domenica 9 marzo 2008

FRANÇOIS RÉNÉ DE CHATEAUBRIAND: UN ARISTOCRATICO A GERUSALEMME – 1806 (6^ parte) ALLA PORTA DI GIAFFA E AL CONVENTO DELLA CUSTODIA DI TERRASANTA










Foto 1 : Vista di Ramlah (AL-Ramla) oggi
Foto 2: Convento dei Padri Latini di terra Santa a Ramla (Al-Ramla)
Foto 3: Un Firman
Foto 4: Drogman, guida interprete
Foto 5: Porta di Giaffa a Gerusalemme
Foto 6: Torre di David a Gerusalemme
Foto 7: Chiesa di San Salvatore a Gerusalemme – Custodia di Terra Santa
Foto 8 Stemma della Custodia di Terrasanta

ARRIVO A GERUSALEMMEA Rama[1], Chateaubriand viene raggiunto da un drogman mandato dal Custode francescano di Gerusalemme, che insieme alla scorta araba, ha il compito di condurlo fino a Gerusalemme.

Buone notizie mi attendevano a Rama: ci trovai un drogman
[2] del convento di Gerusalemme che il Custode inviava davanti a me. Il capo Arabo che i Padri avevano mandato a chiamare e che doveva servirmi da scorta, si aggirava da qualche parte nella campagna; infatti, l’Aga di Rama non permetteva ai Beduini di entrare in città. La tribù più potente delle montagne della Giudea risiede nel villaggio di Geremia: essa apre e chiude a piacimento la strada di Gerusalemme ai viaggiatori.”[3]

Viaggiando con Chateaubriand incontriamo Arabi, Turchi e molto più raramente Ebrei, che restano confinati nell’Antico Testamento: una presenza ormai superata dalla buona novella, secondo l’aristocratico francese. Degli Arabi non ha una buona opinione (come abbiamo visto nei post precedenti), ma nemmeno dei Turchi ha molta stima, poiché essi non fanno altro che vessare pellegrini e religiosi con imposte arroganti e spesso arbitrarie. Sin dal suo arrivo a Gerusalemme, alla Porta dei Pellegrini o Porta di Giaffa, dovrà pagare il tributo di ingresso, somma che dovrà versare anche quando si recherà al Santo Sepolcro, dove un Turco sarà già stato avvisato per accoglierlo e per aprirgli le porte, l’irritazione di Chateaubriand è, a questo proposito, senza ambiguità: “Di nuovo pago a Maometto il diritto di adorare Gesù Cristo
[4]

Il Padre francescano Bonaventura, sarà perciò felicissimo di accogliere, nel convento di Gerusalemme, i due pellegrini francesi che viaggiano sotto la protezione del Ministro degli Esteri Talleyrand. I religiosi si trovano, infatti, in serie difficoltà nei confronti del Pascià Abdallah che governa la città. Quando Chateaubriand giunge al convento, i soldati di Abdallah sono già lì per farsi dare tutto quello di cui hanno bisogno.

Ma procediamo con ordine: il 4 ottobre 1806, giorno di San Francesco e dunque festa del Patrono dei Padri Latini, Chateaubriand arriva finalmente alla Porta di Giaffa, detta anche porta dei Pellegrini, ascoltiamolo:

