proprio bene in questo sconvolgimento, è morta. Sta alla persona sola decidere ciò che è il bene d’una persona, facendo leva unicamente sulla sufficiente luce della propria solitudine, il più lontano possibile dalle convenzioni intellettuali e morali. L’intelligenza non la si impara – si esercita. La cultura invece sì, si impara – viene fuori a poco a poco dall’accumularsi di lunghi studi, si aggiunge a noi con il tempo e ad opera di altri. Se uno vive soltanto nella cultura, molto presto diventa analfabeta: c’è un tempo, negli ambienti culturali, in cui le opere non vengono più meditate, amate, mangiate, un tempo in cui non si mangiano che i nomi degli autori, il loro nome soltanto, per farsene vanto o per imbrattarlo. La cultura quando viene a tal punto privata d’intelligenza, diviene una malattia dell’accumulo, una cosa inconsumabile che si sa solo consumare.[7]

[1] Todorov, La letteratura in pericolo, Garzanti, 2008 p. 22
[2] Todorov, La letteratura in perocolo pp. 10-11
[3] Todorov, la letteratura in pericolo, op. cit., p.22
[4] Todorov, La letteratura in pericolo, op. cit., pp. 10-11
[5] Todorov , La letteratura in pericolo, pp 65-66
[6] C. Bobin, Autoritratto, San Paolo, p. 76
[7] C. Bobin, Consumazione, Servitium, pp. 75-77

