
domenica 14 marzo 2010
IL CARRELLO DI THÉRÈSE

mercoledì 4 novembre 2009
LE API DEL SOGNO SONO FINALMENTE VOLATE A CASA
sabato 28 marzo 2009
MILANA TERLOEVA, HO DANZATO SULLE ROVINE





mercoledì 11 febbraio 2009
L'ANNO NUOVO - ROSH HA-SHANAH, cap. 6 di Luci accese di Bella Chagall

martedì 10 febbraio 2009
LA PACE IRRAGGIUNGIBILE

Questa sera, tornando a casa da scuola, ascoltavo per radio (radio 1) una brevissima trasmissione dedicata alla Giornata del Ricordo. Oggi è il 10 febbraio. Mentre ascoltavo, pensavo a come ogni tragedia abbia bisogno di tempo per essere ascoltata, recepita e accolta dalle popolazioni. Per molti anni - nessuno può ormai negarlo - abbiamo rimosso le foibe; non se ne parlava soprattutto perché non vi era un terreno favorevole per poterlo fare. Oggi, grazie alla Giornata del ricordo, il 56% degli italiani sa cosa sono le foibe, mentre prima, sì e no il 20%, sapeva cosa fossero (almeno così informava per radio il Presidente dell'Associazione). La giornalista che conduceva la trasmissione ricordava il dramma di coloro che erano stati costretti a lasciare la loro terra, le loro case, il lavoro. Parlavano di una "grande ferita" che difficilmente guarisce e del trauma di un popolo, di più generazioni.
giovedì 25 dicembre 2008
25 dicembre 2008: ricordando Natale a Gerusalemme e ad Arad nel 2005

E' da molto tempo che non scrivo sul mio blog.
La tragedia israelo-palestinese, il compromesso e la pace: la visione di Amos Oz
LE CONSIDERAZIONI di Amos Oz sono permeate da un ispirato realismo. Come quando sottolinea che per lui «l’opposto della guerra non è l'amore e l'opposto della guerra non è nemmeno pietà, e l’opposto della guerra non ha nulla a che vedere con la generosità e il perdono o la fratellanza. No: l'opposto della guerra è la pace. Le nazioni debbono poter vivere in pace. Se facessi in tempo a vedere lo Stato d'Israele e lo Stato di Palestina vivere fianco a fianco decorosamente, senza massacri, senza terrorismo, senza violenza, ne sarei soddisfatto anche se non si trattasse di un trionfo dell’amore...». Al suo Paese, Israele, Amoz Oz chiede un atto di coraggio. Politico, morale, intellettuale. E storico. In particolare su un tema scottante, cruciale per un accordo di pace: la questione dei profughi palestinesi. «È venuto il momento - afferma lo scrittore - di riconoscere apertamente la nostra partecipazione alla catastrofe che imprigiona i profughi palestinesi. Non siamo i soli responsabili e i soli colpevoli, ma le nostre mani non sono pulite. Lo Stato di Israele è sufficientemente maturo e forte per ammettere la propria parte di responsabilità e per accelerare le conclusioni».
«La decisione di coinvolgermi maggiormente nella creazione di un vero partito socialdemocratico, deriva dalla considerazione che le prossime elezioni israeliane (fissate per il 10 febbraio 2009, ndr.) potrebbero essere determinanti per il futuro del Paese. Potrebbero dare come risultato la scelta della via della pace o della guerra. Questa è la posta in gioco. E non siamo mai stati così vicini, come adesso, a un accordo coi palestinesi. Per quanto riguarda la natura di questa compagine, ho ritenuto che solo il Meretz (la sinistra laica e pacifista, ndr.) possa servire da base per dare espressione alla necessità di un partito che porti avanti una piattaforma socialdemocratica che oggi, nella politica israeliana, non ha una vera rappresentanza».
