mercoledì 11 febbraio 2009

L'ANNO NUOVO - ROSH HA-SHANAH, cap. 6 di Luci accese di Bella Chagall


In altre pagine del mio blog, si possono trovare altri capitoli del libro di Bella Chagall, Luci accese. 
La traduzione che qui propongo, cerca di riestituire la lingua di Bella (ci devo ancora lavorare un po'! ma intanto la pubblico lo stesso) che racconta la sua vita a Vitebesk. Le frasi sono brevi e spezzate, le forme semplici, e il lessico è quello di una bimba di nove anni che riesce comunque  a trasmetterci tutta l'emozione di quella festa. I preparativi prima della preghiera al tempio, la sinagoga gremita di uomini donne bambini invasa dal suono dello shofàr, la purificazione nelle acque del fiume per i peccati commessi durante tutto l'anno e la benedizione dei frutti nuovi. 

L'ANNO NUOVO - ROSH HA-SHANAH, cap. VI di Luci accese di Bella Chagall
Giungono i giorni di Teshuvah. La casa si riempie tutta di rumori. Ogni festa porta con sé il proprio sapore e si ammanta di un’atmosfera tutta sua. L’aria dell’Anno Nuovo: leggera, misericordiosa, tersa come dopo una pioggia. Dopo le notti buie delle preghiere di Teshuvah, si rischiara un giorno luminoso e pieno di sole. La settimana delle preghiere di Teshuvah è quella meno tranquilla. Papà si alza nel pieno della notte, sveglia i miei fratelli; si vestono in silenzio e svaniscono, come ladri, dietro alla porta. Cosa cercano nel freddo e nel buio delle strade? A letto, si sta così al caldo! E se non tornassero più? Non smetterei di piangere con la mamma. Sto per iniziare già da sola e sprofondo sotto le coperte, raggomitolandomi ancora di più. Al mattino, papà beve il tè: il viso pallido, sfinito. In tutti, l’eccitazione prima della festa manda via la stanchezza.
Chiudiamo presto il negozio e tutti ci prepariamo per andare in sinagoga. Lo facciamo con più cura del solito, come se ci andassimo per la prima volta. Ognuno si mette qualcosa di nuovo: chi un fresco cappello chiaro, chi una cravatta nuova, chi un vestito tutto nuovo…Anche la mamma si mette una camicetta di seta bianca, e come rigenerata, con spirito nuovo, si appresta ad andare in sinagoga. Mio fratello maggiore sfoglia il grande libro delle preghiere e segna, per lei, le pagine della preghiera dove, da anni, la mano di mio nonno ha scritto “qui”. La mamma riconosce i versetti che l’anno scorso ha cosparso di lacrime. Un tremolio le vela gli occhi. Si affretta verso la sinagoga per poter piangere sulle stesse righe, come se fosse qualcosa di mai accaduta prima.
Pronta per lei c’è una pila di libri molto pii. Lei li avvolge tutti in un grande fazzoletto e li porta via con sé: non deve chiedere un buon anno per tutta la sua famiglia? I libri e il talleth di papà, invece, li viene a prendere il custode durante il giorno. Resto sola. La casa è deserta e anch’io mi sento vuota come la casa. Il vecchio anno, come si fosse perduto, si attarda, da qualche parte dietro alle finestre. L’anno che viene dovrà essere davvero chiaro, luminoso.
Vorrei dormire insieme alla notte.
L’indomani, presto, andrò anch’io in sinagoga vestita con abiti nuovi dalla testa ai piedi. Il sole risplende. L’aria è limpida e viva. Le mie scarpe nuove fanno un rumore secco. Mi affretto. Di sicuro in sinagoga il Nuovo Anno è già arrivato e già risuona lo shofar: mi riecheggia nelle orecchie. Ho l’impressione che il cielo sia sceso fin sulla terra per correre con me al tempio. Mi dirigo verso la parte riservata alle donne, spingo la porta. Una vampata di calore, come d’un forno, mi viene addosso. Un’ aria pesante mi toglie il respiro. La sinagoga è piena. Gli alti leggii sono invasi dai libri. Delle donne anziane se ne stanno sedute comodamente mentre alcune ragazze in piedi sbucano fuori, quasi sopra alle loro teste. I bambini cercano di farsi strada, sotto le loro gambe. Vorrei avvicinarmi alla mamma, ma è seduta davanti, ben lontano, vicino alla finestra che dà sulla parte riservata agli uomini. Non appena mi muovo, una donna si gira con le spalle verso di me: un volto in lacrime mi rivolge uno sguardo arrabbiato: “Oh! Oh!” effonde intorno a me il suo corruccio. Da dietro mi spingono, e come liberata, vado addosso alla balaustra. La mamma mi fa un cenno con gli occhi. E’ contenta che sia già vicino a lei. Ma dov’è lo shofar? Dov’è il Nuovo Anno? Guardo le pareti della parte riservata agli uomini. L’Arca Santa è chiusa: è coperta dalla tenda e custodita, nella quiete del silenzio, dai due leoni che vi sono ricamati sopra. Gli uomini si rianimano come presi da qualcos’altro.
Sono arrivata troppo presto o troppo tardi?
D’un tratto, da sotto un talleth si protende una mano con lo shofar. Lo shofar ora è lì, nell’aria, immobile. Emette un suono. Tutti si risvegliano. Ognuno smette di parlare tra sé e sé. Stiamo tutti in attesa. Lo shofar, ancora una volta, diffonde nell’aria un suono spezzato come se non avesse più fiato. Da una parte all’altra s’incrociano gli sguardi. Lo shofàr, come un grido, emette un suono forte, roco. Per tutta la sinagoga si diffonde un brusio:  ma cos’è questo modo di suonare lo shofar? Manca di forza…perché non chiedere a qualcun altro di suonare? All’improvviso, sentiamo un suono pulito e prolungato, come se gli spiriti maligni che ostruivano lo shofar, fossero stati scacciati: come un richiamo, si diffonde per tutta la sinagoga, fino a riempirne ogni angolo. Tutti sono sollevati! Chi fa un sospiro, chi annuisce con un cenno del capo. Il suono si propaga verso l’alto fino a toccare i muri. Viene verso di me, verso la mia balaustra. Raggiunge il soffitto, smuove l’aria spenta, sigilla ogni spazio vuoto. Mi penetra nelle orecchie, nella bocca: ho addirittura male alla pancia. Quand’è che lo shofar non avrà più fiato? Cosa vuole da noi l’Anno Nuovo?
Mi ricordo di tutti i miei peccati. Dio sa cosa accadrà. Sono tanti i peccati che si sono accumulati durante l’anno. A fatica, riesco aspettare il pomeriggio. Ho fretta di andare con la mamma alla Purificazione del Tachlich per poter scrollare via i miei peccati nel nostro grande fiume. Lungo la strada, altre donne, altri uomini. Tutti vanno giù per la stradina che porta alla riva. Sono tutti vestiti di nero, come se andassero – non voglia Iddio – a un funerale. L’aria è fresca. Il vento fa sentire le sue sferzate dall’alta riva del fiume e dal grande giardino della città. Alcune foglie volano, rossastre, gialle e come farfalle volteggiano nell’aria: piroettando, cadono a terra. Se ne volano via così anche i nostri peccati? Crepitano le foglie e si attaccano agli scarponcini. Me le trascino dietro: con loro è meno duro andare al “Tachlich”. “Perché ti fermi sempre?”, la mamma mi tira per la mano. “Lascia stare le foglie!” Di lì a poco, tutti si fermano. La strada si è come scissa: acque profonde e fredde sembrano riversarsi sui nostri piedi. In riva al fiume si addensano, in cerchio, uomini in nero. Coi capi protesi e le barbe ciondolanti, s’immergono nell’acqua come se ne volessero vedere il fondo. D’un tratto, rovesciano le tasche: ne vengono fuori avanzi e briciole che gli uomini gettano nell’acqua insieme ai loro peccati, recitando ad alta voce una preghiera. Ma come faccio io, a scrollarmi di dosso tutti i miei peccati? In tasca non ho briciole e non ho nemmeno le tasche! Me ne sto in piedi vicino alla mamma e tremo per il vento freddo che solleva le gonne. La mamma mi sussurra le parole del rito: le preghiere, con i peccati, dalla bocca cadono dritte nell’acqua. Mi sembra che il fiume si sia ingrossato per tutti i nostri peccati e che trasporti acque divenute improvvisamente nere.
Purificata, faccio ritorno a casa. La mamma, appena entrate, si siede per leggere i salmi. Vuole approfittare ancora un po’ del giorno per domandare ancora qualcosa a Dio. Un mormorio si diffonde per la stanza buia. L’aria si annebbia come gli occhiali della mamma che in silenzio piange, scuotendo il capo.
Cosa devo fare?
Mi sembra che dai fitti versetti dei salmi sguscino fuori, piano piano, i nostri avi: i nonni, le nonne. Le ombre diventano sempre più grandi, si assottigliano e mi accerchiano. Ho paura di girarmi. Forse qualcuno si è messo dietro di me e vuole abbracciarmi? “Mamma!” non riesco a trattenermi e la tiro per la manica. Lei alza il capo, si soffia il naso e smette di piangere. Bacia il salterio e lo chiude. “Bachka – mi dice – torno in sinagoga. Tra poco rientreremo tutti. Tu piccola mia prepara la tavola” “Mamma è per la benedizione delle Primizie?”. Non appena è uscita, apro bene l’armadio delle provviste. Tiro fuori dei grandi sacchi di carta colmi di frutta e li rovescio sulla tavola. Come in un grande giardino rotolano fuori grossi meloni verdi. Al loro fianco, se ne stanno distesi grappoli d’uva. Uva bianca, rossa. Grosse pere succose hanno ruotato sulle loro testoline. Mele dolci, gialle diventano dorate come se le avessimo già immerse nel miele. Prugne rosso scuro si spandono per tutta la tavola. Su cosa faremo la benedizione dei frutti nuovi? Ne abbiamo mangiati per tutto l’anno! Da un altro sacco, mi accorgo che spunta fuori un ananas: sembra un piccolo abete. “Sacha, tu lo sai dove cresce un ananas?” “Chi lo sa! – mi risponde alzando le mani - Ho ben altro a cui pensare!” Nessuno sa da dove provenga l’ananas. Con la sua buccia callosa ricorda uno strano pesce. Soltanto la sua coda se ne sta dritta in aria come un ventaglio interamente aperto. Tocco il suo pancino pieno zeppo. Trema tutto. Non è semplice toccarlo. Si potrebbe dire che se ne sta lì come uno zar. Per lui libero il centro della tavola. Sacha lo taglia senza pietà. Come un pesce vivo, l’ananas geme sotto il coltello affilato. Il suo succo zampilla fin sulle mie dita come sangue bianco. Lo lecco. Un gusto amaro-dolce. E’ il gusto del Nuovo Anno?
“Mio Dio!” mormoro in tutta fretta “prima che rientrino tutti dalla sinagoga, pensa a tutti noi! Al tempio, mamma e papà, T’implorano tutto il giorno per un buon anno. Papà pensa di continuo a Te e la mamma, ad ogni passo, ricorda il Tuo Nome! Tu lo sai quanto sono sfiniti, pieni di preoccupazioni, mio Dio! Tu puoi tutto! Fa che possiamo avere un anno buono e dolce!” Con forza, cospargo di zucchero l’ananas amaro. “Buona Festa! Buona Festa!” I miei fratelli accorrono gridando uno più forte dell’altro. Subito dopo di loro, la mamma e il papà entrano pallidi e stanchi. “Possiate essere iscritti nel Libro della Vita per un anno buono”. Sento il cuore sobbalzarmi. Sembra che Dio stesso abbia parlato per mezzo della loro bocca.
Traduzione di Maddalena Cavalleri (Bella Chagall, Luce accese, éd. Trois collines, Genève-Paris, 1948)