giovedì 1 aprile 2010

FRAMMENTI DEL TREDICESIMO MESE di Elena Petrassi






Tredici lunghi racconti introdotti da dodici mesi e un loro frammento. Tredici ouverture nelle quali la voce narrante della città avvolge nell’atmosfera, che è propria di ciascun mese, se stessa e i suoi abitanti. Una Milano tratteggiata e scandita nello spazio: vie, piazze, case, palazzi, locali, loft e nel tempo: frammenti di un mosaico disgregato che vorrebbero ricomporre la memoria degli anni settanta, ottanta e novanta ma che lasciano, volutamente, una sensazione di incompiutezza. Di frammento.
Un romanzo dai continui rimandi: vite che vorrebbero trovare una loro unità nella scansione dei dodici mesi ma che restano sospese: frammenti, volti appena tratteggiati che si dileguano nel tredicesimo mese dove la morte di Caterina (personaggio principale) anziché restituire a se stessa e a ogni vita senso e compimento, contribuisce a dare quella sensazione di incompiutezza, non solo alla propria esistenza ma anche a quelle di tutti gli altri personaggi. Nello sfondo, la eco della scrittrice americana Sylvia Plath, morta suicida.
Frammenti di relazioni e di amicizie che non riescono a dare a se stessi e agli altri un senso profondo a ciò che stanno vivendo. Personaggi naufraghi “Noi siamo naufraghi mia cara , naufraghi dei cieli. Fuori posto in qualsiasi luogo ci troviamo”, immersi nella grande quête dell’amore: dove solo la solitudine sembra regnare sovrana. Ogni personaggio sfugge all’altro: si sta insieme per colmare dei vuoti. Pochi progetti e tanti sogni. Un mondo di letterati trentenni alla ricerca di un qualcosa che loro stessi non sanno definire. Un oggetto del desiderio sfuocato. Forse l’eterna quête dell’amore. Tradimenti, solitudini, amori non corrisposti: difficile riconoscersi, impossibile camminare insieme se non per un tratto, per un frammento di spazio e di tempo.
Più ci si inoltra nella lettura e più i personaggi sembrano perdere i tratti che li avevano caratterizzati. Sfugge Caterina a se stessa ma sfuggono anche gli altri volti agli occhi attenti del lettore. Come i passanti delle strade, delle vie, dei locali. Passano e noi ascoltiamo le eco dei loro passi e delle loro vite, come i “sognatori di agosto” e i fantasmi che ancora vengono a visitare i luoghi cha hanno attraversato in vita: “Chi erano i fantasmi che vivono nell’ombra dei miei cortili? - si interroga la città nel mese di agosto - Forse quelli che hanno lasciato cose incompiute, saranno in molti a ritrovarsi su queste stesse strade in un tempo che chiamiamo futuro”.
La voce narrante della città si fa cinepresa che inquadra vie, registra rumori, passi che vanno e vengono come in un labirinto:“io sono un immenso labirinto a forma di spirale dove si finisce sempre per calpestare di nuovo i propri passi”, scandisce la voce della città nel mese di maggio. La voce di Milano sembra tramutarsi in una telecamera nascosta che filma e restituisce voce ai suoi interni e esterni. A volte l’inquadratura sosta davanti ad un palazzo, poi ecco una carrellata dei suoi inquilini e un fermo immagine degli stessi. Ancora si sofferma in una via, attraversa strade; altre volte ci porta, negli interni, oppure inquadra volti di passanti: immigrati, giovani madri, anziani o “sognatori di agosto”.
Lungo i mesi si frantumano eco: una via introdotta in un capitolo, viene ripresa in quello successivo: come quando nel mese di maggio, Caterina e il suo amico Kevin si fanno catturare da voci squillanti femminili che gridano divertite su una terrazza. Voci fuori campo che si materializzano in un fermo immagine di nomi che abitano il palazzo di via Morigi. Palazzo che diviene il vero protagonista del capitolo con tutti i suoi personaggi: il vecchio marinaio che ha una magnifica terrazza all’ultimo piano, l’analista junghiano, il pittore, la cantante lirica, l’architetto, la sartoria teatrale, la vecchia portinaia e Caterina, personaggio catalizzatore. Nucleo centrale dal quale si irradiano tutte le storie degli altri protagonisti (minori e maggiori), i quali sembrano rincorrersi e ruotarle intorno, oltre che a calpestare le strade di Milano, in un viavai incessante.
La voce-telecamera della città ci fa sostare in molte case. La grande casa di Carlo, sessantenne sindacalista bancario, comprata per poco e che anziché mutarsi nella realizzazione di una vita al mare dopo la pensione, si tramuta in una tomba che ospita una vita senza amore, dove ciò che conta è la deferenza, l’ammirazione e il potere. O la trattoria Il Teatro dell’Officina con i ritratti di Marx, Lenin, Che Guevara e Bakunin appesi alle pareti, dove si ritrovano a mangiare Caterina e il suo amico “poeta catastale” Luca. O il grande loft al primo piano dell’architetto Giorgio M, in una ditta dismessa di trasporti, posta in una via male illuminata, dove – nel mese della ripresa: settembre - ognuno ha occasione di rivedere o incontrare qualcuno. Oppure “ l’incompiuta” – che dà il titolo al racconto di marzo - la grande casa che accoglie la redazione della rivista attorno alla quale ruotano molti giovani letterati e artisti, e dove Sofia, l’ingegnere, che non ha nessuna voglia di tornare al suo cantiere, incontra per la prima volta la rossa Caterina.
Come un filo rosso, ella percorre tutti i mesi, dapprima sullo sfondo fino ad entrare prepotentemente in scena a primavera per essere portata via con la morte nel racconto d’inverno, a dicembre.