«Purtroppo, molto poco. Il Partito laburista è diventato un partner molto marginale di coalizioni di governo guidate da altri. Il suo compito storico è terminato e con un successo che è solo parziale. È vero - e questo va riconosciuto - che la sinistra israeliana è riuscita a far penetrare molte delle sue idee nell’opinione pubblica israeliana. Molti tabù sono stati infranti. Si può senz’altro dire che, in buona misura, l’area politica del centro destra israeliano di oggi, ha assorbito e fatto proprie posizioni per le quali, 15-20 anni fa, la sinistra veniva accusata di disfattismo o peggio, di tradimento. Il problema è che i laburisti non sono riusciti a portare a compimento questa opera: hanno convinto gran parte dell’opinione pubblica sulle posizioni di principio, ma non sono riusciti a trovare la strada per rendere concrete e accettate dalla maggioranza anche le inevitabili conclusioni, vale a dire la necessità di porre fine al conflitto sulla base territoriale dei confini del 1967, Gerusalemme ovest capitale di Israele e Gerusalemme est capitale dello Stato Palestinese e assicurazione di pace e sicurezza per Israele. Ma non c'è solo questo...»
«Il Partito laburista è stato partner, negli ultimi anni, di governi che hanno gestito il Paese sulla base di un’economia capitalistica che definirei bestiale, senza regole, senza vincoli sociali. Questo stato di cose va radicalmente cambiato. Va trovato un sistema economico-sociale che dia una giusta risposta anche ai bisogni degli strati sociali più poveri e bisognosi di aiuto».
Israele vive da anni tra paura e speranza. Sentimenti che segnano il presente e condizionano il futuro. Qual è la visione di Israele di cui Lei si fa portatore?
«Penso che si debba e si possa porre fine al conflitto fra Israeliani e Palestinesi o almeno ridurne le dimensioni a un confronto con il regime, quello di Hamas, che controlla ora Gaza. Un risultato del genere rappresenterebbe già di per sé un fatto storico e cambierebbe molto rispetto alla situazione attuale, poiché spalancherebbe la possibilità di una pace con tutto il mondo arabo».
Si dice che gli intellettuali siano la coscienza critica di un Paese. Vale ancora questo assunto e se sì, come si cala nella realtà attuale di Israele?
«Gli intellettuali israeliani coprono un arco di idee così ampio, da rendere difficile e improbabile ogni tentativo di generalizzazione. Io stesso, non mi vedo come coscienza della società israeliana. Mi considero un cittadino coinvolto, che ha una particolare sensibilità nei confronti della lingua. Questo è il canale che mi avvicina alla realtà del Paese e mi porta all’impegno sociale che sento di dover dare».
«L’unica strada per uscirne passa per il compromessoe per il riconoscimento dell'altro e della sua esistenza in pace in suoi confini sicuri e sovrani. Laddove c’è uno scontro fra due giusti diritti, fra giusto e giusto, il finalepuò essere solo di due tipi: shakespeariano o cecoviano. Nel primo la scena è cosparsa di corpi cadaveri e regna la disperazione; nel secondo, tutti i personaggi sono insoddisfatti, melanconici, tristi e con il cuore cuore infranto,ma nessuno muore. Io sono alla ricerca di un finale cecoviano alla tragedia israelo-palestinese».
«Direi proprio di no. Vede, quando dico compromesso non intendo capitolazione, non intendo porgere l’altra guancia all'avversario, un nemico, una sposa. Intendo incontrare l’altro, più o meno a metà strada. Tutti conoscono il prezzo e le condizioni. Tutti sanno, chilometro più, chilometro meno, quale sarà la mappa definitiva dell'accordo. È solo una questione di leadership coraggiosa delle due parti, per realizzare quello che i due popoli già sanno in cuor loro. E compromesso significa che il popolo palestinese non debba mai mettersi in ginocchio, e nemmeno debba farlo il popolo ebraico israeliano. Una dei tratti di questa tragedia è di aver voluto rinviare nel tempo la ricerca, inevitabile, di un compromesso. Inevitabile perché, piaccia o no, dobbiamo dividere questa terra: né noi né loro abbiamo un altro posto dove andare»
l'Unità 30 novembre 2008
giovedì 3 aprile 2008
LUCI ACCESE di Bella Chagall: cap. III AI BAGNI
Marc Chagall con la moglie Bella e la figlioletta Ida - 1917
Vitebsk 1908Tardi nella giornata, la mamma esce di corsa dal negozio, come se volesse sottrarsi di forza al frastuono della settimana. Ancora in negozio, la si sente gridare:
“Bachka, dove sei? Andiamo ai bagni. Sacha! La biancheria è pronta?Svelte! svelte! Non ho tempo!”