martedì 10 febbraio 2009

LA PACE IRRAGGIUNGIBILE


Questa sera, tornando a casa da scuola, ascoltavo per radio (radio 1) una brevissima trasmissione dedicata alla Giornata del Ricordo. Oggi è il 10 febbraio. Mentre ascoltavo, pensavo a come ogni tragedia abbia bisogno di tempo per essere ascoltata, recepita e accolta dalle popolazioni. Per molti anni - nessuno può ormai negarlo -  abbiamo rimosso le foibe; non se ne parlava soprattutto perché non vi era un terreno favorevole per poterlo fare. Oggi, grazie alla Giornata del ricordo, il 56% degli italiani sa cosa sono le foibe, mentre prima, sì e no il  20%, sapeva cosa fossero (almeno così informava per radio il Presidente dell'Associazione). La giornalista che conduceva la trasmissione ricordava il dramma di coloro che erano stati costretti a lasciare la loro terra, le loro case, il lavoro. Parlavano di una "grande ferita" che difficilmente guarisce e del trauma di un popolo, di più generazioni. 

Il XX secolo è ormai celebre per le sue tragedie: la Shoah, i lager sovietici, lo sterminio degli Armeni..., e la storia ci insegna che non ci sono i "buoni" e i "cattivi" ma che ogni popolo, ogni essere umano porta in sé luce e ombre, contraddizioni, incoerenze.
Tanti sono stati costretti a lasciare le loro case.
Oggi, se ci sono tanti immigrati che invadono "le nostre città" è perché miseria, regimi, guerre costringono le persone a fuggire pur di darsi una speranza di vita migliore. Per questo non posso non sentirmi una privilegiata e quindi non vorrei "pontificare" dalla comoda poltrona sulla quale sono ora seduta.
Non so perché, ma tra le tante tragedie, quelle dei popoli di Israele e di Palestina continuano a catalizzare la mia attenzione. Mi sento coinvolta e responsabile in quanto cittadina italiana e europea.  
Sempre navigando su internet mi sono imbattuta in questo video della CBS che propongo di seguito. Mi sembra ben fatto e che possa aiutare a conoscere lo stato d'animo di molti arabi palestinesi. 



Per un approfondimento del Giorno del Ricordo, segnalo invece questo sito:


Le tragedie sono ben diverse, ma sono comunque sempre tragedie per chi le vive. 

giovedì 25 dicembre 2008

25 dicembre 2008: ricordando Natale a Gerusalemme e ad Arad nel 2005


E' da molto tempo che non scrivo sul mio blog. 
Ora non ho né la testa né la voglia di farlo ma proverò almeno a riprendere le forze per inserire un'intervista di Amos Oz rilasciata al giornalista  Umberto De Giovannangeli. L'ho appena trovata in internet e si può trovare  nel sito del CIPMO o in quello dell'Unità, giornale da cui è tratta.
L'argomento è sempre attuale e con l'aria che tira ora su Gaza e sull'intera Terra di Israele e di Palestina auguro a Oz e al suo popolo di "avere coraggio" e invito noi europei a metterci sempre e comunque una mano sulla coscienza e a smetterla di puntare il dito contro l'uno o contro l'altro in modo fazioso e sterile.

Ricordo il 27 dicembre del 2005 quando con Lorenzo (mio marito) andammo a trovarlo nella sua casa ad Arad per conoscerlo: Lorenzo stava scrivendo un libro "Gerusalemme nella memoria di amos Oz" e voleva semplicemente conoscerlo. Il caffè che ci ha offerto è stato ottimo! E l'uomo si è rivelato un "grande".

"Taglio e incollo" qui sotto l'intervista rilasciata ultimamente (30 novembre 2008) da Oz al giornalista Umberto Giovanangeli.
Qualcuno potrebbe obiettare: "ma noi europei, oggi come oggi, in fondo, cosa c'entriamo?", c'entriamo, eccome! Purtroppo non penso sia più possibile sperare nei due stati divisi in quanto sono troppi gli insediamenti israeliani in Terra di Palestina: se si guardano le cartine che continuano a modificarsi nei confini e negli insediamenti, si nota un Paese (i due insieme) a macchia di leopardo dove le zone restano ben delimitate tra loro. Penso che dovrebbero arrivare anche queste immagini nei nostri telegiornali. Ciò nonostante non punto il dito, cerco invece di incoraggiare e di diffondere le azioni che uomini come Amos Oz (ma ce ne sono moltissimi da ambo le parti) compiono ogni giorno per una pace possibile.

A proposito degli ISRAELIANI E e dei PALESTINESI, ascoltiamo cosa dice Oz:
Due vittime dello stesso oppressore. L'Europa, che ha colonizzato il mondo arabo, l’ha sfruttato, umiliato, ne ha calpestato la cultura, che l’ha controllato e usato come base d'imperialismo, è la stessa Europa che ha discriminato, perseguitato, dato la caccia e infine sterminato in massa gli ebrei perpetrando un genocidio senza precedenti. (Amos Oz)

La tragedia israelo-palestinese, il compromesso e la pace: la visione di Amos Oz

 di Umberto De Giovannangeli

 I suoi romanzi lo hanno reso famoso in tutto il mondo. L’impegno per il dialogo con i palestinesi ha sempre accompagnato la sua straordinaria produzione letteraria. Scrittura e impegno civile s'intrecciano indissolubilmente nel percorso di vita del più grande tra gli scrittori israeliani contemporanei: Amos Oz. Dai libri all’agone politico: in questa conversazione con l'Unità, Oz spiega il senso della sua sfida. E racconta il «suo» Israele. Partendo, in una Terrasanta che si nutre di assoluto, dall’elogio del compromesso. Vero antidoto al fanatismo: «Nel mio mondo - riflette Oz - la parola compromesso è sinonimo di vita. E dove c’è vita ci sono compromessi. Il contrario di compromesso non è integrità e nemmeno idealismo e nemmeno determinazione o devozione. Il contrario di compromesso è fanatismo, morte». Scrittura e politica. Un binomio che aiuta il grande scrittore israeliano a inquadrare il conflitto israelo-palestinese: «A renderlo particolarmente grave - annota Oz - è il fatto che esso sia essenzialmente un conflitto fra due vittime. Due vittime dello stesso oppressore. L'Europa, che ha colonizzato il mondo arabo, l’ha sfruttato, umiliato, ne ha calpestato la cultura, che l’ha controllato e usato come base d'imperialismo, è la stessa Europa che ha discriminato, perseguitato, dato la caccia e infine sterminato in massa gli ebrei perpetrando un genocidio senza precedenti. A rigore, due vittime dovrebbero manifestare d’istinto una solidarietà tra loro. Così succede spesso nei romanzi. Ma nella vita vera alcuni fra i più aspri conflitti vedono in campo due vittime dello stesso oppressore».

 

LE CONSIDERAZIONI di Amos Oz sono permeate da un ispirato realismo. Come quando sottolinea che per lui «l’opposto della guerra non è l'amore e l'opposto della guerra non è nemmeno pietà, e l’opposto della guerra non ha nulla a che vedere con la generosità e il perdono o la fratellanza. No: l'opposto della guerra è la pace. Le nazioni debbono poter vivere in pace. Se facessi in tempo a vedere lo Stato d'Israele e lo Stato di Palestina vivere fianco a fianco decorosamente, senza massacri, senza terrorismo, senza violenza, ne sarei soddisfatto anche se non si trattasse di un trionfo dell’amore...». Al suo Paese, Israele, Amoz Oz chiede un atto di coraggio. Politico, morale, intellettuale. E storico. In particolare su un tema scottante, cruciale per un accordo di pace: la questione dei profughi palestinesi. «È venuto il momento - afferma lo scrittore - di riconoscere apertamente la nostra partecipazione alla catastrofe che imprigiona i profughi palestinesi. Non siamo i soli responsabili e i soli colpevoli, ma le nostre mani non sono pulite. Lo Stato di Israele è sufficientemente maturo e forte per ammettere la propria parte di responsabilità e per accelerare le conclusioni».

 Non è di tutti i giorni che uno scrittore, sia pure impegnato, decida di «sporcarsi le mani» con la politica, scendendo in campo per formare un nuovo partito. Cosa l'ha spinta a questa scelta?

«La decisione di coinvolgermi maggiormente nella creazione di un vero partito socialdemocratico, deriva dalla considerazione che le prossime elezioni israeliane (fissate per il 10 febbraio 2009, ndr.) potrebbero essere determinanti per il futuro del Paese. Potrebbero dare come risultato la scelta della via della pace o della guerra. Questa è la posta in gioco. E non siamo mai stati così vicini, come adesso, a un accordo coi palestinesi. Per quanto riguarda la natura di questa compagine, ho ritenuto che solo il Meretz (la sinistra laica e pacifista, ndr.) possa servire da base per dare espressione alla necessità di un partito che porti avanti una piattaforma socialdemocratica che oggi, nella politica israeliana, non ha una vera rappresentanza».

 E perché il partito laburista, il partito di David Ben Gurion, Golda Meir, Yitzhak Rabin - le cui vicende si intrecciano fortemente con la nascita dello Stato d'Israele e con buona parte dei suoi sessant'anni di vita - non la rappresenta più? Cosa resta oggi di quel partito e dei principi che lo ispirarono?

«Purtroppo, molto poco. Il Partito laburista è diventato un partner molto marginale di coalizioni di governo guidate da altri. Il suo compito storico è terminato e con un successo che è solo parziale. È vero - e questo va riconosciuto - che la sinistra israeliana è riuscita a far penetrare molte delle sue idee nell’opinione pubblica israeliana. Molti tabù sono stati infranti. Si può senz’altro dire che, in buona misura, l’area politica del centro destra israeliano di oggi, ha assorbito e fatto proprie posizioni per le quali, 15-20 anni fa, la sinistra veniva accusata di disfattismo o peggio, di tradimento. Il problema è che i laburisti non sono riusciti a portare a compimento questa opera: hanno convinto gran parte dell’opinione pubblica sulle posizioni di principio, ma non sono riusciti a trovare la strada per rendere concrete e accettate dalla maggioranza anche le inevitabili conclusioni, vale a dire la necessità di porre fine al conflitto sulla base territoriale dei confini del 1967, Gerusalemme ovest capitale di Israele e Gerusalemme est capitale dello Stato Palestinese e assicurazione di pace e sicurezza per Israele. Ma non c'è solo questo...»