Entrammo a Gerusalemme dalla porta dei Pellegrini. Vicino a questa porta si erige la torre di David, conosciuta di più con il nome della torre dei Pisani. Pagammo il tributo, e seguimmo la strada che si presentava dinnanzi a noi: poi girando a sinistra, tra due specie di prigioni di pietra intonacata che chiamano case, arrivammo a mezzogiorno e 22 minuti al monastero dei Padri Latini. Lo invadevano i soldati di Abdallah che si facevano dare tutto ciò che poteva convenir loro. Bisogna essere al posto dei Padri di Terra-Santa, per comprendere il piacere che provarono al mio arrivo. Si credettero in salvo per la presenza di un solo Francese. Rimisi al Padre Bonaventura di Nola, Custode del convento, una lettera del generale Sebastiani. «Signore, mi dice il Custode, è la Provvidenza che vi ha guidato fino a noi. Avete delle ordinanze di strada (rilasciate dall’autorità turca)
[5]? Permetteteci di inviarle al Pascià; saprà che un Francese è disceso al convento; crederà che noi abbiamo una protezione speciale dell’Imperatore. L’anno scorso ci costrinse a pagare 60.000 piastre, secondo ciò che è in uso, noi gliene dobbiamo soltanto 4.000, ancora a titolo di semplice offerta. Quest’anno vuole riuscire a strapparci la stessa somma e ci minaccia di usare tutta la forza in suo potere, se noi ci rifiutiamo. E poiché da quattro anni non riceviamo più nessuna offerta dall’Europa, ci vedremmo obbligati a vendere i vasi sacri: se andiamo avanti così, saremmo costretti ad abbandonare la Terra-Santa e lasciare ai Maomettani la Tomba di Gesù Cristo.” [6]

In tutto il suo Itinéraire, Chateaubriand non perde occasione per elogiare le istituzioni cristiane preposte ad ospitare i pellegrini; ne celebra il coraggio, il martirio e la generosità poiché il viaggiatore che si trovasse a visitare i luoghi santi, potrà sempre trovare in esse: carità, amicizia e aiuto.

Toccanti istituzioni cristiane grazie alle quali il viaggiatore trova degli amici e dei soccorritori nei paesi più barbari; istituzioni di cui ho già parlato altrove e che non saranno mai abbastanza ammirate.”
[7]

Ma i pellegrini latini, continua a raccontarci Chateaubriand, non sono poi così tanti. I più numerosi sono quelli greco-ortodossi, armeni ed ebrei. Pochissimi sono invece i pellegrini cattolici latini che giungono a Gerusalemme: una ragione, questa, per cui i Francescani vivono una situazione di difficoltà sia economica che politica, nei confronti dell’autorità turca, verso la quale Chateaubriand spende, il più delle volte, parole e giudizi molto negativi.
Per di più - egli continua - i pellegrini che giungono a Gerusalemme non sono ricchi, sicché non possono lasciare grandi offerte. Per suffragare il suo racconto, Chateaubriand riporta, come è solito fare nel suo Itinéraire, la testimonianza dei tanti che l’hanno preceduto, tra questi troviamo Jean Doubdan, noto pellegrino del XVII° secolo, che egli cita testualmente:

I Religiosi – è Jean Doubdan che scrive - che vi dimorano (nel convento di San Salvatore) e che militano sotto la regola di San Francesco, conservano una strettissima povertà, vivono soltanto di elemosine e carità che la Cristianità invia loro e che i pellegrini donano loro, ciascuno secondo le proprie facoltà; ma poiché questi sono ancora lontani dal loro paese, non sanno ancora le grandi spese che dovranno affrontare per il ritorno, cosicché lasciano loro poche elemosine; ma ciò non impedisce che essi siano ricevuti e trattati con grande carità
[8]

Come abbiamo già sottolineato più volte, Chateaubriand è un vero e proprio difensore, non solo della fede cristiana, ma di tutti i Religiosi, soprattutto quelli cattolici, chiamati a custodire i luoghi santi. Persone che, costrette a vivere lontano (a quel tempo erano occidentali, per lo più italiani, francesi e spagnoli), sanno comunque serbare generosità e gentilezza verso tutti i pellegrini che vengono a chiedere loro ospitalità, che non sempre viene ripagata come si converrebbe.