La domestica avvolge il pacco della biancheria, lo lega con una corda in modo così forte che la carta si strappa. Mi m’infila il cappotto, gli zoccoli, mi stringe il cappuccio; non posso emettere un respiro.
“Sciocchina, non piangere!” Prontamente mi asciuga le lacrime che continuano a scendere.
“Andiamo! Fuori si gela. Ci manca solo – Dio ti preservi - che tu prenda ancora freddo!”
Alla chetichella, io e la mamma usciamo dal portone di casa, come se fosse già sabato e il negozio fosse già chiuso. La mamma si sarebbe sentita a disagio passare di là con la biancheria sotto il braccio, anche se avvolta in una carta scura. Il negozio, infatti, è pieno di uomini e, chi lo sa, potrebbero ancora trattenerla lì. Andiamo di corsa.
E’ proprio tardi: la mamma ha aspettato fino all’ultimo minuto. Sulla porta, probabilmente, ci aspetta la slitta che ci condurrà ai bagni. Il cocchiere è sempre lo stesso – è sempre lì di fronte alla casa – sa già che, ogni giovedì sera, quasi alla stessa ora, la mamma si fa portare ai bagni.
La sera, fredda, nevosa, ci avvolge subito in una coltre gelata. Sulla slitta, sotto la coperta logora, sento la mano della mamma che mi tiene stretta – soprattutto, che non scivoli! – e sento che la mamma ha già dimenticato il negozio e la baraonda che ha appena fuggito.
Vola via con la slitta, verso un altrove nell’aria pura; sembra che stia già cominciando a vibrare per tutte le sante preghiere da recitare, con la volontà di Dio, prima dell’arrivo dello Shabbat.
La strada non è lunga. Il cocchiera ci porta per una scorciatoia, per la riva buia di un fiumicello – la Vitba – dove si trovano i bagni ebraici.
In silenzio, la slitta fende l’aria gelata vibrante di gelo. Dalla riva superiore, lampeggiano fioche luci occhieggianti. E’ la luce di Padlo, la piccola piazza del mercato, che brilla laggiù sull’altura.
Conosco bene il mercato. Ne conosco i mercanti, i negozi seminterrati, e soprattutto le latterie. Prima di scendere i gradini di pietra, si doveva invocare l’aiuto del Signore, tanto era bagnata e scivolosa la scala. E faceva freddo, come in una tomba.
L’acqua trasudava dai muri grigi. Una sola piccola lampada dal vetro pieno di fumo rischiarava il locale. Il suo raggio debole raggiungeva appena i pani di burro giallo, la larga bacinella di panna, e ancor meno l’angolo da cui spuntavano, come testoline di bimbi, i formaggi duri di Gomel.
Soltanto la grande bilancia si vedeva chiaramente. Sospesa come un trono in mezzo alla cantina. Le catene di ferro oscillavano nell’aria come lunghe trecce nere, e i due piatti di rame reggevano, in modo fiero, poveri e pochi viveri, come se fosse la Giustizia in persona.
I mercanti, in vestitoni lucidi, s’agitavano tutt’intorno alla cantina. Con la punta delle dita che uscivano dai mezzi-guanti, strappavano pezzi di burro, riempivano brocche di latte, si lanciavano dei formaggi come palle di neve, e durante tutto il tempo, gridavano come se qualcuno, da dietro, li percuotesse. Probabilmente in questo modo si riscaldavano. Di tanto intanto, dalla cantina carica di respiri filtra una parolaccia. Le maledizioni, linguette di fuoco, volano intorno, infiammando una bancarella dopo l’altra.