 Cos’altro ancora?

«Il Partito laburista è stato partner, negli ultimi anni, di governi che hanno gestito il Paese sulla base di un’economia capitalistica che definirei bestiale, senza regole, senza vincoli sociali. Questo stato di cose va radicalmente cambiato. Va trovato un sistema economico-sociale che dia una giusta risposta anche ai bisogni degli strati sociali più poveri e bisognosi di aiuto».

Israele vive da anni tra paura e speranza. Sentimenti che segnano il presente e condizionano il futuro. Qual è la visione di Israele di cui Lei si fa portatore?

«Penso che si debba e si possa porre fine al conflitto fra Israeliani e Palestinesi o almeno ridurne le dimensioni a un confronto con il regime, quello di Hamas, che controlla ora Gaza. Un risultato del genere rappresenterebbe già di per sé un fatto storico e cambierebbe molto rispetto alla situazione attuale, poiché spalancherebbe la possibilità di una pace con tutto il mondo arabo».

Si dice che gli intellettuali siano la coscienza critica di un Paese. Vale ancora questo assunto e se sì, come si cala nella realtà attuale di Israele?

«Gli intellettuali israeliani coprono un arco di idee così ampio, da rendere difficile e improbabile ogni tentativo di generalizzazione. Io stesso, non mi vedo come coscienza della società israeliana. Mi considero un cittadino coinvolto, che ha una particolare sensibilità nei confronti della lingua. Questo è il canale che mi avvicina alla realtà del Paese e mi porta all’impegno sociale che sento di dover dare».

 Guardando al conflitto israelo-palestinese, Lei ha parlato e scritto spesso di una tragedia in cui a scontrarsi sono due diritti ugualmente fondati. E' ancora così e come uscirne?

«L’unica strada per uscirne passa per il compromessoe per il riconoscimento dell'altro e della sua esistenza in pace in suoi confini sicuri e sovrani. Laddove c’è uno scontro fra due giusti diritti, fra giusto e giusto, il finalepuò essere solo di due tipi: shakespeariano o cecoviano. Nel primo la scena è cosparsa di corpi cadaveri e regna la disperazione; nel secondo, tutti i personaggi sono insoddisfatti, melanconici, tristi e con il cuore cuore infranto,ma nessuno muore. Io sono alla ricerca di un finale cecoviano alla tragedia israelo-palestinese».

 In un attualissimo pamphlet, “Contro il fanatismo” nel quale sono raccolte alcune sue lezioni universitarie, Lei ha svolto un lucido, appassionato elogio del compromesso. Non è in contraddizione con la nettezza delle idee che l'hanno spinta all'impegno politico?

«Direi proprio di no. Vede, quando dico compromesso non intendo capitolazione, non intendo porgere l’altra guancia all'avversario, un nemico, una sposa. Intendo incontrare l’altro, più o meno a metà strada. Tutti conoscono il prezzo e le condizioni. Tutti sanno, chilometro più, chilometro meno, quale sarà la mappa definitiva dell'accordo. È solo una questione di leadership coraggiosa delle due parti, per realizzare quello che i due popoli già sanno in cuor loro. E compromesso significa che il popolo palestinese non debba mai mettersi in ginocchio, e nemmeno debba farlo il popolo ebraico israeliano. Una dei tratti di questa tragedia è di aver voluto rinviare nel tempo la ricerca, inevitabile, di un compromesso. Inevitabile perché, piaccia o no, dobbiamo dividere questa terra: né noi né loro abbiamo un altro posto dove andare»

l'Unità 30 novembre 2008

giovedì 3 aprile 2008

LUCI ACCESE di Bella Chagall: cap. III AI BAGNI

Marc Chagall con la moglie Bella e la figlioletta Ida - 1917

1941 Marc e Bella Chagall da: pages.cthome.net/WWIIHERO/chagall.html

Vitebsk 1908

E' sera. Giovedì. Penso a Bella. A lei bimba di nove anni e poi donna che ricorda. Che si ricorda. Questa sera mi piace riportare il capitolo Ai Bagni in cui Bella ci restituisce l'atmosfera della sua cittadina, Vitebsk (oggi Bielorussia) ai primissimi albori del secolo appena trascorso. Una delle fotografie che ho scelto per Bella, ritrae Vitebsk nel 1908.
Bella Rosenfeld nasce nel 1895: nei suoi scritti ricorda la bimba di nove anni. La fotografia sembra aver caturato per noi il tempo della memoria e del ricordo di quei giovedì in cui scendeva ai bagni con la madre.
Con loro ci prepariamo ad entrare nello Shabbat....
(Ricordo l'estate che ho trascorso a tradurre la voce di Bella Rosenfeld: io assorta nelle sue pagine e nell'incanto delle acque del mio lago, lei nel freddo dell'inverno, diretta ai bagni ebraici lungo la stradina dove scorre la Vitba, a Vitebsk.
Ma ascoltiamola:

Lo Shabbat, per me, inizia già il giovedì quando scende la sera.
Tardi nella giornata, la mamma esce di corsa dal negozio, come se volesse sottrarsi di forza al frastuono della settimana. Ancora in negozio, la si sente gridare:
“Bachka, dove sei? Andiamo ai bagni. Sacha! La biancheria è pronta?Svelte! svelte! Non ho tempo!”
La domestica avvolge il pacco della biancheria, lo lega con una corda in modo così forte che la carta si strappa. Mi m’infila il cappotto, gli zoccoli, mi stringe il cappuccio; non posso emettere un respiro.
“Sciocchina, non piangere!” Prontamente mi asciuga le lacrime che continuano a scendere.
“Andiamo! Fuori si gela. Ci manca solo – Dio ti preservi - che tu prenda ancora freddo!”
Alla chetichella, io e la mamma usciamo dal portone di casa, come se fosse già sabato e il negozio fosse già chiuso. La mamma si sarebbe sentita a disagio passare di là con la biancheria sotto il braccio, anche se avvolta in una carta scura. Il negozio, infatti, è pieno di uomini e, chi lo sa, potrebbero ancora trattenerla lì. Andiamo di corsa.
E’ proprio tardi: la mamma ha aspettato fino all’ultimo minuto. Sulla porta, probabilmente, ci aspetta la slitta che ci condurrà ai bagni. Il cocchiere è sempre lo stesso – è sempre lì di fronte alla casa – sa già che, ogni giovedì sera, quasi alla stessa ora, la mamma si fa portare ai bagni.
La sera, fredda, nevosa, ci avvolge subito in una coltre gelata. Sulla slitta, sotto la coperta logora, sento la mano della mamma che mi tiene stretta – soprattutto, che non scivoli! – e sento che la mamma ha già dimenticato il negozio e la baraonda che ha appena fuggito.
Vola via con la slitta, verso un altrove nell’aria pura; sembra che stia già cominciando a vibrare per tutte le sante preghiere da recitare, con la volontà di Dio, prima dell’arrivo dello Shabbat.
La strada non è lunga. Il cocchiera ci porta per una scorciatoia, per la riva buia di un fiumicello – la Vitba – dove si trovano i bagni ebraici.
In silenzio, la slitta fende l’aria gelata vibrante di gelo. Dalla riva superiore, lampeggiano fioche luci occhieggianti. E’ la luce di Padlo, la piccola piazza del mercato, che brilla laggiù sull’altura.

Conosco bene il mercato. Ne conosco i mercanti, i negozi seminterrati, e soprattutto le latterie. Prima di scendere i gradini di pietra, si doveva invocare l’aiuto del Signore, tanto era bagnata e scivolosa la scala. E faceva freddo, come in una tomba.
L’acqua trasudava dai muri grigi. Una sola piccola lampada dal vetro pieno di fumo rischiarava il locale. Il suo raggio debole raggiungeva appena i pani di burro giallo, la larga bacinella di panna, e ancor meno l’angolo da cui spuntavano, come testoline di bimbi, i formaggi duri di Gomel.
Soltanto la grande bilancia si vedeva chiaramente. Sospesa come un trono in mezzo alla cantina. Le catene di ferro oscillavano nell’aria come lunghe trecce nere, e i due piatti di rame reggevano, in modo fiero, poveri e pochi viveri, come se fosse la Giustizia in persona.
I mercanti, in vestitoni lucidi, s’agitavano tutt’intorno alla cantina. Con la punta delle dita che uscivano dai mezzi-guanti, strappavano pezzi di burro, riempivano brocche di latte, si lanciavano dei formaggi come palle di neve, e durante tutto il tempo, gridavano come se qualcuno, da dietro, li percuotesse. Probabilmente in questo modo si riscaldavano. Di tanto intanto, dalla cantina carica di respiri filtra una parolaccia. Le maledizioni, linguette di fuoco, volano intorno, infiammando una bancarella dopo l’altra.
“Che la peste se lo porti via! Che schifo di mercanzie ha? Maledetti i miei anni se mento.
I mercanti sbraitano. Sembrano topi neri nelle loro tane. Le maledizioni s’infiammano proprio mentre fuori, si ravvivano i carboni ardenti nei vasi di ferro, lì se ne stanno sedute piccole donne tarchiate che tengono cesta di fave abbrustolite sotto lunghi scialli.
I mercanti si insultano con tanto ardore e tanta forza che diventa quasi un’allegria.