Parliamo ora dei pellegrini. Le narrazioni moderne hanno un po’ esagerato le ricchezze che i pellegrini devono diffondere al loro passaggio in Terra Santa. E innanzitutto di quali pellegrini si tratta? Non sono pellegrini latini, giacché non ce ne sono più, e tutti generalmente concordano. Nello spazio dell’ultimo secolo, i Padri di San Salvatore hanno forse visto non più di 200 viaggiatori cattolici, compresi i Religiosi dei loro Ordini, e i missionari nel Levante. Che i pellegrini latini non siano mai stati numerosi, lo si può provare con mille esempi
[9]

Per di più i pellegrini cristiani devono sempre sostenere molte spese per i diritti di passaggio che devono pagare ai Turchi o agli Arabi: per l’ entrata ai luoghi santi, pedaggi etc…Chateaubriand sopporta male questo aspetto: ne è addirittura indignato. Diverse volte troviamo nel suo Itinéraire, una lista ben dettagliata delle spese di viaggio, e del soggiorno a Gerusalemme:

Spesa solita che fa un pelerino en la sua intrata da Giaffa sin a Gerusalemme, e nel ritorno a Giaffa
Cafarri:
in Giaffa dopo il suo sbarco Cafarro 5 piastre e 20 para
in Giaffa prima del imbarco al suo ritorno 5 piastre e 20 para
Cavalcatura sin a Rama, e portar al Avaro, che accompagna sin a Gerusalemme 1 piastra e 20 para
Pago al Aravo che accompagna 5 piastre e 30 para
Pago al vilano, che accompagna da Gérasma 5 piastre e 30 para
Cavalcatura per venire da Rama ed altra per ritornare” 10 piastre
[10]
(Etc.. aggiungo io che non ricopio tutto!!)

Oltre alla povertà, Chateaubriand si sofferma a ricordare il martirio subìto dai religiosi: la lista è talmente lunga che sarebbe “abusare della pazienza del lettore” per raccontare tutte le sofferenze sopportate. Le sue fonti non sono solo i viaggiatori che l’hanno preceduto, come Jean Doubdan (XVII secolo), ma è anche il registro dei firman
[11] dei francescani a rivelarsi una fonte preziosissima per conoscere le angherie, le umiliazioni e le sofferenze che questi frati hanno dovuto sopportare negli anni, o meglio nei secoli. E sebbene ne restino pochi fogli, perché sono andati bruciati in occasione di qualche assalto o devastazione da parte dei Turchi, ne restano a sufficienza per testimoniare la loro grande fede.
E oltre alla sorpresa di scoprire questo “catalogo evangelico” vedere che questi firman sono stati ottenuti su sollecitazione dell’ambasciatore di Francia inorgoglisce ancor di più il nostro aristocratico francese.

Confesso che la mia ammirazione per sì tante sofferenze così coraggiosamente sopportate era davvero grande e sincera; ma quanto rimasi colpito nel ritrovare di continuo questa formula: Copia di un firman ottenuto per sollecitazione dell’Ambasciatore di Francia, etc.! Onore a un paese che, dal cuore dell’Europa, veglia fino in fondo all’Asia, per la difesa del povero, e protegge il debole contro il forte! Mai la mia patria è parsa ai miei occhi così bella e gloriosa, se non quando ho ritrovato le gesta della sua beneficenza nascoste a Gerusalemme nel registro in cui sono iscritte le sofferenze ignorate o le iniquità sconosciute dell’oppresso e dell’oppressore."
[12]

Siamo nel 1806, Napoleone è diventato da poco imperatore (1804) e la campagna d’Egitto ha già avuto luogo. Chateaubriand, nonostante sia ben contento di poter essere utile al Custode di Terra Santa (che come abbiamo visto gli chiedeva espressamente di far avere al più presto i firman al Pascià di modo che questi venisse a conoscenza che essi godono della protezione dell’Imperatore), lo prega vivamente di attendere qualche giorno, perché vorrebbe recarsi subito al fiume Giordano e a Betlemme: una volta rientrato, non avrebbe esitato a inviare le ordinanze al Pascià, come richiestogli dal Custode.
Per recarsi fino al Giordano e a Betlemme, il francescano mette a disposizione dei due viaggiatori francesi una guida turca: Ali-Aga, la quale consiglia ai due pellegrini di indossare nuovamente i loro vestiti francesi, poiché essi hanno il potere di suscitare timore e rispetto nei confronti della popolazione del luogo.