“Che la peste se lo porti via! Che schifo di mercanzie ha? Maledetti i miei anni se mento.
I mercanti sbraitano. Sembrano topi neri nelle loro tane. Le maledizioni s’infiammano proprio mentre fuori, si ravvivano i carboni ardenti nei vasi di ferro, lì se ne stanno sedute piccole donne tarchiate che tengono cesta di fave abbrustolite sotto lunghi scialli.
I mercanti si insultano con tanto ardore e tanta forza che diventa quasi un’allegria.
Tutte queste grida ci accompagnano da lontano, mentre io e la mamma andiamo spedite verso i bagni. Il vento ci riporta una maledizione, fa tremare l’aria. La neve che scende la fa cadere giù a terra.
E così siamo arrivate.
“Torna – se Dio vuole – da qui a due ore”, dice la mamma al cocchiere, anche se lo sa da tanti anni.
Nel vestibolo in legno, ci imbattiamo nella donna che vende i biglietti, imbacuccata come una palla di mercanzie. All’inizio, non si muove nemmeno. Si scorgono solo la punta del naso e delle dita. Sul tavolo, accanto ai biglietti, se ne vanno a spasso una pera, una mela gelate. Un po’ di Kvass blu – reso livido probabilmente dal gelo – crepita in una bottiglia.
La cassiera, come se ingerisse i nostri respiri caldi, lentamente socchiude la bocca mezza congelata, e ci rivolge un sorriso infreddolito.
“Fa davvero freddo a rimanere seduti per tutto il giorno”, dice rianimandosi a poco a poco. “Il vento soffia dappertutto. Ancora un po’ e ci si potrebbe completamente congelare in attesa che arrivi un essere umano.“
La mamma la incoraggia con un sorriso e le compra per me una mela o una pera.
Spingiamo la porticina che conduce ai bagni. Il rumore del chiavistello sollevato sveglia due o tre donne nude, coperte dagli scialli.
Come mosche spaventate, sussultano, saltando dalle panche, e vengono a parlottare attorno a noi.
“Buonasera, Altechka. Buonasera! Così tardi! Coma sta, Alta? I piccolini stanno bene? Come stai , Bachinka? “ E le donne iniziano a palpeggiarmi da tutte le parti.
“Ah, che il malocchio ti risparmi! Ma cresci come lievito!”
Si sono rianimate, non hanno atteso invano . Gli scialli cadono dalle schiene come ali nere. Mi colpisce il biancore dei corpi.
Tutto diviene più puro, più chiaro…
Nell’anticamera, il calore si mescola all’aria fredda che si riversa dall’esterno. Riconosco appena le donne che trovo ai bagni, nonostante siano sempre le stesse. E ogni giovedì mi sembra che diventino sempre più vecchie e brutte. La più giovane – il cui scialle sapeva ancora di muffa – non mi lascia stare con le sue mani ossute.
“Fa freddo, non è vero?” Allora? Il tuo vestito lo sbottoni? Ne hai un altro con te? Bene, lo butteremo dentro la panca. Andiamo, alza la gamba! Allora?”
Mi sprona come se fossi un cavallo.
Ancora prima di aver gettato un’occhiata in giro, mi ritrovo con tutte le asole delle scarpe slacciate, e scarpe, calze arrotolate volano verso la panca su cui sto seduta. Il mio sedere si alza e si abbassa insieme al sedile della panca.
E non ho nemmeno avuto il tempo di vedere quel che accade nella panca dove i vestiti cadono dentro come in una fossa buia…
Il vento soffia attraverso i vetri ghiacciati, ricoperti di brina, appannati di neve: si direbbero occhi divenuti ciechi.
Tremo di freddo. La donna dei bagni prende il mio telo e me lo avvolge intorno.