Ma chi è Caterina? Una giovane donna che lavora come editor in una grande casa editrice. Appassionata di poesia e di letteratura ma che ora vuole leggere solo poesia, il resto sembra non interessarle più. Collabora con una rivista letteraria. Ha avuto diverse storie: una durata otto anni e poi tante altre, fluttuanti. E’ l’oggetto del desiderio di tanti: uomini e donne. Tutti i personaggi che incontriamo si innamorano di lei o ne sono attratti. Dodici mesi, dodici nomi (anche se i personaggi del romanzo sono molti di più, come del resto i mesi). Dodici fotografie, introdotte dall’immagine di copertina, scelta dall’editore, dove vediamo l’autrice con la sua macchina fotografica appesa al collo. Ella ci restituisce a gennaio una fotografia di Carlo, il sessantenne bancario sindacalista mandato in prepensionamento dalla banca a sua insaputa che ogni mattina contempla la donna dai capelli rossi mentre sorseggia il caffè al bar prima di recarsi al lavoro. A febbraio una fotografia di Luca, il poeta catastale innamorato perso di Caterina con cui lei pasteggia al Teatro dell’Officina: due letterati amanti della poesia, la quale più che unirli sembra invece separarli. A marzo una foto di Sofia, l’ingegnere che la vorrebbe coinvolgere nella partecipazione ad un concorso letterario; Sofia una donna “incompiuta” che non sa decidersi, che non sa cosa fare della propria vita. Ad aprile una fotografia di Nino, il collega alcolista appassionato di mappe antiche con cui Caterina va alla ricerca, nei quartieri di Milano, del fiume che non c’è. A maggio uno scatto della coppia omosessuale Kevin e Fulvio che fa perno su Caterina e che le chiede di essere, tra le loro vite, a volte ponte, a volte ostacolo. A giugno una foto di Roberto S, il giovane bancario impazzito, convinto di vedere Dio nella pancia azzurra di un ragno; egli contempla il corpo nudo di Caterina dalla finestra del palazzo di via Morigi, dove entrambi vivono. A luglio l’autrice ci restituisce un fermo immagine dell’amico pittore, anch’egli bancario, che non smette di fare ritratti a Caterina, dipinti che lei regolarmente si porta via. Ad agosto viene ripresa Lea, l’amica di vecchia data di Francesco, con la quale la giovane rossa ha una vicinanza ambigua; nello stesso mese viene fotografato anche l’uomo del supermercato che approccia l’indifferente Caterina leggendole le poesie di Hernandez. A settembre, ecco un’inquadratura di Umberto, l’amico letterato che diviene suo amante per una notte, dopo la festa di settembre: “due sconosciuti che annega[va]no l’uno nell’altra le solitudini inquiete nelle quali viv[ono]”. A ottobre un’immagine sullo sfondo del marito di Silvia (che tradisce il marito con Francesco che è invece perdutamente innamorato di Caterina), uomo che subisce lo charme di questa donna dai capelli rossi. A novembre un primo piano di Francesco il sassofonista, il vecchio amico di Lea, che perde la testa per la donna dai capelli rossi; e infine dicembre, scatto al buio: quando la morte farà spegnere le luci sulla vita di Caterina. Eppure tutto riprenderà e gli amici: Sofia, Fulvio, Luca, Carlo, Giulio Francesco proseguiranno ciascuno la loro vita.
Sullo sfondo sempre la letteratura con le poesie di Salinas, Eliot, Hernandez, Sylvia Plath; e la pittura Picasso, Van Gogh, Chagall; ma anche la musica con il blues, il jazz, Officium.
Innumerevoli fotografie dove i personaggi restano sullo sfondo o sembrano, al contrario, volersi fare dei veri e propri autoscatti. Anche la cinepresa cambia punto di vista: alcune volte il racconto è in prima persona, il lettore segue la voce del personaggio, altre volte la cinepresa vuole essere più distante per raccontare, senza essere troppo coinvolta. Accade lo stesso per la voce della città cui capita di parlare in prima persona o di lasciarsi raccontare da qualche passante.
Le stesse storie sono incompiute, ne leggiamo solo dei frammenti. Coma la “storia d’amore” tra Caterina e Luca. Entrambi vivono in questa incertezza di naufraghi. Lui perennemente rifiutato, vive nell’attesa. Lei, alla perenne ricerca dell’amore incapace di accogliere un presente. Due giovani che sebbene simili in tutto e in tanto, non riescono ad incontrarsi in un quotidiano che vuole progettarsi un futuro. Solo il fluire dei giorni. Senza impegni, sempre nell’attesa che accada qualcosa. La letteratura nello sfondo che li conferma in questa incertezza. La poesia diventa ciò che li unisce ma non ciò che li fa stare insieme. Due perenni single, innamorati della letteratura. O l’amore omosessuale tra Kevin e Fulvio o l’attrazione adolescente che Lea prova per la compagna Viola. Oppure la storia di Francesco, il sassofonista che insegue tutti gli anni se stesso in Grecia senza mai trovarsi, gran seduttore solo delle donne che gli sfuggono, ora innamorato di Caterina. Una generazione già contaminata dall’incertezza ma che ancora vive anni di benessere. Ogni personaggio è a modo suo un artista, o vorrebbe esserlo. Un mondo di giovani letterati con tanti problemi ma dove tuttavia ancora non si avverte l’ansia per la sopravvivenza economica ma piuttosto quella della sopravvivenza o realizzazione artistica. La fotografia di questa generazione scorre nelle pagine del romanzo ed è Francesco, ricordando ciò che un giorno gli disse Caterina, a donarci una chiara e sincera fotografia: “Vedi Francesco, in vite come le nostre, senza problemi di lavoro e di sopravvivenza, gli unici drammi che possiamo inscenare sono quelli amorosi. Ma non basta essere grandi attori, bisogna trovare amanti che siano all’altezza del ruolo. Cercare tra i molti l’unico nel quale potersi specchiare.”
Appunti presi da Maddalena Cavalleri, a seguito della lettura del libro di Elena Petrassi, Frammenti del tredicesimo mese.