I nostri due pellegrini si accingono a partire, ma mentre Chateaubriand si prepara per la partenza, sente un canto salire dalla chiesa del monastero. In quel momento, si ricorda che non solo è il giorno di San Francesco ma è anche il suo onomastico! Allora si precipita a pregare per sua madre, “per colei che un tempo mi aveva dato la vita
In chiesa, si commuove nel vedere questi religiosi cantare lode a Dio in un luogo che dista poco più di 300 passi dal Santo Sepolcro: “Mi sentivo toccato alla vista di questa debole ma invincibile milizia rimasta sola per la custodia del Santo Sepolcro
[13]

Sembrerebbe che lo spirito crociato non si sia ancora spento nell’animo di molti cristiani europei. Mentre, oggi, molti cristiani arabi stanno fuggendo dal Medio oriente: è un esodo che non sembra volere arrestarsi. Dov’è la grande stampa europea cristiana Kattolica? Perché non ci narra delle vere tragedie che si stanno consumando in questi giorni?
Perché i nostri vescovi sono sempre lì a gridare alla chiesa aggredita e non si ricordano di difendere e sostenere le migliaia di cristiani che, non vedendo più possibilità di una vita dignitosa, decidono di emigrare? Perché i nostri vescovi e politici Kattolici sono così tiepidi al riguardo?

Consiglio vivamente la lettura del sito:
http://www.terrasanta.net/ e http://www.custodia.org/ (sito della Custodia di Terrasanta).
E qui mi sento un po’ “Chateaubriand”: davvero non deve essere facile per i frati francescani, ma anche e soprattutto per tutti i cristiani (cattolici e non), vivere in Medio Oriente di questi tempi.

Un altro sito che consiglio, per tutt’altri motivi, è un sito messo in rete dalla Bibliothèque Nationale de France dove è possibile trovare documenti, fotografie e testi che raccontano il Voyage en Orient del XIX° secolo.
http://expositions.bnf.fr/veo/index.htm
NOTE AL TESTO
Le traduzini dei brani qui riportati sono opera della sottoscritta.
[1] Ramla o Ramlé o Al- Ramla da non confondere con Rama vicino a Betlemme. E’ stata la capitale musulmana nel VII sec nell’ l’antica Arimatea. Si trovava sulla strada che da Jaffa (oggi Tel-Aviv Jafo) portava a Gerusalemme. Dal 1948 fa parte dello Stato di Israele e ha preso il nome di Ramlah. La popolazione è sia ebrea che araba. Nel sito della Nakba palestinese, essa è ancora ricordata come terra perduta (http://www.palestineremembered.com/al-Ramla/al-Ramla/SatelliteView.html).
[2] Guida interprete
[3] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem, op.cit., pp. 292-293
[4] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem, op.cit., pp 389
[5] Si tratta dei “firman”: un firman è un decreto reale emesso dal sovrano di alcuni paesi islamici che includono l’Impero Ottomano, l’Impero moghol o l'Iran durante il periodo monarchico. La parola firman viene dal persiano farmân e significa "décreto" o "ordine". In turco, viene chiamato un ferman. (informazione tratta dal sito fr.wikipedia.org)
[6] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem et de Jérusalem à Paris, op. cit. pp. 299
[7] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem et de Jérusalem à Paris, op. cit. pp. 281
[8] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem et de Jérusalem à Paris, op. cit. pp 419
[9] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem et de Jérusalem à Paris, op. cit. pp 413
[10] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem et de Jérusalem à Paris, op. cit. pp 415
[11] Vedi nota 5.
[12] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem et de Jérusalem à Paris, op. cit. pp 423
[13] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem et de Jérusalem à Paris, op. cit. pp 300

sabato 8 marzo 2008

UN MIO SGUARDO SU GERUSALEMME E IL CONFLITTO 'ETERNO'