Tutte queste grida ci accompagnano da lontano, mentre io e la mamma andiamo spedite verso i bagni. Il vento ci riporta una maledizione, fa tremare l’aria. La neve che scende la fa cadere giù a terra.
E così siamo arrivate.
“Torna – se Dio vuole – da qui a due ore”, dice la mamma al cocchiere, anche se lo sa da tanti anni.
Nel vestibolo in legno, ci imbattiamo nella donna che vende i biglietti, imbacuccata come una palla di mercanzie. All’inizio, non si muove nemmeno. Si scorgono solo la punta del naso e delle dita. Sul tavolo, accanto ai biglietti, se ne vanno a spasso una pera, una mela gelate. Un po’ di Kvass blu – reso livido probabilmente dal gelo – crepita in una bottiglia.
La cassiera, come se ingerisse i nostri respiri caldi, lentamente socchiude la bocca mezza congelata, e ci rivolge un sorriso infreddolito.
“Fa davvero freddo a rimanere seduti per tutto il giorno”, dice rianimandosi a poco a poco. “Il vento soffia dappertutto. Ancora un po’ e ci si potrebbe completamente congelare in attesa che arrivi un essere umano.“
La mamma la incoraggia con un sorriso e le compra per me una mela o una pera.
Spingiamo la porticina che conduce ai bagni. Il rumore del chiavistello sollevato sveglia due o tre donne nude, coperte dagli scialli.
Come mosche spaventate, sussultano, saltando dalle panche, e vengono a parlottare attorno a noi.
“Buonasera, Altechka. Buonasera! Così tardi! Coma sta, Alta? I piccolini stanno bene? Come stai , Bachinka? “ E le donne iniziano a palpeggiarmi da tutte le parti.
“Ah, che il malocchio ti risparmi! Ma cresci come lievito!”
Si sono rianimate, non hanno atteso invano . Gli scialli cadono dalle schiene come ali nere. Mi colpisce il biancore dei corpi.
Tutto diviene più puro, più chiaro…
Nell’anticamera, il calore si mescola all’aria fredda che si riversa dall’esterno. Riconosco appena le donne che trovo ai bagni, nonostante siano sempre le stesse. E ogni giovedì mi sembra che diventino sempre più vecchie e brutte. La più giovane – il cui scialle sapeva ancora di muffa – non mi lascia stare con le sue mani ossute.
“Fa freddo, non è vero?” Allora? Il tuo vestito lo sbottoni? Ne hai un altro con te? Bene, lo butteremo dentro la panca. Andiamo, alza la gamba! Allora?”
Mi sprona come se fossi un cavallo.
Ancora prima di aver gettato un’occhiata in giro, mi ritrovo con tutte le asole delle scarpe slacciate, e scarpe, calze arrotolate volano verso la panca su cui sto seduta. Il mio sedere si alza e si abbassa insieme al sedile della panca.
E non ho nemmeno avuto il tempo di vedere quel che accade nella panca dove i vestiti cadono dentro come in una fossa buia…
Il vento soffia attraverso i vetri ghiacciati, ricoperti di brina, appannati di neve: si direbbero occhi divenuti ciechi.
Tremo di freddo. La donna dei bagni prende il mio telo e me lo avvolge intorno.
“Bene! Aspetta un pochino! Tra pochissimo avrai caldo. Ecco! Entriamo al bagno, vedi?”
Mi sento persa. Mi trascina come una capra verso la porticina.
Le sue mani di acciaio mi trascinano. “Non cadere, mio Dio, Bachinka! Cammina piano! Si scivola!”
Appena dentro, mi manca il respiro e , mezzo svenuta, mi lascio portare.
Una nuvola impenetrabile mi copre gli occhi. Una piccola lampada di metallo grigio è appesa con un gancio lassù in alto, sopra la porta. Il vetro minuscolo è ancora troppo grande per il lume e , appena la porta si apre, oscilla da tutte le parti.
Resto ferma. Ho paura di muovermi. Il pavimento, colmo d’acqua, viene meno. L’acqua scorre nelle gambe, scorre dal soffitto, dai muri, come se tutta la piccola casa trasudasse calore.
La donna dei bagni si precipita sulle tinozze, sciacqua la panca scivolosa dove devo sedermi. Non ha tempo di dirmi una parola. La schiena magra, lucida volteggia come la coda di un gatto.
L’acqua calda scorre. Due o tre tinozze sprigionano in pieno volto il vapore che scotta.
Il calore della panca mi calma, mi lascio mettere le gambe in una tinozza di acqua tiepida. La donna dei bagni mi si avvicina. I suoi seni ciondolano davanti ai miei occhi come palloni sgonfiati e nel suo ventre, teso come un tamburo, il mio naso sprofonda. Mi sento stretta tra le tinozze e il ventre. Non posso nemmeno girarmi – non posso nemmeno pensarci.
Le sue dita ruvide acciuffano i miei lunghi capelli. Con un solo movimento, comincia a strofinare. Il sapone scivola in su e in giù, come se stirasse la biancheria in testa.
La testa gira, nascosta tra i capelli. Non ho nemmeno il tempo di iniziare a piangere. Trattengo le lacrime, tolgo le bolle acide di sapone che mi bruciano gli occhi. Il sapone mi penetra nelle orecchie, nella bocca. Cieca, immergo le dita nel secchio d’acqua fredda posto vicino a me.
Ritorno in me solo quando ho i capelli sciacquati. Goccioloni d’acqua mi scendono sugli occhi e li calmano. Riprendendo fiato, tiro su la schiena ; apro gli occhi.
Sento lo scricchiolio della porticina e , sulla soglia, vedo, completamente nuda, la mia bianca mamma.
Una nuvola di vapore caldo subito la avvolge. Due donne la sostengono. Piccole lacrime di sudore scivolano giù dai fianchi, dai seni. Una pioggerellina di gocce continua a scorrere dai capelli e da dietro le orecchie.
Silenziosa, timida, la mamma se ne sta in piedi vicino alla porta. Le donne che si occupano di lei, si precipitano verso le tinozze, aprono tutti i rubinetti, passano con l’acqua calda la panca per lei.
Senza scomporsi, la mamma si siede e prende, col suo corpo, tutta la panca. Sfinita per essere stata tutta strofinata, da dove sono, la distinguo a stento. Persino davanti a me è a disagio e abbassa gli occhi appena le guardo solo i capelli. Al posto della sua folta parrucca riccia di tutti i giorni, scorgo i suoi capelli corti, sottili.
Si sono indeboliti, soffocati per tutti quegli anni, senza aria, sotto la parrucca pesante … Sono colta da una tristezza, come se perdessi di colpo le forze; mi lascio ancora lavare, senza opporre resistenza.
La donna mi afferra il corpo, mi afferra anche l’anima. Come un pezzo di pasta, mi pone sulla panca, ricomincia a strofinare, a darmi pizzicotti; sembra che voglia fare di me un pane a forma di treccia.
Mi giro di pancia. Mi da una tale botta sui glutei che salto su.
“Eh bene, cosa ne dici Batchinka? E’ bello, vero?”
La donna ritrova subito la lingua. “Guarda come sei diventata rossa! E’ un piacere darti pizzicotti!”
Sfinita, aspetto di togliermela di torno. All’improvviso ho paura; dietro le spalle, una massa d’acqua mi piomba addosso. Per un attimo, sparisco nel torrente. L’acqua mi solleva e mi trasporta come in un fiume. La donna m’inonda. Mi sciolgo come cera bianca, d’estasi, di calore.
“Uff” La donna tira un sospiro e si asciuga il naso con le mani bagnate. “Brilli davvero come un piccolo diamante, Bachinka! Che ti possa giovare, bambina mia!” Mi guarda con quei suoi occhi vitrei, avvizziti dall’acqua, e svelta, mi avvolge con un lenzuolo caldo.
Probabilmente vorrebbe asciugare se stessa. Piano piano, mi circonda con le braccia come se fossi una delle piccole candele di Shabbat che deve benedire.
Da lontano, guardo come si occupano della mamma. L’hanno sicuramente strofinata, insaponata e, di sicuro, le tinozze di acqua tiepida l’hanno fatta stare bene.
Eppure, non è ancora pronta.
Dopo le abluzioni, la più anziana delle donne si fa avanti con un sgabellino e si sistema ai piedi della mamma. Appoggia un candelabro di rame su di una cassetta, accende il pezzo di candela che è vi rimasto dentro. Ravviva la corta fiammella e comincia a lamentarsi davanti alla mamma sulla sua dura vita. Sembra che tutte le preoccupazioni le siano penetrate dentro alla schiena fino a farla accasciare di peso ai piedi della mamma.
“Possa Dio avere pietà di noi, liberarci da tutte le pene!”.
Alza gli occhi da terra. “Così sia, Padre dell’Universo!”
Come per compiere un sacrificio, comincia a sistemare le dita dei piedi della mamma. La fiammella si ravviva ad ogni preghiera che le borbotta nelle unghie prima di tagliarle. Ad ogni benedizione, le si rischiara il cuore. La mamma, lo sguardo chino, guarda quello che la donna le fa ai piedi, e ascolta le sue parole.
Dietro al candelabro che brucia, una corona di luce sembra sottrarre entrambe all’oscurità del luogo. Un capo chino sull’altro, i due volti bianchi risplendono, come purificati da un sacrificio.
Dopo aver reso lucide le unghie dei piedi della mamma, l’anziana donna alza il capo:
“Alta, adesso andiamo al bagno rituale” dice a bassa voce.
La mamma sospira, come se l’anziana donna le avesse comunicato un segreto. Entrambe, piano piano, si alzano, raddrizzano la schiena, tirano un respiro profondo, riprendono fiato: si potrebbe pensare che si apprestino a valicare la soglia del Santo dei Santi.
Nel buio si stagliano le due ombre bianche.
Io avevo paura di andarci. Si doveva passare per una stanza calda in cui, su lunghi sedili stavano distesi e soffrivano esseri torturati. Dall’alto li sferzano fumanti rami di frasche, inumiditi da gocce d’acqua calda. Da sotto le panche salgono respiri pesanti, come se tutte queste donne bruciassero su carboni ardenti.
Il calore mi entra nella bocca e mi afferra il cuore.
“E’ sicuramente l’inferno per quelli che hanno molti peccati”, mi dico, e corro svelta dalla mamma al bagno rituale.
Come in una prigione, scendo in una stanza buia.
Sopra una piccola passerella se ne sta la donna anziana. Con una mano porta il candelabro acceso, con l’altra fa ondeggiare un lenzuolo bianco.
La mamma, tranquilla, – avevo così paura per lei – scende i quattro gradini scivolosi, e si immerge nell’acqua fino al collo.
Quando la donna anziana pronuncia una benedizione, la mamma si spaventa. Come una condannata, chiude gli occhi, si chiude il naso e si immerge nell’acqua come se fosse per sempre.
“K-o-o-o-sher!” grida l’anziana donna, con voce da profeta.
Ho un sussulto come a uno scoppio di tuono. Trepida, attendo – di sicuro adesso un lampo cadrà dal buio del soffitto e ci ucciderà sul colpo. O forse dal muro di pietra si riverserà un diluvio e ci sommergerà nell’oscurità del bagno rituale.
“Ko-o-o-sher!” grida di nuovo l’anziana donna.
Dov’è la mamma? L’acqua non si muove più.
Ma, all’improvviso, il fiume sembra fendersi. La testa della mamma riemerge dall’acqua. Si scuote l’acqua di dosso come se uscisse dal fondo del mare. Tre volte l’anziana donna grida a pieni polmoni e tre volte la mamma sprofonda nell’acqua nera. Non ce la faccio più ad aspettare che la vecchia smetta di gridare e che la mamma non sparisca più nell’acqua.
Alla fine, è stanca. L’acqua le scorre giù dai capelli, dalle orecchie. Ma sorride. Esce dall’acqua come da un fuoco – pulita, purificata.
“Alta, che questo possa giovarvi e farvi bene”
L’anziana donna sorride allo stesso modo. Due lunghe braccia sottili tengono ben alto il lenzuolo e avvolgono la mamma come due grandi ali bianche; lei mi sorride come un angelo radioso.
Vestita, ancora fumante, mastico la mela gelata che ormai da tempo si è sciolta per il calore, e aspetto la mamma.
D’un tratto la mamma comincia a affrettarsi come se subito si ricordasse che è non è giorno di festa e che il negozio è ancora aperto.
La sacralità e il calore del bagno l’abbandonano. Veloce, si veste. Le donne le raccontano le loro ultime disgrazie: una le tende il vestito, l’altra, uno scarponcino. Hanno paura che, via la mamma, nei loro cuori restino ancora cose inespresse fino a giovedì prossimo. Con le mani tremanti, avvolgono il pacco della nostra biancheria, e avvolgono pure me, come un pacco.
Gonfia per il calore, posso appena muovermi. La mamma distribuisce le mance e ascolta le lunghe benedizioni con cui le donne ci accompagnano.
“Che questo vi giovi, Altinka! A giovedì prossimo, se Dio vuole! Buon rientro! Stammi bene Bachinka!”
Una grida più forte delle altre e tutte, prontamente, si ricoprono con i loro scialli.
La porticina si socchiude da sola, almeno così pare. Ci fermiamo per un momento sulla soglia. Che freddo! Dal cielo buio scende la neve. Le stelle, i fiocchi di neve risplendono…
E’ giorno o notte? Gli occhi vedono tutto bianco e freddo.
Sul cocchiere e sul cavallo è cresciuta una montagna alta e bianca. Si sono congelati? Il cocchiere sorride. Dalle folte sopraciglia gli cadono briciole di neve.
Il cavallo, rianimato, nitrisce.
“Buon rientro!” Gridano dalla casa dei bagni.
La slitta sussulta.
“Hop! Hop!” Il cocchiere frusta il suo cavallo magro.
Più veloce che all’andata, la mamma attraversa l’ingresso, lascia lì il pacco della biancheria. L’odore della casa, del negozio, le sferza il viso.
“Dio sa cosa è successo qui senza di me!”
Come una colpevole, corre a lavarsi il volto imporporato e si affretta, di nuovo, verso il negozio.
Mi dispiace che il bagno sia terminato così presto.
(traduzione di Maddalena Cavalleri Gobbi)