domenica 14 marzo 2010

IL CARRELLO DI THÉRÈSE


È uscito presso Atì editore il mio primo libro Il carrello di Thérèse: tre racconti scritti ancora nella metà degli anni novanta. Si tratta di esercizi di scrittura che ho rivisto più volte. Ho cercato in seguito di pubblicarli, ma senza successo. Non ci ho più pensato, convinta che la stagione che mi aveva vista intenta in questa attività creativa si fosse definitivamente conclusa. Ho smesso di scrivere. Qualche anno più tardi, ho buttato giù un raccontino per mio padre. Poi basta.
Dopo la stesura e le revisioni dei miei tre racconti ho iniziato a tradurre. Lo facevo per mio conto. Come esercizio di ascolto e di scrittura. Per questo sono grata a mio marito, perché mi ha mi ha sempre spinta nel lavoro di traduzione dal francese. Così ho iniziato da alcuni racconti di Bobin (alcune traduzioni le ho inserite in questo blog). Ho proseguito ascoltando la voce di Bella Chagall per poi approdare all’autrice belga Colette Nys- Mazure di cui uscirà a breve una mia traduzione. Dopo tanto esercizio, un po’ di ufficialità!
Oggi esce Il carrello di Thérèse. Sono grata a Lorenzo (mio marito) che mi ha sempre incoraggiata. Sono grata a Elena Petrassi e ad Amerio Pace che hanno voluto pubblicare presso la loro casa editrice i miei lavori proponendoli in una sorta di trittico: una fotografia della mia generazione e di me stessa.
La prima presentazione avverrà sabato 27 marzo 2010 alle ore 18.30, presso la Libreria Pagina 12, Corte Sgarzerie 6/A sita nel centro storico della città di Verona (la mia città).
Confesso che sono molto emozionata!