Foto 1 e 2: Gerusalemme oggi e nel 1854
Foto 3: François-Réné de Chateaubriand (1768-1848)
A 38 anni viaggia in Terrasanta: dal luglio 1806 al maggio 1807
A Gerusalemme: dal 1° ottobre al 16 ottobre 1806
Foto 4: Gustave Flaubert (1821-1880)
A 28 anni viaggia in Oriente dal 29 ottobre 1849 al 15 giugno 1851
A Gerusalemme dall’8 al 23 agosto 1850
Foto 5: Maxime Du Camp (1822-1894)
A 29 anni viaggia in Oriente dal 29 ottobre 1849 al 15 giugno 1851
A Gerusalemme dall’8 al 23 agosto 1850
Foto5 : Pierre Loti (1850-1923)
A 44 anni viaggia in Terra Santa: dal febbraio 1894 all’aprile 1894
A Gerusalemme nella Pasqua del 1894 (dal 26 marzo al 16 aprile)




Quando sono stata a Gerusalemme nel Natale del 2005, non avevo ancora letto l’Itinerario da Parigi a Gerusalemme (1806) di François-Réné de Chateaubriand né il viaggio in Oriente (1848) di Flaubert e di Maxime Du Camp, né tanto meno il diario a Gerusalemme (1894) di Pierre Loti - so che ci sono altri scrittori francesi come Lamartine, Gérard de Nerval e altri che hanno viaggiato in Oriente (oggi Medio Oriente), ma li devo ancora affrontare: sono lì pronti che aspettano.
Avevo tuttavia letto già diversi narratori del 900 e contemporanei: israeliani, ebrei, palestinesi, arabi cristiani e mussulmani e mi ero già documentata su tutta una storiografia presente sul mercato editoriale italiano, cercando più punti di vista: dagli storici israeliani come Benny Morris, Ilan Pappe a quelli palestinesi, compresi gli italiani, gli inglesi, francesi e tanti altri.
Ho inserito nei miei “preferiti” ormai tanti siti: di Israele, Palestina e Terrasanta e del Medio Oriente. Insomma, è da anni che seguo la “questione israelo-palestinese” – così come viene comunemente chiamata – e l’unica risposta che mi sono data alle ragioni della tragedia in atto in Terra di Israele e di Palestina e Terrasanta è quella di sospendere qualsiasi giudizio di parte (chi sono io per farlo?).

Penso che la questione del “conflitto israeliano-palestinese” sia in realtà mal posta: e proverò a spiegare il perché.

Ma torniamo ai libri e alle storie che raccontano altre storie.
Ho trovato che la potenza della narrazione (una forma letteraria che più mi corrisponde ed appassiona, forse perché non sono una storica né per passione né tanto meno per formazione) riesca a far sì che il lettore meglio si immedesimi nell’altro. Di tutta questa “faccenda”, questo aspetto è fondamentale. Senza un’empatia vera e profonda, non è possibile non solo giudicare ma tanto meno provare a dire: questo sì e questo no. Perché qui sta il punto: bisognerà arrivare a dire: questo sì, questo no. Tengo a precisare che nell’immediato, qualsiasi forma di violenza è a mio avviso controproducente: sia quella dell’esercito israeliano sia quella dei combattenti o terroristi o come ognuno decida di chiamarli. E se si segue la logica di chi ha iniziato prima, si deve per forza tornare in Europa (un’Europa estesa anche alla Russia, s’intende!) e negli Stati Uniti.

Qui sta il punto. Ecco perché la “questione israelo-palestinese” è posta male: la lingua delimita una realtà semplificandola. La questione è molto più complessa e se il cittadino europeo e, di conseguenza, il suo rappresentante politico non “sente”, non percepisce la questione come propria, saremo sempre punto a capo. L’Europa non può lasciare agli Stati Uniti la gestione di tutta questa tragedia, essa deve – anzi dobbiamo - , a mio avviso, assumerci tutte le nostre responsabilità. Edward Said, David Grossman, Amos Oz, sebbene con sfumature (a volte sostanziali!) diverse, hanno sempre visto nell’Europa un interlocutore fondamentale.