venerdì 28 marzo 2008

CHRISTIAN BOBIN: L'AMORE E LA SOLITUDINE di Gustavo Micheletti







A tutti gli amatori di Christian Bobin, un articolo di Gustavo Micheletti

L’amore e la solitudine(La loro relazione, in breve, nelle prose creaturali di Christian Bobin)
di Gustavo Micheletti

Le bolle di sapone che questo bambino
Si diverte a soffiar via da una cannuccia
Sono translucidamente tutta una filosofia
”.
Alberto Caeiro
Christian Bobin è uno scrittore e un poeta francese, nato nel 1951 in una città della Borgogna, Le Creusot, dove ha poi sempre vissuto. Una giorno ha scritto, nella pagina d’apertura di un suo romanzo (La folle Allure), la seguente dedica a un amico: “Pour (…) quelques taches d’encre (…) en souriant”, e si tratta, direi, di una dedica illuminante, perché il “sorriso” costituisce forse la tonalità predominante della sua prosa.
Nel vasto panorama della letteratura d’ispirazione cristiana, e in particolare di quella del Novecento, Christian Bobin rappresenta una voce singolare, sia per il tono sommesso della sua scrittura sia per la peculiare spiritualità che la traspare. Il cristianesimo non è per lo più, nell’opera di Bobin, una teoria religiosa dotata di un vero e proprio impianto metafisico e teologico; non è nemmeno una dottrina mistica, sebbene l’elemento mistico ne costituisca, in una forma priva di qualsiasi enfasi, un aspetto rilevante. L’ispirazione cristiana attraversa piuttosto i suoi scritti come un “sentimento della vita” che incessantemente si depura trasfigurandosi in un lieve e fervido disegno stilistico, in una sorta di vigile prosa creaturale.

I suoi romanzi sono esenti da trame complesse e importanti, l’intreccio narrativo è ridotto ai minimi termini; mentre nei suoi libri più filosofici, dove frammenti di pensieri diversi sono tenuti insieme da uno stato d’animo predominante e unitario, protagonisti assoluti sono brevi momenti estrapolati dall’incedere quotidiano della sua vita, sono impressioni leggere, riflessioni animate dalle luci e le ombre che affiorano tra i rami o su un prato al limitare di un bosco. In ogni pagina emerge però sempre la solitudine che accompagna il pensiero nella sua accezione più piena, ovvero quando esso non coincide con un esercizio intellettualistico e privo di vita. Si tratta della solitudine che costituisce la condizione preliminare di qualsiasi incontro d’amore.

Perché è così difficile amare? O più precisamente: cosa rende “tanto difficile amare qualcuno senza legarlo subito alla nostra sorte”? (cfr. DM,15). La difficoltà che ciascuno incontra nel non oltrepassare la soglia della solitudine di chi pensa di amare: “quelli che sanno amarci – scrive Bobin - ci accompagnano fin sulla soglia della nostra solitudine, e qui si fermano, senza fare un passo in più. Quelli che pretendono di proseguire oltre in nostra compagnia restano di fatto molto più indietro” (ibidem).
Né della solitudine né dell’amore si può parlare come di due condizioni a se stanti, perché private della loro congiunzione svaniscono entrambe in una ridda di voci e pretesti. Ciò che sempre rimane oltre le scorie dei loro fraintendimenti occasionali è anche ciò che le salda nella stessa solidale e silenziosa resistenza all’oblio, nell’indugiare dell’attenzione e del cuore su tutto quanto è cedevole, su tutto ciò che è sul punto di svanire o di perdersi.

“Dal punto di vista dello spirito, – scrive Bobin – non c’è differenza alcuna tra sovrabbondanza e penuria: più ci addentriamo nella solitudine e più abbiamo bisogno di solitudine. Più siamo nell’amore e più manchiamo d’amore. Della solitudine non ne avremo mai abbastanza e lo stesso vale per l’amore – versante ripido della solitudine” (DM, 11). Ma per accedere alla solitudine del puro amore bisogna abbattere l’ostacolo che sorge tra noi e la nostra vita, bisogna neutralizzare “quell’ispessimento di noi in noi stessi che consideriamo una prova di maturità, certezza d’esistere” (ivi, 37), e imparare a procedere “nella nostra vita come se non ci fossimo più, con la leggerezza del gatto tra le erbe alte, o ancora con quell’amaro sorriso dell’innamorata dinanzi al suo cuore violato e derubato” (ivi, 37-39). E’ infatti grazie a tale leggerezza che possiamo sperare di veder nascere all’unisono un amore puro in una pura solitudine, perché questa nascita è sempre anche la condizione di ogni rinascita, ne è l’unica condizione essenziale e irrinunciabile.

“Cosa sperare da un amore puro se non che renda pura la nostra solitudine?” (ivi, 37) – si chiede Bobin. Una volta che abbiamo rinunciato a identificarci con l’ispessimento assordante del nostro io, null’altro. I santi costituiscono la testimonianza più piena di questa possibilità, perché “conoscono una porta tra il mondo e l’amore. Se la varcano in silenzio è perché questa porta e il loro silenzio formano una cosa sola” (ivi, 53). Ma questa porta è accessibile a tutti nella misura in cui ci ricordiamo della natura precaria, fragile e illusoria dell’io, perché “ciò che chiamiamo ‘io’ e a cui teniamo tanto è della stessa natura d’un fiocco di neve che si scontra con migliaia di altri fiocchi simili in una lotta temeraria e terribilmente breve” (ibidem).
E’ questa consapevolezza che può sospingerci a riconoscere la leggerezza silenziosa che è implicita nel significato del verbo “amare”. Questo verbo tanto comune, usato così spesso e sovente impropriamente, appartiene in realtà alla stessa famiglia del verbo “nevicare”. Se infatti ci chiedessimo: “chi è che nevica?”, la risposta sarebbe: “la neve”; e se ci domandassimo: “chi ama?”, analogamente, la risposta dovrebbe essere: “l’amore” (cfr. AU, 106-107). Bobin è, sotto questo profilo, in perfetta sintonia con molti santi cristiani (in particolare con S. Francesco) e non solo cristiani, che hanno visto nell’uomo solo un tramite dell’amore, un suo veicolo occasionale.

Dire “ti amo” vuol dire: “c’è l’amore, là, ora. C’è solo dell’amore e io non ci sono. Io sono soltanto colui che esprime quello che c’è là, dove, momentaneamente, io non ci sono più” (ibidem). E’ l’amore, così radicalmente inteso, che ci rivela sia la solitudine delle cose, il loro bastare a se stesse e il saper riempire “tutto il loro posto”, sia la solitudine che si manifesta in certi nostri gesti assorti, come ad esempio “l’allacciare le stringhe a un bimbo”, “leggere un libro tutto d’un fiato, con la notte intorno”; “cambiare l’acqua ai fiori” (ivi, 109). Gesti silenziosi e quasi inconsapevolmente portati, che si rispecchiano nello stupore per quel che si vede e con cui a poco a poco si può imparare a coincidere, come “l’impronta di un passero sulla neve fresca” (ibidem).

L’amore – scrive ancora Bobin - è questa benevolenza elementare a partire dalla quale una solitudine può parlare a un’altra solitudine e, all’occorrenza, accompagnarla nel buio” (ivi, 119-120), e “la solitudine in noi è come una lama, conficcata profondamente nella carne. Non possiamo estrarla senza ucciderci all’istante. L’amore non revoca la solitudine. La porta a compimento. Le apre tutto lo spazio per bruciare” (EN, 41), perché “l’amore non oscura ciò che ama. Non l’oscura perché non cerca di prenderlo. Lo tocca senza prenderlo. Lo lascia andare e venire” (ibidem).
L’amore è il miracolo di essere un giorno intesi sin nei nostri silenzi e di intendere in cambio con la stessa delicatezza” (RE, 18), l’unica possibile modulazione della relazione che intercorre tra la nascita e la morte, perché “davanti alla morte saremo come alla nascita, radicalmente privi di ogni potere. E’ a tale debolezza in noi che dovrebbe rivolgersi l’amore per non perdersi mai” (ivi, 16), per far fronte alla paura semplice e assoluta che attraversa la vita di ciascuno, alla sua origine esclusiva: la paura di non essere più amati (cfr. FA, 38), tanto che “la certezza d’essere stato amato, un giorno, una volta”, coincide per Bobin con “l’involarsi definitivo del cuore entro la luce” (DM, 19-21).
Questo involarsi del cuore costituisce l’unica resistenza che possiamo opporre alla pesantezza dell’essere che incessantemente ci lusinga con i suoi effetti rassicuranti. Noi siamo rassicurati da ciò che è pesante, certo di sé, adulto, sicuro; siamo rassicurati dalle chiese e dalle religioni: “noi crediamo al sesso, a l’economia, alla cultura e alla morte” (TB, 110). La loro pesantezza ci tiene lontani da quella leggerezza che ci consentirebbe invece di passare “da spirito a spirito” (ibidem) e che potrebbe protenderci verso l’incontro con l’altro.
E’ la leggerezza che ci fa orrore” (ibidem) – scrive Bobin – mentre è proprio nella leggerezza che la solitudine e l’amore si chiamano vicendevolmente per dare corso alla loro opera. E’ nella leggerezza della mancanza, nella sua freschezza sempre incipiente che la vita dell’anima può riempirsi di senso, perché “l’amore è mancanza piuttosto che pienezza. L’amore è pienezza della mancanza” (ivi, 119).
Ma la leggerezza ci fa orrore, e così la mancanza: per questo noi siamo alla perenne ricerca delle ossa dell’essere, di riferimenti strutturanti, di fondamenti; mentre la gioia più grande, l’unica gioia senza perché, priva cioè di una ragione sufficiente riconoscibile, assomiglia piuttosto ad una carezza del vento sulla pelle, al piacere di diventare, almeno per qualche istante, ciò a cui si passa accanto: “un albero che risplende nel verde. Un viso inondato di luce” (EN, 37). Perché “questo basta per ogni giorno. Anzi, è molto. Vedere ciò che è. Essere ciò che si vede” (ibidem
).