“Bene! Aspetta un pochino! Tra pochissimo avrai caldo. Ecco! Entriamo al bagno, vedi?”
Mi sento persa. Mi trascina come una capra verso la porticina.
Le sue mani di acciaio mi trascinano. “Non cadere, mio Dio, Bachinka! Cammina piano! Si scivola!”
Appena dentro, mi manca il respiro e , mezzo svenuta, mi lascio portare.
Una nuvola impenetrabile mi copre gli occhi. Una piccola lampada di metallo grigio è appesa con un gancio lassù in alto, sopra la porta. Il vetro minuscolo è ancora troppo grande per il lume e , appena la porta si apre, oscilla da tutte le parti.
Resto ferma. Ho paura di muovermi. Il pavimento, colmo d’acqua, viene meno. L’acqua scorre nelle gambe, scorre dal soffitto, dai muri, come se tutta la piccola casa trasudasse calore.
La donna dei bagni si precipita sulle tinozze, sciacqua la panca scivolosa dove devo sedermi. Non ha tempo di dirmi una parola. La schiena magra, lucida volteggia come la coda di un gatto.
L’acqua calda scorre. Due o tre tinozze sprigionano in pieno volto il vapore che scotta.
Il calore della panca mi calma, mi lascio mettere le gambe in una tinozza di acqua tiepida. La donna dei bagni mi si avvicina. I suoi seni ciondolano davanti ai miei occhi come palloni sgonfiati e nel suo ventre, teso come un tamburo, il mio naso sprofonda. Mi sento stretta tra le tinozze e il ventre. Non posso nemmeno girarmi – non posso nemmeno pensarci.
Le sue dita ruvide acciuffano i miei lunghi capelli. Con un solo movimento, comincia a strofinare. Il sapone scivola in su e in giù, come se stirasse la biancheria in testa.
La testa gira, nascosta tra i capelli. Non ho nemmeno il tempo di iniziare a piangere. Trattengo le lacrime, tolgo le bolle acide di sapone che mi bruciano gli occhi. Il sapone mi penetra nelle orecchie, nella bocca. Cieca, immergo le dita nel secchio d’acqua fredda posto vicino a me.
Ritorno in me solo quando ho i capelli sciacquati. Goccioloni d’acqua mi scendono sugli occhi e li calmano. Riprendendo fiato, tiro su la schiena ; apro gli occhi.
Sento lo scricchiolio della porticina e , sulla soglia, vedo, completamente nuda, la mia bianca mamma.
Una nuvola di vapore caldo subito la avvolge. Due donne la sostengono. Piccole lacrime di sudore scivolano giù dai fianchi, dai seni. Una pioggerellina di gocce continua a scorrere dai capelli e da dietro le orecchie.
Silenziosa, timida, la mamma se ne sta in piedi vicino alla porta. Le donne che si occupano di lei, si precipitano verso le tinozze, aprono tutti i rubinetti, passano con l’acqua calda la panca per lei.
Senza scomporsi, la mamma si siede e prende, col suo corpo, tutta la panca. Sfinita per essere stata tutta strofinata, da dove sono, la distinguo a stento. Persino davanti a me è a disagio e abbassa gli occhi appena le guardo solo i capelli. Al posto della sua folta parrucca riccia di tutti i giorni, scorgo i suoi capelli corti, sottili.
Si sono indeboliti, soffocati per tutti quegli anni, senza aria, sotto la parrucca pesante … Sono colta da una tristezza, come se perdessi di colpo le forze; mi lascio ancora lavare, senza opporre resistenza.
La donna mi afferra il corpo, mi afferra anche l’anima. Come un pezzo di pasta, mi pone sulla panca, ricomincia a strofinare, a darmi pizzicotti; sembra che voglia fare di me un pane a forma di treccia.
Mi giro di pancia. Mi da una tale botta sui glutei che salto su.
“Eh bene, cosa ne dici Batchinka? E’ bello, vero?”
La donna ritrova subito la lingua. “Guarda come sei diventata rossa! E’ un piacere darti pizzicotti!”