Nella storia collettiva come in quella individuale si tende – si sa - a scaricare sull’altro tutto il peso delle proprie responsabilità. Ripetiamo all’infinito le semplificazioni di sempre: gli Israeliani sono i buoni perché è da secoli che subiscono, i Palestinesi sono invece i cattivi che tirano le pietre e che si fanno esplodere come bombe, non hanno voluto la pace nel ‘49 e allora adesso di cosa si lamentano? Oppure il contrario: gli Israeliani, o peggio ancora gli Ebrei, sono i cattivi sionisti che perseguono un terrorismo di stato mentre i Palestinesi sono le povere vittime. Allora come se ne esce? Ma soprattutto: noi, in tutto questo, possiamo davvero chiamarci fuori e puntare il dito contro l’uno o l’altro, con tutti gli anatemi annessi e connessi? Ritenendoci magari “superiori” perché non ci siamo impantanati in tanto sangue che sembra non esaurirsi mai ?

Sento bruciare tra i tasti del computer le parole – quando si parla di queste tragedie, tutto diviene incandescente. Meglio dunque proseguire con le mie letture che, se alimentate in tutte le direzioni, possono rischiarare qua e là e aiutare a capire, a sospendere il giudizio di condanna dei buoni e dei cattivi e a rafforzare una “terapia collettiva” che possa aiutare la politica europea a intervenire in termini di giustizia e di pace. La consapevolezza collettiva può, in taluni casi, sostenere la politica ad agire.
Per le parti coinvolte, sarà dolorosissimo, ma come dice Oz, è l’unica via possibile.

E io povera “padanese”, cristiana e cattolica (non Kattolica!) sperduta nell’oceano dei blog, cosa posso fare? Nulla di rilevante e significativo, non ho né la statura né i mezzi. Ma la mia storia mi ha portato qui. Ciò che oggi mi dà un senso è mettere in rete un po’ alla volta le mie riflessioni, traduzioni e sintesi.
Il blog è uno strumento stupendo per la diffusione delle idee e delle informazioni. Per questo, cerco sempre di scrivere la fonte di ciò che traduco e cito, è un segno di rispetto nei confronti di tutti coloro che si imbatteranno nella “mia bibliothèque de nuages” e che vorranno sfogliarne qualche pagina.

ECCO PERCHE' “MI PIACE” VIAGGIARE CON GLI SCRITTORI FRANCESI (ma non solo!)DEL XIX° SECOLO

La lettura dei viaggiatori francesi del XIX° secolo mi ha aiutato a cogliere quel filo potentissimo, ma oggi quasi invisibile o, peggio ancora, per alcuni addirittura inesistente, che da sempre lega la Terra di Palestina, di Israele, di Terrasanta (o come la si voglia chiamare), insomma (!) il Levante, con la nostra vecchia Europa.

La rilettura dei viaggiatori francesi e inglesi del XIX° secolo che ne ha fatto Edward Said, nel suo ormai celeberrimo saggio Orientalismo, mi ha restituito un’immagine di me stessa e della cultura di cui sono intrisa un po’ diversa da come me l’ero, a mia insaputa, costruita nel corso degli anni. Ho provato a cercare di capire. Ho provato ad ascoltare le ragioni dell’altro. Non è un esercizio che mi tocca ferite personali e collettive profonde: lo posso quindi fare perché non sono coinvolta emotivamente in questa tragedia sebbene abiti in Italia. Il caso (?),la Provvidenza (?), Dio (?), l’Eterno (?) mi ha fatto nascere qui a Verona, cristiana e cattolica. Punto. Per trovare me stessa ho dovuto tornare anche a queste origini. Ma ad ognuno la propria storia. Il proprio percorso.

Dopo queste letture mi sono chiesta: quale sguardo occidentale si è venuto a posare (o a violentare?) la Terra d’Oriente? Quanto siamo tutti in qualche modo responsabili di ciò che sta avvenendo in Israele, nei Territori Occupati, in Cisgiordania, a Gaza? Perché noi Europei non siamo consapevoli di questa responsabilità che ci lega a doppia mandata con quella Terra? Perché, a livello di opinione pubblica, si è sempre così ideologicamente divisi?