Indice delle sigle bibliografiche
AU = C. Bobin: Autoritratto, trad. it. Milano, 1999.
DM = C. Bobin: Il distacco dal mondo, trad. it. Troina (Enna), 2005.
EN = C. Bobin: Elogio del nulla, trad. it. Troina (Enna), 2002.
FA = C. Bobin: La folle Allure, Paris, 1995.
RE = C. Bobin: Resuscitare, trad. it. Milano, 2003.
TB = C. Bobin: Le tres-bas, Paris, 1992.

Gustavo Micheletti è nato a Lucca nel 1956 e insegna filosofia e storia al liceo "Il Pontormo" di Empoli. E' autore di alcune prose narrative - tra le quali Peppermint (Avagliano , 1997) e Uomini a perdere (Edizioni dell'Erba , 2005) - e di alcuni saggi filosofici - tra cui I pensieri sordi e l'inconscio (Borla, 1991) e Il Gergo dell'essere (Edizioni dell'Accademia lucchese, 2002)- . Ha inoltre collaborato alla Nuova Sardegna, a Cinema Sessanta, a Erba d'Arno e ad alcune riviste filosofiche.

lunedì 24 marzo 2008

LUCI ACCESE di Bella Chagall: cap.XXII IL PROFETA ELIA

disegno di Marc Chagall
Gli episodi legati alla Pasqua, che ho tratto e tradotto da Lumières allumées di Bella Chagall (éd. Trois Collnes, 1948), andrebbero letti in quest'ordine:
cap. XX - LA VIGILIA DI PASQUA
cap. XXI - IL BANCHETTO DI PASQUA
cap. XXII - IL PROFETA ELIA

(Ecco come Bella ricorda il seder di Pasqua:)

Sfiniti dal mangiare e dal recitare la storia dell’Esodo, mastichiamo i pezzi del duro affikòimen[1]. Solo papà è seduto come si conviene a un Re. Appoggiato ai suoi cuscini, gli occhi chiusi, mangia lentamente, come se si stesse chiedendo: “Dove ci porta adesso il Signore?”. D’un tratto, apre gli occhi e rivolge uno sguardo a mamma. Lei cambia posto, sfoglia la Haggadàh – il racconto dell’Esodo –, prende una candela consumata a metà da un candelabro e si rivolge a me:
“Vieni, Bachinka. Prendi con te la Haggadàh!”.
Sussulto come toccata dal fuoco. La paura e l’emozione mi prendono il cuore perché, da sola con mamma, vado incontro al Profeta Elia per aprirgli la porta. Con la Haggaddah aperta in una mano e la candela nell’altra, tranquille, usciamo dalla sala da pranzo. Gli uomini restano seduti a tavola. Non si muove nulla. Tutti ci guardano e ci accompagnano con lo sguardo: sembrano benedirci come fossimo due messaggeri. Attraversiamo il salone buio, l’importante è non arrivare tardi! Ci mancherebbe solo che Elia, il Profeta, arrivasse in casa nostra e trovasse la porta chiusa! La piccola fiamma, resa esigua dal nostro respiro, ci illumina appena la strada e la candela, come se avesse essa stessa paura dell’oscurità circostante, lacrima gocce. Entriamo nel piccolo vestibolo. Il cuore batte ancora più forte: si allontana dal profondo per salire fino al cielo e poi ricadere, per lo spavento, sul pavimento scuro. “Attenzione! Tieni la candela!” mi dice di corsa la mamma e spinge di nuovo la porta che dà sulla strada. La notte buia si riversa dentro, accorre come il vento, soffia sul viso, sulle gonne e quasi spegne la candela, ci fa vacillare.
“Ecco! – penso – Il Profeta Elia deve essere vicinissimo, probabilmente sta per arrivare. Il suo carro volante fa vibrare l’aria con le sue ali. I suoi cavalli infuocati corrono dietro a una nuvola.”
Ho paura di guardare dall’altra parte della porta, di impigliarmi contro qualcosa. Le ombre avanzano sotto i nostri piedi. Scorgo solo un lembo di cielo. Brilla come un velluto nero che ha reso buia la via. Sulla volta buia, una piccola stella nuota come un pesce nell’acqua, e stupisce di luce le tenebre. All’improvviso, guarda dentro la porta e sosta proprio sopra di noi. Mamma tiene gli occhi bassi. Non vede nulla. E se la piccola stella volasse fino dentro alla porta? E se, d’un balzo, Elia o il Messia in persona si mettessero dietro di noi? Tremo. Ascolto. Ovunque silenzio. Cade dal cielo, sulla strada, sopra le case. Non si sente nessun passo. Nei lampioni, una fiammella si fa sempre più sottile. Nella casa di fronte, attraverso le finestre, erra il riflesso di una candela accesa. In ogni casa, adesso, una porta è aperta? E davanti a ogni porta, si trova una madre con la sua figlioletta e una candela in mano? D’un tratto, una confusione alle nostre spalle. Le sedie si muovono. Forse, tutta l’intera tavola si è mossa: gli uomini avranno sentito aprire la porta. Si sono alzati tutti e leggono la Haggadàh a voce così alta che sembrano voler svegliare addirittura la notte. Ce ne stiamo là, seppellite sotto le loro voci. Mi metto vicino a mamma. Vorrei stare incollata alla sua gonna. Se la notte buia ci travolge, io almeno sono con lei! La piccola candela vibra, oscilla e si china da tutte le parti. La prendo con le mani, la proteggo dal vento perché non si spenga, altrimenti restiamo al buio – che Dio ci protegga – di fronte al nero della porta spalancata!
Senza far rumore, mamma recita la Haggadàh : forse è convinta che la notte muta ascolterà meglio le sue preghiere silenziose. Le labbra si muovono appena. Le rughe le solcano il viso. Gli occhiali le scivolano giù dal naso. La candela fonde… Che ci abbiano dimenticate, qui in piedi? Metto la sedia sotto il Libro, sotto le mani di mamma: che le sue ardenti benedizioni scendano su di me e non avrò più paura.
“Profeta Elia! Abbi pietà! Vieni veloce da Lassù! Fa freddo e buio. Entra in casa. Tutti ti aspettano. Ci sarà più caldo, anche per te. Non senti come papà prega? Lui che non grida mai, oggi prega con una voce così forte. Vieni dunque, Profeta Elia! Vieni!”.
Un filo di luce passa attraverso alla porta, fende l’aria. Voglio alzare il capo, vedere ciò che fa mamma, ciò che accade al cielo. I miei occhi sono così colmi di oscurità che non riesco ad aprirli. Quasi non riesco a sopportare la luce e mi si contraggono gli occhi.
“L’anno prossimo a Gerusalemme!”. Dalla sala da pranzo, scappa fuori un mezzo grido. Le sedie di nuovo si sono avvicinate alla tavola e c’è silenzio.
“Mamma, il Profeta Elia è già entrato in casa?”.
“L’anno prossimo a Gerusalemme!” esclama lei a mo’ di risposta, sulla porta aperta.
Guardo fuori, nella strada. Il vento si è calmato. Il cielo è cosparso di stelle, grandi, piccole, accorse fino a qui da tutti gli angoli del mondo. Occhieggiano come piccole candele accese con il capo chino. Si incrociano, una trafigge l’altra: tutte oscillano nella volta, come in un baldacchino, sotto cui si sistemerà presto la luna bianca, come una sposa in tutto il suo splendore.
Appena chiusa la Haggadàh, mamma fa un gesto con le mani, come se volesse accarezzare l’aria o far scendere qualcosa dal cielo. Forse, forse… non vuole andar via dalla porta aperta. Dà un’ultima carezza, un bacio e chiude la porta. In silenzio, rientriamo. La frescura della notte ci soffia sulla schiena, come se ci prendesse per le spalle con le sue mani fatte d’aria. Nella sala da pranzo, c’è luce e fa caldo. Tutti sono seduti, gli occhi bassi, mormorano la Haggadàh. Giro il capo qua e là. E’ venuto il Profeta Elia? Il mio cuore colmo d’emozione si fa muto
.
Traduzione di Maddalena Cavalleri
NOTE AL TESTO
[1] Durante il seder vengono utilizzate 3 matzot che vengono tenute coperte da un panno. all'inizio della cena viene spezzata in due pezzi quella di mezzo. Il pezzo più piccolo viene rimesso tra le due rimanenti, mentre il pezzo più grande viene utilizzato come Afikomen, ovvero l'ultimo pezzo di matzah che verrà consumata durante il pasto. Vi sono due usanze riguardo l'afikomen, entrambe con lo scopo di tenere i bambini attenti allo svolgersi della cerimonia. In entrambi i casi l'afikomen viene nascosta: nel primo caso da uno dei bambini per poi essere cercata dagli adulti e, nel caso questi non la trovassero pagando il bimbo per la sua restituzione. L'altra usanza prevede, invece, che a nascondere l'afikomen siano gli adulti e venga premiato il bambino che la ritrova. (fonte: it.wikipedia.org)