mercoledì 4 novembre 2009

LE API DEL SOGNO SONO FINALMENTE VOLATE A CASA



Finalmente sono uscite le api. Dovrei dire il libro “Le Api del Sogno”, ma negli anni “le api” ci hanno davvero fatto compagnia e accompagnato in tanta vita. Ecco perché mi piace dire e scrivere le api.
Si tratta di un lavoro che ha visto impegnato Lorenzo (mio marito) in tanti e tanti anni (1996-2005). Molte sono state le stesure e molti gli interlocutori. Sembrava che per una ragione o per l’altra non ci fosse posto per le Api. Abbiamo bussato a tante porte. Non ci speravamo più. Poi un giorno, mi sono decisa a scrivere a p. Espedito, responsabile della casa editrice Servitium, il quale ha capito e ha iniziato a prendesi cura di loro. Le Api, ben presto, avrebbero visto la luce.
Quando iniziai a frequentare Lorenzo durante il periodo del lutto, due erano i suoi interlocutori, o meglio, due erano i polmoni che lo facevano respirare: Paul Celan e Emily Dickinson.
Attraverso il dialogo con Celan è nata Carità della notte: fu sempre p. Espedito che raccolse con mani virili e delicate il manoscritto. Ne capì il cammino e si rese disponibile per una pubblicazione.
Poi fu la volta del Lessico della gioia, della nuova traduzione del Libro d’ore di Rilke e poi de Le Api del sogno.
Ricordo ancora quando, parecchi anni fa, andai a Milano per portare il lavoro di Lorenzo presso una nota Agenzia letteraria, per vedere se fosse possibile trovare un interlocutore nel mondo editoriale. La persona con cui entrai in contatto fu molto disponibile e cercò di fare il possibile per promuovere il manoscritto. Ne intuiva il valore. Purtroppo non se ne fece nulla, ma con il senno di poi, probabilmente, fu meglio così. Ogni lavoro ha la sua storia e quella delle api è lunga e irta di ostacoli. La natura – dice mia madre - non fa salti.
“Sono pagine intrise di dolore e anche se delicate e scritte meravigliosamente, non sono adatte alle esigenze del mercato editoriale. Forse è per questo che fanno fatica a spiccare il volo” – così, diversi anni fa, mi parlò una persona che ancora lavora nel mondo editoriale e che ne conosce le “strane” leggi che lo regolano.
Chissà, forse aveva ragione (anche se, a dire la verità, penso che siano tante altre le ragioni e che le api abbiano dovuto attendere il momento giusto, come tutte le cose. Né un minuto prima, né un minuto dopo. C’è un tempo per tutto, anche per le api: non si possono forzare le tappe. La giusta attesa dà respiro al cuore che, nel frattempo, ha tante ragioni per continuare a vivere, amare e soffrire).
Le api da poco sono volate fino a casa, nella loro nuova veste. E’ bellissima.
Un grazie di cuore a Servitium e a Margheritta Pieracci Harwell che le hanno tenute a battesimo.

Si tratta di una lunga lettera a Emily Dickinson, nella quale Lorenzo pone alla poetessa una domanda sulla gioia. In punta di piedi, entriamo con lui nel mondo di Emily: ne scorgiamo i tratti, i volti, i luoghi. Piccoli quadri ambientati ad Amherst si affiancano alle voci allegre delle compagne o a quella dolce e sofferente della madre.
Qualsiasi persona, trovandosi nelle mani queste pagine, può ascoltare le eco che giungono dalla stanza di Emily, dal salotto di casa Dickinson e cogliere gesti, dialoghi, risate che ancora risuonano fino a noi.
Queste api, vi assicuro, sono gentili, trattano con riguardo i loro ospiti, siano essi “buoni” o “cattivi” lettori.