La lettura di questi libri non solo mi ha restituito la Francia e la Gerusalemme del XIX° secolo, ma mi ha dato l’opportunità di cogliere i cambiamenti di un’epoca. Tre date di viaggio: 1806,1848, 1894. Pochi gli uomini: un aristocratico con il suo domestico (François-Réné de Chateaubriand con Julien), due giovani letterati laici (Gustave Flaubert e Maxime Du Camp) e un militare (Pierre Loti), contemporaneo all’Affaire Dreyfus, alla ricerca di un senso da dare all’esistenza. Viaggiare con loro mi ha offerto una prospettiva che mi ha aperto orizzonti e punti di vista inaspettati in tutte le direzioni.

Nella mia “bibliothèque” sto cercando di riordinare i diversi appunti che ho buttato giù in occasione dei diversi incontri, conferenze che ho tenuto su questo argomento. Non sono un’esperta, e non mi definisco tale. Non sono nemmeno una viaggiatrice di razza. Ma mi è sempre piaciuto viaggiare e poi, per viaggiare o buttar giù qualche appunto, bisogna per forza “essere qualcuno”?

Adesso sto viaggiando con Chateaubriand e sto preparando il post numero 6.
Sono convinta che questo scrittore francese, vissuto a cavallo tra il XVIII° e il XIX° secolo, possa darci oggi più che mai, qualche strumento in più per leggere e cercare di capire, non solo la nostra cara e vecchia Europa, ma anche e soprattutto, la Terra di Palestina, di Israele, di Terrasanta (o come la si voglia chiamare). Forse ci aiuta a comprendere la tessitura fitta di legami che questo lembo di Terra ha con la nostra storia. Si tratta di una testimonianza, a mio avviso, preziosissima poiché ci restituisce lo sguardo che noi cristiani, cattolici (o Kattolici?) abbiamo sempre avuto nei confronti degli Arabi, dei Turchi, ma anche e soprattutto degli Ebrei.

Chateaubriand ragiona per categorie e per appartenenze religiose e culturali. Da un lato c’è la società civilizzata, la Francia, dall’altro ci sono i selvaggi: i popoli del Levante.
Noi Europei cristiani siamo in parte figli anche suoi e siamo così profondamente intrisi di “Chateaubriand” nel bene e nel male, chi più consapevolmente chi meno, che non possiamo chiamarci fuori dalla tragedia che si sta consumando in quella Terra.

Oggi parte di questa terra è divenuta lo Stato di Israele. E il resto cosa sta diventando?
Non so se sono rimasta critica e lucida nei confronti della realtà di Gerusalemme, (se facciamo fatica “noi” a farlo, noi che ce ne stiamo tranquillamente nelle nostre città europee, come possono rimanerlo le persone pienamente coinvolte e che vivono da generazioni e generazioni questo dramma? come possiamo noi puntare il dito contro questo popolo o l’altro? E noi cristiani? Cattolici? O Kattolici? Come ci poniamo nei confronti di tutto ciò?).

Sono convinta che ogni cittadino europeo debba diventare consapevole di questo per poter significativamente partecipare alla costruzione di una pace possibile.
Non mi sento una cristiana infervorata, subisco il fascino unito al dramma di Gerusalemme e della sua storia. O meglio, della nostra storia in quanto appartiene a tutti gli uomini al di là di qualsiasi fede e appartenenza.

Ieri 7 marzo 2008 (ma quante volte è accaduto!), la Gerusalemme ebraica suonava a lutto.
E tutte le altre?

venerdì 1 febbraio 2008

CHRISTIAN BOBIN: UNA LIBRERIA DI NUVOLE, (Lettres vives, 2006).


