sabato 22 marzo 2008

LUCI ACCESE di BELLA CHAGALL: cap.XX LA VIGILIA DI PASQUA

LA VIGILIA DI PASQUA (cap. XX)
brano tratto da Lumières allumées di Bella Chagall, ed. Trois collines, 1948, tradotto da Maddalena Cavalleri con la collaborazione di Lorenzo Gobbi (in questo blog si può trovare il brano che racconta Il banchetto di Pasqua)
La prima a essere catturata dal vortice della Pasqua è Hava[1], la nostra grassa cuoca. Subito dopo il giorno di Purìm[2], inebetita, gira a vuoto. I giorni della settimana se ne vanno sotto terra. Un solo pensiero nella testa: una Pasqua santa. Sin dal mattino presto, tutta sottosopra, si precipita da noi nella sala da pranzo.
“Adesso basta, bambini! Finite veloci di fare colazione e fuori di qui! Sono arrivati i pittori”.
“I pittori, di già? Ma sapete quand’è, Pasqua? Il Messia può forse arrivare prima di Pasqua?”, brontolano i miei fratelli.
“Ebbene sì! Per il Messia, dobbiamo ridipingere la casa! - dice con una smorfia - Invece di predicare, aiutatemi piuttosto a spostare indietro gli armadi”.
“Gli armadi? Niente popò di meno! Una cosa da nulla! Chi sa cosa s’inventa, la nostra Hava! Chi può spostarli da lì?”.
Tutti insieme, facciamo forza contro l’armadio dei vestiti. Vacilla. Dentro, alla rinfusa, i vestiti neri si aggrovigliano con il cappotto di pelliccia di papà e con la volpe di mamma. Il pelo lungo pizzica e fa il solletico agli altri vestiti. Spingiamo l’armadio; ad ogni spinta, scricchiola, geme; le gambe corte grattano e si lasciano dietro una scia bianca.
“Ahi! Basta, fermatevi! - grida uno dei miei fratelli -Vedete Hava, cosa avete fatto! Una gamba si è già incurvata. Adesso, come lo rimettiamo al suo posto?”
“Ah! Signore dell’Universo! Cosa volete da me? Insomma, dobbiamo incollare la carta ai muri!”.
“Hava, ma volete andarlo a chiedere al rabbino se dobbiamo spostare tutta la casa?” – i miei fratelli tornano alla carica.
“Furba, lo sono da molto più tempo di te! Non prendetevela! Ho più cervello io nel mio tallone di quanto non ne abbiate voi tutti, in tutte le vostre teste messe insieme! - Hava s’infervora - Ecco una bella trovata: andare dal rabbino! Dovrei veramente andarci, a chiedergli com’è che ci sono dei simili epicurei
[3] in una casa di ebrei!”.
“Ci siamo! Hava è già arrabbiata!... Andiamo…” I miei fratelli si tirano per le maniche. “Piuttosto, andiamo a vedere in città come cuociono il pane azzimo!”
Subito Hava si gira verso la porta aperta e chiama: “Reb Yidle, Reb Nahman, entrate! cominciate dallo stanzino, dietro la sala da pranzo”.
Sbucano come da una nebbia due ombre bianche, quasi fossero lì ad aspettare il richiamo di Hava. Due pittori, tutti bianchi dalla testa ai piedi. Scarpe, capelli, guance, sopracciglia, tutti inzaccherati di puntini simili a briciole di neve. Uno ha una scala appesa alla spalla; in mano, un secchio di colore. L’altro sostiene a fatica con due mani, come Rotoli sacri, dei rotoli lunghi di carta da parati. I pittori, appena entrati, si precipitano nelle stanze. Spostiamo indietro i tavoli e le sedie: ci apriamo un varco. Sembriamo una compagnia di soldati che marcia con loro. In pochissimo tempo, occupano tutta la casa. Uno si arrampica sulla scala e gratta le cornici; l’altro sul tavolo e pulisce il soffitto con una grossa spazzola: gli cadono addosso schegge di intonaco.
“Ragazzina, vuoi assaggiare un po’ di calce?” Il pittore più giovane mi sorride, dall’alto della scala. La sua barbetta sporca di calce sembra incollata alle labbra bianche. Con loro, c’è allegria! Prima l’uno, poi l’altro, scoppiano a ridere. Cantano, fischiano, mescolano il colore, bagnano le spazzole. La tinta schizza e crepita. Rapidamente, avanti e indietro, uno dà un colpo di spazzola al soffitto; l’altro gli corre incontro: insieme passano i pennelli sul soffitto, come farebbero due uccellini con il loro becco. I pittori se la prendono con i muri. Sembra che vogliano strapparli dalla casa. La vecchia carta da parati cade a terra con fragore e trascina con sé pezzi secchi di intonaco. I muri spellati restano nudi, grattati, sporchi. Ai nostri piedi, colore ovunque. Carte strappate giacciono a terra con i loro fiorellini dipinti. I pittori saltano sopra, tagliano, incollano nuove colonne di carta da parati con nuovi fiorellini. La carta si imbarca, si gonfia, non vuole incollarsi ai muri. I pittori la sferzano con uno strofinaccio bagnato e la carta gonfia si distende su tutto il muro. La cameretta appena dipinta, tappezzata, risplende, tutta linda, come pronta per dei fidanzati. Ma per Hava nulla è ancora abbastanza santificato. Tappezza le pareti con lenzuoli bianchi come se le ricoprisse con scialli di preghiera
[4]. Anche sul pavimento di legno distende un lenzuolo: adesso, per lei, ci si potrebbe portare anche l’Arca Santa.
La prima cosa che portiamo, sono delle ceste di pane azzimo. Due ceste larghe, alte, avvolte con dei panni: ciascun pane azzimo sembra avvolto in un panno. Havah, tutta agitata, corre avanti, indica la strada.
“Attenzione! Qui!... Fermi! Qui, ci sono due gradini. Abbassate piano le ceste. Attenzione, mio Dio! che il pane azzimo non si rompa!”.
Corre attorno alle ceste, tocca, bisbiglia qualcosa, come una benedizione.
“Bene! Con il pane azzimo, un po’ di Pasqua è già entrata in casa”.
Un terzo uomo con la barba lunga, bella, porta per papà una cesta di pane azzimo della vigilia di Pasqua. La stringe tra le braccia, come se portasse le Tavole della Legge. L’uomo non dice una parola. Guarda da tutte le parti, poi nota sul soffitto un gancio da lampada: la appende lassù, in alto, in modo che nessuno ci possa respirare sopra con l’alito di lievito
[5]… La cesta è così ben avvolta di bianco che i vimini non si vedono.
Da questo momento, niente può più entrare nello stanzino. Soltanto Hava può cincischiare laggiù, nelle sue pantofole a treccia. Diventa la signora della cameretta e tutta la famiglia si sottomette senza una parola. Quando Hava passa per la casa, con un grembiule bianco legato addosso, un fazzoletto bianco sul capo, lo sappiamo: va nella piccola stanza. Il viso è teso come se laggiù si preparasse a rovesciare il mondo. Noi ci intrufoliamo da dietro, ma lei si chiude dentro. Ci sbatte la porta sul naso. Ci sediamo su uno degli scalini che portano alla cameretta e ascoltiamo il martellare del pestello di legno.
“Hava! - la supplichiamo attraverso il buco della serratura - Lasciateci entrare! Vi aiuteremo a macinare il pane azzimo”.
Il pestello batte, batte, come se volesse batterci sulla testa.
“Hava! Lo giuriamo! Abbiamo le mani pulite. Le abbiamo appena lavate!”
Il pestello batte ancora più forte. Forse non ci sente? Diamo un colpo alla porta, a ogni colpo di pestello.
“Hava! Cosa vi fa se anche noi, una volta, battiamo con il pestello?”.
Di colpo, la porta si spalanca. Ci spingiamo indietro, ci rovesciamo quasi sui gradini. Sulla soglia, la cuoca si fa sempre più grande, furente, come una nuvola giunta di corsa. Irriconoscibile. Sembra uscire da un mulino, ricoperta di farina.
“Cosa avete da starmi appiccicati addosso? Lasciatemi tranquilla, furfanti! Cosa volete? Contaminarmi in questo modo la Pasqua
[6]! Sciocchi che siete!” sbuffa con il suo fiato bianco. “Ah sì! Che vi lascio venire! E poi cosa ancora? Battere il pane azzimo con mani impure! Non ce la fate ad aspettare fino alla festa? Fuori di qui! …” Con le narici, ci spruzza addosso una nuvola di farina. “Che non vi passi per la testa di avvicinarvi alle ceste!”.
Ha sfogato la sua collera e si è precipitata di nuovo dentro lo stanzino. Il chiavistello si chiude e fa rumore. Di nuovo, ci incolliamo alla porta, appoggiamo gli orecchi al buco della serratura. Dall’interno, adesso, si sente come lo sciabordio di un’acqua tranquilla che si trascina dietro una montagna di sabbia.
“Hava, dateci anche un po’ di farina azzima da setacciare, Hava!”. Mette fuori il capo e, come raggiunta dal fuoco, si scosta da dov’è.
“Allora la smettete sì o no? – grida – La mollate, questa porta?”.
Un gran setaccio pieno di pezzettini di pane azzimo non macinati dondola sul suo ventre. La farina si sparge giù come pioggia sottile: sembra caderle dalla pancia. Uno dei miei fratelli le capovolge il setaccio.
“Ahi! Mascalzone! - dice Hava esasperata - Che le tue mani si secchino! Mongolo!”.
Con la mano già alzata, si ferma e si ricorda che ha in grembo un setaccio di Pasqua.
“Ahi! Maledetti i miei anni! - comincia a gemere - Signore Onnipotente! Già così non so dove sbattere la testa a forza di lavorare! Cos’avete da girare qui? Chi vi ha chiamati?”.
“Ma vogliamo essere d’aiuto…!”.
“Ma cosa mi importa cosa volete! Per quel che ho bisogno di voi! E come mai siete diventati improvvisamente così appiccicati? Una vera famiglia! Vediamo, chi dei due avrà la meglio? Che qualcuno provi ad avvicinarsi alla stanza e io gli….”.
Strana donna! Non fa che imprecare. Quando Hava si lascia andare, è meglio non fermarla. Possiamo prenderci due belle sberle… Può andarlo a dire anche al rabbino… Sa che il rabbino, papà, mamma, tutti le daranno ragione, purché la Pasqua avvenga secondo il rito! Lasciamo Hava tranquilla.
Si calma e si trascina di nuovo verso la cucina. Ad ogni passo, si lascia dietro una traccia bianca di farina, simile a quella di un animale sulla neve… Presto la sentiamo incamminarsi verso la via del ritorno. Tutta curva, trasporta un barile di barbabietole. Il barile oscilla, il succo di barbabietola freme: delle gocce rosse schizzano fuori dove passa. Hava è sfinita. Le gambe grosse sono gonfie. Come possiamo aiutarla? Per lei, tutti sono impuri. Nessuno può avvicinarsi a nulla.
“Hava, dateci da assaggiare almeno un po’ di succo. Sarà più facile da sopportare”. Le corriamo dietro. Agita il capo. Il viso muta dal rosso al nero. Gli occhi si direbbero tasche gonfie di cenere umida. Basta un pizzicotto, e le sgorgano subito le lacrime.
“Ahi!” Hava non si trattiene più. Senza volere, emette un sospiro. “Ahi! Le mie gambe mi uccidono!”. Ancora prima di raggiungere lo stanzino, Hava, di colpo, molla il barile. Resta in piedi, quasi senza conoscenza; fa cenno con la mano di non avvicinarsi al barile…
“Va’ a chiedere scusa!”
“No, tu! Va’ prima tu, parlerai meglio!”. Ciascun fratello spinge l’altro.
Hava si torce le mani.
“Chi può sapere che mani avete! Probabilmente sono piene di lievito!”.
“Cosa? Come? È tanto che non mettiamo qualcosa in bocca!”.
E d’un tratto, solleva il barile. Havah trattiene le lacrime. Se potesse, ci purificherebbe tutti seduta stante.
“Mio Dio, questi bambini! Sempre assaggiare, sempre a leccare!”