sabato 28 marzo 2009

MILANA TERLOEVA, HO DANZATO SULLE ROVINE








Ho da poco finito di leggere Ho danzato sulle rovine di Milana Terloeva. Mi ci sono imbattuta dovendo preparare un incontro, insieme all’amico Stefano Verzé, sulla Russia di Putin e sulla grande giornalista Anna Politoskaja.
L’autrice è una giovane cecena di 28 anni che per i casi strani e bizzarri della vita si è trovata a vivere un’esperienza da sogno a Parigi dove ha potuto frequentare la facoltà di Scienze Politiche e la scuola di Giornalismo. Un’esperienza “da sogno” rispetto alla vita dura e insostenibile della guerra in Cecenia.
Il libro si apre a Orechovo, suo villaggio natale, nel dicembre 1994, mese che segna l’inizio della prima guerra cecena e si chiude, dodici anni dopo, nell’estate del 2006, a Groznyj, la capitale.
Ammetto che della Cecenia so poco nulla, e quel poco che ora so, lo sono venuta a sapere grazie ai libri della Politoskaja e a questo della giovane Terloeva. Oltre a sapere molto poco, ho potuto percepire solo ciò che passano le nostre televisioni (pur non avendo la TV) e le nostre radio. Ovvero, poco nulla. O meglio, il nulla. Evviva il potere del libro! Leggerlo, è stato come conversare tranquillamente davanti a una tazza di caffè, con Milana che racconta di sé, della sua famiglia, del suo Paese e dei suoi amici. In questo modo, ho scoperto tante cose, tutte quelle che nessun telegiornale ti racconta perché solo a pochi interessano ma soprattutto perché si preferisce far passare ben altro. A dire la verità, Putin non mi è mai piaciuto e non capivo perché un anticomunista come Berlusconi potesse andare così d’amore d’accordo con un ex funzionario del KGB. I soldi si sa non hanno né odore né sapore… Ma dopo aver letto le due giornaliste, mi sono fatta la mia opinione che gli amanti di Berlusconi sicuramente non condivideranno. Berlusconi è santo e santo resta, e non è di lui che voglio parlare.
Ma torniamo a queste due donne straordinarie: grazie a loro sono venuta a conoscenza del “grande gioco" sporco della guerra cecena, dei campi di filtraggio e delle zacistka ovvero delle operazioni di pulizia che l’esercito russo compie nei confronti del popolo ceceno.
Traggo dal libro, Ho danzato sulle rovine, pp. 93,94
 Alkhan Jurt, Cecenia primavera 2000
Tutto è calmo nel villaggio di Alkhan Jurt. Solo le esplosioni in lontananza e il canto degli uccelli spezzano il silenzio dell’alba. Si scorgono ancora le ultime stelle della notte, la luna incontra il sole che viene a prendere il suo posto.
All’improvviso, un fracasso incredibile risveglia gli abitanti. Carri armati, veicoli blindati di trasporto delle truppe, poi camion dell’esercito federale si riversano ad Alkhan Jurt. Decine e decine di soldati corrono da tutte le parti gridando, circondano le case, sfondano le porte a colpi di calcio di fucile. E’ un’”operazione di pulizia”.
Gli abitanti si pongono tutti le medesime domande, chi sarà definito “terrorista” per coprire le quote di un impero in pieno regresso staliniano? Chi avrà la fortuna di poter restare a casa sua? Quanti saranno quelli che spariranno oggi?
Ad Alkhan Jurt, in questa fresca mattina di aprile, tra i perdenti della grande lotteria antiterrorista c’era il mio amico Musa, ventiquattro anni. Le cicatrici delle sue ferite del 1995 hanno avuto valore di prova: è stato subito classificato tra i discepoli di Bin Laden. L’hanno mandato, insieme ad altri ragazzi, nel famoso campo di Cernokosovo. Musa mi ha parlato così del suo “soggiorno” nell’inferno dei campi di filtraggio:
“A Cernokosovo hanno sciolto dei cani rabbiosi nel camion e ci hanno fatto scendere usando il calcio del fucile. Poi ci hanno fatto passare nel “corridoio”. E’ un rito dei russi: i soldati formano due file, si muniscono di manganelli e ci fanno sfilare nel mezzo. I colpi piovono senza tregua. Un minuto sembra un’eternità. Vuoi proteggerti la testa con le mani. Ma non serve. Un soldato ti colpisce al ventre. Meccanicamente abbassi le braccia per proteggerti il ventre, e così via…”
Le torture proseguono a pag. 95, ma mi fermo prima non perché finiscono ma perché sono dure da sostenere.
La questione cecena è una questione antica per la Russia. Nel racconto, Chadzi-Murat, Tolstoj parla del “cardo ceceno” che il filosofo francese André Glucksmann riprende nella prefazione al libro della Politoskaia Cecenia. Il disonore russo. Da Caterina II a Putin, la Russia ha seppellito uomini nel grande cimitero caucasico per ricordare a ogni russo che c’è sempre un prezzo da pagare quando si vuole resistere agli ordini che arrivano dall’alto. Putin l’ha capito bene. E la seconda guerra cecena affonda lì le sue radici.
Continua Glucksmann, nella prefazione al libro di Anna Politoskaja, Cecenia. Il disonore russo:
Quanto alle prospettive aperte dalla scuola putiniana di crudeltà, Anna ne evoca qui le tragiche conseguenze. “In Cecenia siamo caduti in un buco nero, abbiamo allevato una tale quantità di assassini cinici che basterebbe a soddisfare il fabbisogno di killer  a pagamento dell’intero pianeta. Rispondo alle mie parole: una persona su due uccisa in Cecenia è un civile abbattuto in condizioni di giustizia sommaria. Questo significa che migliaia di militari che hanno servito in Cecenia sono dei boia sistematici (p. 10)
La Politoskaia più avanti prosegue:
A volte passeggio tra le rovine della capitale cecena. Parlo con i suoi abitanti, li guardo negli occhi, ripenso alle loro storie  e mi rendo conto che la mia mente rifiuta di credergli, contesta, respinge i loro racconti. Semplicemente per proteggersi. Ci credo e non ci credo, vorrei non farmi contaminare. Sono realmente qui, ma allo stesso tempo è come se fossi in un film…
Non è possibile che le nostre autorità si ostinino in modo così imbecille a opprimere quelli che vivono qui! Perché continuare a perseguitare abitanti che hanno già sopportato fardelli disumani per il solo fatto di essere rimasti in questa orribile città?(pp.16-17)
Prima di concludere, mi preme segnalare il sito dei giovani francesi capeggiati da Gluksmann che hanno creato questa associazione che si occupa di far studiare a Parigi giovani che provengono da Paesi in guerra. http://www.etudessansfrontieres.org/  
Inizia così il libro della giovane giornalista cecena:
Caro lettore
A Groznyj un uomo vagava con la sua balalaica. La guerra gli aveva preso tutto e soltanto la musica lo teneva legato alla vita. A volte veniva a suonare sotto la mia finestra e raccontava che un tempo aveva attraversato la Russia, l’Europa, il mondo intero con il suo strumento. Le sue strane avventure terminavano tutte allo stesso modo: «Ma, dopo, la guerra...»
Un giorno arrivò nel cortile del mio caseggiato, con le braccia ciondoloni, vuote e inutili, senza musica. I soldati avevano rubato il suo ultimo bene. Con un’amica ho raccolto dei soldi, poi tutte e due siamo andate al mercato a comprare una balalaica. Sulla strada del ritorno abbiamo notato una decina di soldati armati e un gruppetto di civili. Il musicista giaceva a terra, il corpo crivellato di pallottole. Era stato ucciso, insieme a otto giovani del quartiere, nel corso di un’« operazione di pulizia ». L’indomani, la televisione di Mosca annunciava con orgoglio l’eliminazione di nove terroristi.
Ecco cos’è Groznyj oggi, un caos di morti e di menzogne dove delle ombre umane lottano per sopravvivere. Questo libro non aspira a demolire la propaganda o a spiegare un conflitto vecchio di tre secoli. È la storia semplice di una ragazza, uno specchio che scorre lungo le strade sconvolte della mia cara Cecenia.
©2007, Corbaccio 2008