Sfinita, aspetto di togliermela di torno. All’improvviso ho paura; dietro le spalle, una massa d’acqua mi piomba addosso. Per un attimo, sparisco nel torrente. L’acqua mi solleva e mi trasporta come in un fiume. La donna m’inonda. Mi sciolgo come cera bianca, d’estasi, di calore.
“Uff” La donna tira un sospiro e si asciuga il naso con le mani bagnate. “Brilli davvero come un piccolo diamante, Bachinka! Che ti possa giovare, bambina mia!” Mi guarda con quei suoi occhi vitrei, avvizziti dall’acqua, e svelta, mi avvolge con un lenzuolo caldo.
Probabilmente vorrebbe asciugare se stessa. Piano piano, mi circonda con le braccia come se fossi una delle piccole candele di Shabbat che deve benedire.
Da lontano, guardo come si occupano della mamma. L’hanno sicuramente strofinata, insaponata e, di sicuro, le tinozze di acqua tiepida l’hanno fatta stare bene.
Eppure, non è ancora pronta.
Dopo le abluzioni, la più anziana delle donne si fa avanti con un sgabellino e si sistema ai piedi della mamma. Appoggia un candelabro di rame su di una cassetta, accende il pezzo di candela che è vi rimasto dentro. Ravviva la corta fiammella e comincia a lamentarsi davanti alla mamma sulla sua dura vita. Sembra che tutte le preoccupazioni le siano penetrate dentro alla schiena fino a farla accasciare di peso ai piedi della mamma.
“Possa Dio avere pietà di noi, liberarci da tutte le pene!”.
Alza gli occhi da terra. “Così sia, Padre dell’Universo!”
Come per compiere un sacrificio, comincia a sistemare le dita dei piedi della mamma. La fiammella si ravviva ad ogni preghiera che le borbotta nelle unghie prima di tagliarle. Ad ogni benedizione, le si rischiara il cuore. La mamma, lo sguardo chino, guarda quello che la donna le fa ai piedi, e ascolta le sue parole.
Dietro al candelabro che brucia, una corona di luce sembra sottrarre entrambe all’oscurità del luogo. Un capo chino sull’altro, i due volti bianchi risplendono, come purificati da un sacrificio.
Dopo aver reso lucide le unghie dei piedi della mamma, l’anziana donna alza il capo:
“Alta, adesso andiamo al bagno rituale” dice a bassa voce.
La mamma sospira, come se l’anziana donna le avesse comunicato un segreto. Entrambe, piano piano, si alzano, raddrizzano la schiena, tirano un respiro profondo, riprendono fiato: si potrebbe pensare che si apprestino a valicare la soglia del Santo dei Santi.
Nel buio si stagliano le due ombre bianche.
Io avevo paura di andarci. Si doveva passare per una stanza calda in cui, su lunghi sedili stavano distesi e soffrivano esseri torturati. Dall’alto li sferzano fumanti rami di frasche, inumiditi da gocce d’acqua calda. Da sotto le panche salgono respiri pesanti, come se tutte queste donne bruciassero su carboni ardenti.
Il calore mi entra nella bocca e mi afferra il cuore.
“E’ sicuramente l’inferno per quelli che hanno molti peccati”, mi dico, e corro svelta dalla mamma al bagno rituale.
Come in una prigione, scendo in una stanza buia.
Sopra una piccola passerella se ne sta la donna anziana. Con una mano porta il candelabro acceso, con l’altra fa ondeggiare un lenzuolo bianco.
La mamma, tranquilla, – avevo così paura per lei – scende i quattro gradini scivolosi, e si immerge nell’acqua fino al collo.
Quando la donna anziana pronuncia una benedizione, la mamma si spaventa. Come una condannata, chiude gli occhi, si chiude il naso e si immerge nell’acqua come se fosse per sempre.
“K-o-o-o-sher!” grida l’anziana donna, con voce da profeta.