Lo stanzino di Pasqua si riempie di dolci gioiosi. Ci tenta, ci attira. Perché Hava deve assaggiare da sola tutte quelle cose buone? Non possiamo permetterglielo. Ma lei, come una gatta, tira l’orecchio. Non ci andiamo? Ha paura di lasciare lo stanzino incustodito. Ci dorme forse anche la notte? Noi bambini ci riuniamo tutti intorno e bisbigliamo. Hava spunta continuamente vicino a noi.
“Cosa ci fate qui? Cosa volete fare?”.
“Nulla! Siamo qui in piedi!”.
“Perché state in piedi qui fermi? Andrete di sicuro da qualche parte!”.
“Da nessuna parte! Dove possiamo andare?”.
Lei brontola e va a vedere cosa succede nello stanzino. Ogni giorno, portano lì prima zucchero di Pasqua, poi sale, noci, prugne, mandorle. In tutti gli angoli, sono sistemati sacchi di tela. Pare che Hava si diverta ad ammassare tutte queste cose buone. Lo fa per farci dispetto. Strana donna! Sin dal primo giorno di Pasqua, ci rimpinza al punto che ci dobbiamo tenere la pancia. E là, ci tormenta l’anima. Ogni giorno è la stessa storia. Abrachka gira intorno alla porticina, si avvicina correndo, si salva.
“Batchka, sembra che oggi abbiano portato dell’uva da Corinto!”.
“No! sa piuttosto di prugne!”.
Hava ci afferra all’istante.
“Cosa avete da annusare qui?”.
“Non si può neanche annusare?”.
“Andate a soffiarvi il naso da qualche altra parte. Se no farò a meno di cucinare qualcosa di buono per la festa. Che cosa potrà mai riuscir bene se vi lascio stare qui?”
Prima se la prende con le casseruole. Per purificarle. In cucina, ogni giorno, spariscono una dopo l’altra, le pentole di rame. Per tutto l’anno, tutte le pentole e casseruole di rame se ne stanno allineate sulla mensola in alto, come generali a una parata. Brillano, luccicano e dalla loro altezza mandano bagliori di fuoco. Verso Pasqua, ormai opache, Hava le tira giù dalla mensola prendendole per la coda: per i manici neri e bruciacchiati. Le trascina dallo stagnino per purificarle. Anche la vecchia brocca dello Shabbat e il samovar usato dove non si versa più neanche una goccia d’acqua, lei li purifica proprio come il samovar che ha bollito e ribollito per giorni e giorni. Forse da lì verrà fuori un pizzico di lievito? Gli utensili da cucina purificati si ricoprono, al loro interno, di una nuova pelle. Hava li porta nello stanzino e li avvolge ciascuno in un panno a parte
[7]. I panni emanano come una brezza di emozione sul resto della casa.
“Bachinka, tu sei già una ragazza grande, tieni, ecco la chiave, va’ e controlla bene l’armadio dei bicchieri. Mi sembra che l’anno scorso ne abbiamo rotto qualcuno”.
Fuori dallo stanzino, Hava adesso dà gli ordini. Un armadio tutto per la Pasqua è incastrato nel muro della sala da pranzo. Rimane chiuso tutto l’anno. Ci si dimentica che è pieno di vita. Apro le ante. Ne esce un odore di cose vecchie. Piatti, calici, bicchieri rinchiusi si destano.
“Cosa manca? Un bicchiere? Un calice?”.
Mi arrampico su di una sedia, ficco la testa dentro alle tre mensole. Conto i calici. Ce ne sono abbastanza per tutti? Faccio il calcolo a mente come se vedessi già ognuno seduto al suo posto. L’armadio dei bicchieri scintilla. Da tutte le parti, bicchieri e porcellane tempestate d’oro. Una mensola di calici. Abbagliante. Bicchieri: grossi, sottili, alti, piccoli. Si guardano gli uni gli altri come in uno specchio. Da un lato, se ne stanno in piedi, profondamente pensosi, resi opachi dai colori del loro cielo, rossi e blu, cristalli di Boemia. L’aroma del vino dell’anno scorso non è ancora svanito. Una spanna sopra gli altri si eleva, come un Re, il calice del Profeta Elia. Lo tocco appena. Ad ogni Pasqua, ho paura che si rompa per tutto il vino che ci versano. Anche se vuoto, sparge intorno bagliori rossi, come gocce di vino. Mi immagino seduta su di un albero su cui cantano e becchettano uccelli rossi e blu che non conosco. Le larghe bottiglie rosse aggiungono ancora più fuoco. Nel loro vetro scarlatto, un’acqua semplice diventerà rossa come sangue. Che succederà quando tutte queste bottiglie e calici verranno posti sulla tavola del banchetto, colmi di vino? La tovaglia bianca si accenderà. Un incendio divamperà. I miei occhi stanchi si arrampicano fino a un’altra mensola. Là, una zuppiera larga, decorata di fiori rossi. È pesante, come sollevarla? Adesso capisco perché le mani di Hava crocchiano quando la porta a mamma colma di brodo e polpettine cicciotelle, che galleggiano come tanti bimbi, col pancino in aria. Vicino alla zuppiera, ci sono dei piatti, un intero negozio di piatti! Controllo quelli più piccoli che si usano per servire cose buone agli invitati. Il mio compito è offrirle. Mi immagino dove devo disporre i dolci di nocciole e di miele, poi le focacce e le mandorle. Al centro di ogni piattino, una mela o una pera dipinte. Colpiscono gli occhi, come fosse frutta vera. Mi confondono. Tutto a un tratto, vedo, da una parte, impacciato, un bricco da latte con il beccuccio spezzato. Mi guardo intorno. Non ce n’è un altro. Quando tornerò al negozio, dirò a mamma che dobbiamo comprarne uno nuovo. Lei mi griderà dietro: “Cos’hai da rompermi la testa con il tuo bricco? Qui, fatichiamo come cavalli per guadagnare quattro soldi e a casa si continua a rubare e a rompere”.
Forse è meglio non parlarne con mamma. Dove troverò ancora un bricco blu come quello, che stia bene con la zuccheriera?

Se vado nel negozio di porcellane, mi perdo. L’aria vibra di tutti i suoi cristalli esposti. Mi specchio ovunque. In un bicchiere, una metà del viso, in un altro mi si allunga il naso, qui si appiattisce. Vicino a me, il proprietario, un uomo alto e grosso. Il suo abito nero non fa intravedere alcun oggetto di cristallo. Si muove tra le cose con leggerezza, toccandole con gli occhi. Ogni tanto, dà un buffetto a un bicchiere. Lo fa per assicurarsi che la merce sia intatta o per stupirmi, per mostrarmi una sua prodezza? Al suo tocco, il bicchiere risuona come un grido nello spazio. Il suono si propaga per tutto il negozio. Tutto il vasellame vibra. Alza il dito, il suono va a rannicchiarsi da qualche parte, in un angolo e poi, di nuovo, il silenzio. Si sentono solo i nostri passi. Dimentico quello che devo comprare. Hava mi ha chiesto di portarle qualcosa per la cucina.
“Guarda! - sussurra al mio orecchio il negoziante - “Guarda i nuovi bicchieri da liquore. Sono appena arrivati. Carini, vero?”. Me li butta lì senza badarci, e mi gira ancora di più la testa. I bicchierini sottili mi fanno l’occhiolino come teneri fiori. Possono scivolare giù dalla mensola, al primo soffio di vento. Il loro vetro affusolato è una tentazione. Verrebbe voglia di posarli sulle guance, sulla bocca. La voce di Hava risuona nelle orecchie:
“Ancora dei bicchierini?Per farne cosa? Per chi? Non c’è nemmeno il posto per metterli. Ma hai dimenticato di comprare per me qualche piatto semplice semplice? A cosa serve un bicchierino come questo?”.
Hava alza un bicchierino in controluce. “Guarda! Si scioglierà nell’acqua! Quanti di questi bicchierini mi sono rimasti tra le mani, nello strofinaccio?”.
“Ma sono davvero bellini! Non avevo il coraggio di lasciarli in negozio…”
Che mi gridino pure dietro! Non ci sono altre cose superflue in casa?

NOTE AL TESTO di Lorenzo Gobbi[1] Hava significa “sorriso, risata”, ed è un nome femminile molto diffuso.
[2] Simile al nostro carnevale, è una festa gioiosa che ricorda la salvezza degli ebrei per opera della regina Ester: precede di poco la festa di Pasqua.
[3] “Epicureo” significa propriamente seguace della dottrina del filosofo greco Epicureo (III-II sec. a. C.), che negava la provvidenza degli dei e l’immortalità dell’anima; in senso popolare, significa “miscredente”, “libertino”.
[4] Per pregare, soprattutto nella sinagoga ma anche a casa, gli ebrei indossano uno scialle particolare, detto tallèt, di colore bianco con righe azzurro scuro ai bordi e frange ai quattro lati che ricordano i precetti della Bibbia; solo un ebreo circonciso adulto può indossarne uno.
[5] Prima della Pasqua, le regole del rito ebraico impongono di eliminare dalla casa ogni traccia di chamètz, cioè “lievito”: per questo, gli ebrei puliscono perfettamente la casa, spostando i mobili e rivoltando i materassi (da qui, la tradizione della pulizie di primavera, che sono un uso ebraico). Per chamètz si intende non solo il lievito propriamente detto, ma tutto ciò che è cibo e può andare a male: briciole di pane, dolci, farina, pasta, riso… solo il sale non va a male, e per questo, nella cena di Pasqua e nei riti della vigilia del Sabato, rappresenta il Patto di alleanza tra Dio e il suo popolo (il patto si chiama, in ebraico, Berìt). La preoccupazione dell’uomo è che, tramite il fiato o la saliva delle persone, qualche minima traccia di chamètz raggiunga il pane, rendendolo meno santo.
[6] La preoccupazione di Hava è che, con le mani non lavate, i ragazzi possano portare nella stanza dove lei prepara il pane per la Pasqua delle tracce di Hamètz, e così rendano impuro, contaminato dallo chamètz, ciò che lei sta preparando.
[7] E’ importantissimo che gli utensili da cucina che verranno usati per preparare la cena di Pasqua non si contaminino in nessun modo, dopo essere stati puliti: non devono, cioè, venire in contatto con cibo o resti di cibo (con tutto ciò che è chamètz). Per questo, appena puliti (cioè appena purificati) vengono avvolti in panni bianchi puliti).