mercoledì 11 febbraio 2009

L'ANNO NUOVO - ROSH HA-SHANAH, cap. 6 di Luci accese di Bella Chagall


In altre pagine del mio blog, si possono trovare altri capitoli del libro di Bella Chagall, Luci accese. 
La traduzione che qui propongo, cerca di riestituire la lingua di Bella (ci devo ancora lavorare un po'! ma intanto la pubblico lo stesso) che racconta la sua vita a Vitebesk. Le frasi sono brevi e spezzate, le forme semplici, e il lessico è quello di una bimba di nove anni che riesce comunque  a trasmetterci tutta l'emozione di quella festa. I preparativi prima della preghiera al tempio, la sinagoga gremita di uomini donne bambini invasa dal suono dello shofàr, la purificazione nelle acque del fiume per i peccati commessi durante tutto l'anno e la benedizione dei frutti nuovi. 

L'ANNO NUOVO - ROSH HA-SHANAH, cap. VI di Luci accese di Bella Chagall
Giungono i giorni di Teshuvah. La casa si riempie tutta di rumori. Ogni festa porta con sé il proprio sapore e si ammanta di un’atmosfera tutta sua. L’aria dell’Anno Nuovo: leggera, misericordiosa, tersa come dopo una pioggia. Dopo le notti buie delle preghiere di Teshuvah, si rischiara un giorno luminoso e pieno di sole. La settimana delle preghiere di Teshuvah è quella meno tranquilla. Papà si alza nel pieno della notte, sveglia i miei fratelli; si vestono in silenzio e svaniscono, come ladri, dietro alla porta. Cosa cercano nel freddo e nel buio delle strade? A letto, si sta così al caldo! E se non tornassero più? Non smetterei di piangere con la mamma. Sto per iniziare già da sola e sprofondo sotto le coperte, raggomitolandomi ancora di più. Al mattino, papà beve il tè: il viso pallido, sfinito. In tutti, l’eccitazione prima della festa manda via la stanchezza.
Chiudiamo presto il negozio e tutti ci prepariamo per andare in sinagoga. Lo facciamo con più cura del solito, come se ci andassimo per la prima volta. Ognuno si mette qualcosa di nuovo: chi un fresco cappello chiaro, chi una cravatta nuova, chi un vestito tutto nuovo…Anche la mamma si mette una camicetta di seta bianca, e come rigenerata, con spirito nuovo, si appresta ad andare in sinagoga. Mio fratello maggiore sfoglia il grande libro delle preghiere e segna, per lei, le pagine della preghiera dove, da anni, la mano di mio nonno ha scritto “qui”. La mamma riconosce i versetti che l’anno scorso ha cosparso di lacrime. Un tremolio le vela gli occhi. Si affretta verso la sinagoga per poter piangere sulle stesse righe, come se fosse qualcosa di mai accaduta prima.
Pronta per lei c’è una pila di libri molto pii. Lei li avvolge tutti in un grande fazzoletto e li porta via con sé: non deve chiedere un buon anno per tutta la sua famiglia? I libri e il talleth di papà, invece, li viene a prendere il custode durante il giorno. Resto sola. La casa è deserta e anch’io mi sento vuota come la casa. Il vecchio anno, come si fosse perduto, si attarda, da qualche parte dietro alle finestre. L’anno che viene dovrà essere davvero chiaro, luminoso.
Vorrei dormire insieme alla notte.
L’indomani, presto, andrò anch’io in sinagoga vestita con abiti nuovi dalla testa ai piedi. Il sole risplende. L’aria è limpida e viva. Le mie scarpe nuove fanno un rumore secco. Mi affretto. Di sicuro in sinagoga il Nuovo Anno è già arrivato e già risuona lo shofar: mi riecheggia nelle orecchie. Ho l’impressione che il cielo sia sceso fin sulla terra per correre con me al tempio. Mi dirigo verso la parte riservata alle donne, spingo la porta. Una vampata di calore, come d’un forno, mi viene addosso. Un’ aria pesante mi toglie il respiro. La sinagoga è piena. Gli alti leggii sono invasi dai libri. Delle donne anziane se ne stanno sedute comodamente mentre alcune ragazze in piedi sbucano fuori, quasi sopra alle loro teste. I bambini cercano di farsi strada, sotto le loro gambe. Vorrei avvicinarmi alla mamma, ma è seduta davanti, ben lontano, vicino alla finestra che dà sulla parte riservata agli uomini. Non appena mi muovo, una donna si gira con le spalle verso di me: un volto in lacrime mi rivolge uno sguardo arrabbiato: “Oh! Oh!” effonde intorno a me il suo corruccio. Da dietro mi spingono, e come liberata, vado addosso alla balaustra. La mamma mi fa un cenno con gli occhi. E’ contenta che sia già vicino a lei. Ma dov’è lo shofar? Dov’è il Nuovo Anno? Guardo le pareti della parte riservata agli uomini. L’Arca Santa è chiusa: è coperta dalla tenda e custodita, nella quiete del silenzio, dai due leoni che vi sono ricamati sopra. Gli uomini si rianimano come presi da qualcos’altro.
Sono arrivata troppo presto o troppo tardi?
D’un tratto, da sotto un talleth si protende una mano con lo shofar. Lo shofar ora è lì, nell’aria, immobile. Emette un suono. Tutti si risvegliano. Ognuno smette di parlare tra sé e sé. Stiamo tutti in attesa. Lo shofar, ancora una volta, diffonde nell’aria un suono spezzato come se non avesse più fiato. Da una parte all’altra s’incrociano gli sguardi. Lo shofàr, come un grido, emette un suono forte, roco. Per tutta la sinagoga si diffonde un brusio:  ma cos’è questo modo di suonare lo shofar? Manca di forza…perché non chiedere a qualcun altro di suonare? All’improvviso, sentiamo un suono pulito e prolungato, come se gli spiriti maligni che ostruivano lo shofar, fossero stati scacciati: come un richiamo, si diffonde per tutta la sinagoga, fino a riempirne ogni angolo. Tutti sono sollevati! Chi fa un sospiro, chi annuisce con un cenno del capo. Il suono si propaga verso l’alto fino a toccare i muri. Viene verso di me, verso la mia balaustra. Raggiunge il soffitto, smuove l’aria spenta, sigilla ogni spazio vuoto. Mi penetra nelle orecchie, nella bocca: ho addirittura male alla pancia. Quand’è che lo shofar non avrà più fiato? Cosa vuole da noi l’Anno Nuovo?