Ho un sussulto come a uno scoppio di tuono. Trepida, attendo – di sicuro adesso un lampo cadrà dal buio del soffitto e ci ucciderà sul colpo. O forse dal muro di pietra si riverserà un diluvio e ci sommergerà nell’oscurità del bagno rituale.
“Ko-o-o-sher!” grida di nuovo l’anziana donna.
Dov’è la mamma? L’acqua non si muove più.
Ma, all’improvviso, il fiume sembra fendersi. La testa della mamma riemerge dall’acqua. Si scuote l’acqua di dosso come se uscisse dal fondo del mare. Tre volte l’anziana donna grida a pieni polmoni e tre volte la mamma sprofonda nell’acqua nera. Non ce la faccio più ad aspettare che la vecchia smetta di gridare e che la mamma non sparisca più nell’acqua.
Alla fine, è stanca. L’acqua le scorre giù dai capelli, dalle orecchie. Ma sorride. Esce dall’acqua come da un fuoco – pulita, purificata.
“Alta, che questo possa giovarvi e farvi bene”
L’anziana donna sorride allo stesso modo. Due lunghe braccia sottili tengono ben alto il lenzuolo e avvolgono la mamma come due grandi ali bianche; lei mi sorride come un angelo radioso.
Vestita, ancora fumante, mastico la mela gelata che ormai da tempo si è sciolta per il calore, e aspetto la mamma.
D’un tratto la mamma comincia a affrettarsi come se subito si ricordasse che è non è giorno di festa e che il negozio è ancora aperto.
La sacralità e il calore del bagno l’abbandonano. Veloce, si veste. Le donne le raccontano le loro ultime disgrazie: una le tende il vestito, l’altra, uno scarponcino. Hanno paura che, via la mamma, nei loro cuori restino ancora cose inespresse fino a giovedì prossimo. Con le mani tremanti, avvolgono il pacco della nostra biancheria, e avvolgono pure me, come un pacco.
Gonfia per il calore, posso appena muovermi. La mamma distribuisce le mance e ascolta le lunghe benedizioni con cui le donne ci accompagnano.
“Che questo vi giovi, Altinka! A giovedì prossimo, se Dio vuole! Buon rientro! Stammi bene Bachinka!”
Una grida più forte delle altre e tutte, prontamente, si ricoprono con i loro scialli.
La porticina si socchiude da sola, almeno così pare. Ci fermiamo per un momento sulla soglia. Che freddo! Dal cielo buio scende la neve. Le stelle, i fiocchi di neve risplendono…
E’ giorno o notte? Gli occhi vedono tutto bianco e freddo.
Sul cocchiere e sul cavallo è cresciuta una montagna alta e bianca. Si sono congelati? Il cocchiere sorride. Dalle folte sopraciglia gli cadono briciole di neve.
Il cavallo, rianimato, nitrisce.
“Buon rientro!” Gridano dalla casa dei bagni.
La slitta sussulta.
“Hop! Hop!” Il cocchiere frusta il suo cavallo magro.
Più veloce che all’andata, la mamma attraversa l’ingresso, lascia lì il pacco della biancheria. L’odore della casa, del negozio, le sferza il viso.
“Dio sa cosa è successo qui senza di me!”
Come una colpevole, corre a lavarsi il volto imporporato e si affretta, di nuovo, verso il negozio.
Mi dispiace che il bagno sia terminato così presto.
venerdì 28 marzo 2008
CHRISTIAN BOBIN: L'AMORE E LA SOLITUDINE di Gustavo Micheletti




A tutti gli amatori di Christian Bobin, un articolo di Gustavo Micheletti
di Gustavo Micheletti
“Le bolle di sapone che questo bambino
Si diverte a soffiar via da una cannuccia
Sono translucidamente tutta una filosofia”.
Alberto Caeiro
Né della solitudine né dell’amore si può parlare come di due condizioni a se stanti, perché private della loro congiunzione svaniscono entrambe in una ridda di voci e pretesti. Ciò che sempre rimane oltre le scorie dei loro fraintendimenti occasionali è anche ciò che le salda nella stessa solidale e silenziosa resistenza all’oblio, nell’indugiare dell’attenzione e del cuore su tutto quanto è cedevole, su tutto ciò che è sul punto di svanire o di perdersi.
E’ questa consapevolezza che può sospingerci a riconoscere la leggerezza silenziosa che è implicita nel significato del verbo “amare”. Questo verbo tanto comune, usato così spesso e sovente impropriamente, appartiene in realtà alla stessa famiglia del verbo “nevicare”. Se infatti ci chiedessimo: “chi è che nevica?”, la risposta sarebbe: “la neve”; e se ci domandassimo: “chi ama?”, analogamente, la risposta dovrebbe essere: “l’amore” (cfr. AU, 106-107). Bobin è, sotto questo profilo, in perfetta sintonia con molti santi cristiani (in particolare con S. Francesco) e non solo cristiani, che hanno visto nell’uomo solo un tramite dell’amore, un suo veicolo occasionale.
“L’amore è il miracolo di essere un giorno intesi sin nei nostri silenzi e di intendere in cambio con la stessa delicatezza” (RE, 18), l’unica possibile modulazione della relazione che intercorre tra la nascita e la morte, perché “davanti alla morte saremo come alla nascita, radicalmente privi di ogni potere. E’ a tale debolezza in noi che dovrebbe rivolgersi l’amore per non perdersi mai” (ivi, 16), per far fronte alla paura semplice e assoluta che attraversa la vita di ciascuno, alla sua origine esclusiva: la paura di non essere più amati (cfr. FA, 38), tanto che “la certezza d’essere stato amato, un giorno, una volta”, coincide per Bobin con “l’involarsi definitivo del cuore entro la luce” (DM, 19-21).
Questo involarsi del cuore costituisce l’unica resistenza che possiamo opporre alla pesantezza dell’essere che incessantemente ci lusinga con i suoi effetti rassicuranti. Noi siamo rassicurati da ciò che è pesante, certo di sé, adulto, sicuro; siamo rassicurati dalle chiese e dalle religioni: “noi crediamo al sesso, a l’economia, alla cultura e alla morte” (TB, 110). La loro pesantezza ci tiene lontani da quella leggerezza che ci consentirebbe invece di passare “da spirito a spirito” (ibidem) e che potrebbe protenderci verso l’incontro con l’altro.
“E’ la leggerezza che ci fa orrore” (ibidem) – scrive Bobin – mentre è proprio nella leggerezza che la solitudine e l’amore si chiamano vicendevolmente per dare corso alla loro opera. E’ nella leggerezza della mancanza, nella sua freschezza sempre incipiente che la vita dell’anima può riempirsi di senso, perché “l’amore è mancanza piuttosto che pienezza. L’amore è pienezza della mancanza” (ivi, 119).
Ma la leggerezza ci fa orrore, e così la mancanza: per questo noi siamo alla perenne ricerca delle ossa dell’essere, di riferimenti strutturanti, di fondamenti; mentre la gioia più grande, l’unica gioia senza perché, priva cioè di una ragione sufficiente riconoscibile, assomiglia piuttosto ad una carezza del vento sulla pelle, al piacere di diventare, almeno per qualche istante, ciò a cui si passa accanto: “un albero che risplende nel verde. Un viso inondato di luce” (EN, 37). Perché “questo basta per ogni giorno. Anzi, è molto. Vedere ciò che è. Essere ciò che si vede” (ibidem).
AU = C. Bobin: Autoritratto, trad. it. Milano, 1999.
DM = C. Bobin: Il distacco dal mondo, trad. it. Troina (Enna), 2005.
EN = C. Bobin: Elogio del nulla, trad. it. Troina (Enna), 2002.
FA = C. Bobin: La folle Allure, Paris, 1995.
RE = C. Bobin: Resuscitare, trad. it. Milano, 2003.
TB = C. Bobin: Le tres-bas, Paris, 1992.