Mi ricordo di tutti i miei peccati. Dio sa cosa accadrà. Sono tanti i peccati che si sono accumulati durante l’anno. A fatica, riesco aspettare il pomeriggio. Ho fretta di andare con la mamma alla Purificazione del Tachlich per poter scrollare via i miei peccati nel nostro grande fiume. Lungo la strada, altre donne, altri uomini. Tutti vanno giù per la stradina che porta alla riva. Sono tutti vestiti di nero, come se andassero – non voglia Iddio – a un funerale. L’aria è fresca. Il vento fa sentire le sue sferzate dall’alta riva del fiume e dal grande giardino della città. Alcune foglie volano, rossastre, gialle e come farfalle volteggiano nell’aria: piroettando, cadono a terra. Se ne volano via così anche i nostri peccati? Crepitano le foglie e si attaccano agli scarponcini. Me le trascino dietro: con loro è meno duro andare al “Tachlich”. “Perché ti fermi sempre?”, la mamma mi tira per la mano. “Lascia stare le foglie!” Di lì a poco, tutti si fermano. La strada si è come scissa: acque profonde e fredde sembrano riversarsi sui nostri piedi. In riva al fiume si addensano, in cerchio, uomini in nero. Coi capi protesi e le barbe ciondolanti, s’immergono nell’acqua come se ne volessero vedere il fondo. D’un tratto, rovesciano le tasche: ne vengono fuori avanzi e briciole che gli uomini gettano nell’acqua insieme ai loro peccati, recitando ad alta voce una preghiera. Ma come faccio io, a scrollarmi di dosso tutti i miei peccati? In tasca non ho briciole e non ho nemmeno le tasche! Me ne sto in piedi vicino alla mamma e tremo per il vento freddo che solleva le gonne. La mamma mi sussurra le parole del rito: le preghiere, con i peccati, dalla bocca cadono dritte nell’acqua. Mi sembra che il fiume si sia ingrossato per tutti i nostri peccati e che trasporti acque divenute improvvisamente nere.
Purificata, faccio ritorno a casa. La mamma, appena entrate, si siede per leggere i salmi. Vuole approfittare ancora un po’ del giorno per domandare ancora qualcosa a Dio. Un mormorio si diffonde per la stanza buia. L’aria si annebbia come gli occhiali della mamma che in silenzio piange, scuotendo il capo.
Cosa devo fare?
Mi sembra che dai fitti versetti dei salmi sguscino fuori, piano piano, i nostri avi: i nonni, le nonne. Le ombre diventano sempre più grandi, si assottigliano e mi accerchiano. Ho paura di girarmi. Forse qualcuno si è messo dietro di me e vuole abbracciarmi? “Mamma!” non riesco a trattenermi e la tiro per la manica. Lei alza il capo, si soffia il naso e smette di piangere. Bacia il salterio e lo chiude. “Bachka – mi dice – torno in sinagoga. Tra poco rientreremo tutti. Tu piccola mia prepara la tavola” “Mamma è per la benedizione delle Primizie?”. Non appena è uscita, apro bene l’armadio delle provviste. Tiro fuori dei grandi sacchi di carta colmi di frutta e li rovescio sulla tavola. Come in un grande giardino rotolano fuori grossi meloni verdi. Al loro fianco, se ne stanno distesi grappoli d’uva. Uva bianca, rossa. Grosse pere succose hanno ruotato sulle loro testoline. Mele dolci, gialle diventano dorate come se le avessimo già immerse nel miele. Prugne rosso scuro si spandono per tutta la tavola. Su cosa faremo la benedizione dei frutti nuovi? Ne abbiamo mangiati per tutto l’anno! Da un altro sacco, mi accorgo che spunta fuori un ananas: sembra un piccolo abete. “Sacha, tu lo sai dove cresce un ananas?” “Chi lo sa! – mi risponde alzando le mani - Ho ben altro a cui pensare!” Nessuno sa da dove provenga l’ananas. Con la sua buccia callosa ricorda uno strano pesce. Soltanto la sua coda se ne sta dritta in aria come un ventaglio interamente aperto. Tocco il suo pancino pieno zeppo. Trema tutto. Non è semplice toccarlo. Si potrebbe dire che se ne sta lì come uno zar. Per lui libero il centro della tavola. Sacha lo taglia senza pietà. Come un pesce vivo, l’ananas geme sotto il coltello affilato. Il suo succo zampilla fin sulle mie dita come sangue bianco. Lo lecco. Un gusto amaro-dolce. E’ il gusto del Nuovo Anno?
“Mio Dio!” mormoro in tutta fretta “prima che rientrino tutti dalla sinagoga, pensa a tutti noi! Al tempio, mamma e papà, T’implorano tutto il giorno per un buon anno. Papà pensa di continuo a Te e la mamma, ad ogni passo, ricorda il Tuo Nome! Tu lo sai quanto sono sfiniti, pieni di preoccupazioni, mio Dio! Tu puoi tutto! Fa che possiamo avere un anno buono e dolce!” Con forza, cospargo di zucchero l’ananas amaro. “Buona Festa! Buona Festa!” I miei fratelli accorrono gridando uno più forte dell’altro. Subito dopo di loro, la mamma e il papà entrano pallidi e stanchi. “Possiate essere iscritti nel Libro della Vita per un anno buono”. Sento il cuore sobbalzarmi. Sembra che Dio stesso abbia parlato per mezzo della loro bocca.
Traduzione di Maddalena Cavalleri (Bella Chagall, Luce accese, éd. Trois collines, Genève-Paris, 1948)