In questa Bibliotèque de nuages, sfogliamo pagine che ci parlano della vita intimamente legata alla morte: “ogni giorno può essere l’ultimo: non ce n’è dunque nessuno di insignificante.” Si tratta – come spesso accade nei libri di Christian Bobin - di una sorta di diario senza data, ma segnato dal mutare delle stagioni: il freddo dell’inverno bagna l’inchiostro immerso nella neve delle prime parole, mentre l’oro delle ginestre, anche se non ancora nel pieno dell’estate, colora di un vento luminoso le ultime pagine, quasi a voler scandire con più vigore la rinascita che sta avvenendo.
La scrittura riprende la veste tutta bobiniana ritmata da spazi bianchi intercalati da pensieri e riflessioni che si intrecciano tra loro, fino a creare un unico respiro.
La voce si fa sempre più chiara, nitida, mai ingenua.
La percezione della vita e della morte subisce in queste pagine – e quindi, a mio avviso, anche nella vita dell’autore - profonde trasformazioni. I temi di sempre come la scrittura, la vita , la morte, la contemplazione di ciò che è minuto, insignificante, l’amore per le persone care, l’attenzione per gli uomini e le donne incontrati, tutti questi temi e altri ancora, sembrano entrare in un’altra dimensione, in una vita nuova. Tutto è compiuto. Tutto vive. Ma un nuovo tempo si sta aprendo portando con sé un ulteriore distacco dal mondo necessario a colui che vive e scrive, per immergersi, in modo ancora più “compiuto”, nella sua vita di tutti i giorni. Nella sua nuova vita. Nulla viene abbandonato, tradito o dimenticato.
Il passato, la morte - che ha portato via con sé tante persone amate e care -, il dolore di chi è sopravvissuto, oggi, uniti insieme, possono dare ancora più vigore a ciò che è in vita. Che vive accanto. Dinanzi.
Forse è per questo che egli può concludere il libro così: “Sento il rumore dei passi sulla ghiaia attorno alla mia tomba. La gioia di morire si avvicina al mio cuore – come un pettirosso mentre sbatte le ali davanti ad una finestra chiusa.
[1]
La scrittura in Bobin aiuta la vita a rinnovarsi, a portare l’estrema attenzione sul mondo, e come sempre, essa non si pone mai al di sopra della vita. Tutt’altro. “Sono talmente felice di legarmi, mentre scrivo, ad altri esseri umani, che quando scrivo sono consapevole degli ossicini e poi della polvere sottile in cui si ridurrà la mia mano destra.”
[2]
Non solo chi scrive è consapevole di quanto tutto sia poca cosa rispetto alla morte, ma sa che la vita è colei che, sola, può dare ragione della scrittura: senza un lettore tutto resterebbe lettera morta: “Le frasi scritte scivolano lungo le pagine verso la tomba dell’ultima parola – fino a quando l’attenzione di un lettore non le sollevi dalla morte.”
[3]
Egli stesso ha sfiorato la morte due volte: giovane ventenne e pochi mesi prima della pubblicazione di questo libro. Leggiamo nelle ultime pagine: “Nel marzo 2006, la mano di Dio nella quale riposa il mio cuore fiducioso, si è improvvisamente contratta. Un dolore ha ferito il mio petto. Il pensiero che quel giorno potesse essere l’ultimo mi ha illuminato.”
[4]
In questa Bibliothèque de nuages ritroviamo volti a lui cari: l’amica Ghislaine, il padre, gli amici scrittori e poeti: André Dhôtel
[5]e Jean Grosjean[6]. Tutte vite che non abitano più questa terra: per alcuni sono trascorsi molti anni per altri solo qualche mese, come per l’amico poeta Jean Grosjean. Un uomo di lettere cui Bobin si sente profondamente legato e che reputa un vero scrittore: ovvero qualcuno che non chiede al lettore di essere adorato per ciò che scrive, ma che desidera invece donare qualche ragione in più per vivere.
Il Cristo si è impadronito del linguaggio come di una scure di luce per spaccare la legna morta delle anime, poi ha gettato la scure in fondo all’universo, sotto un roveto di stelle dove San Giovanni l’ha ripresa, poi, duemila anni più tardi, Jean Grosjean.”
[7] Un autore, quindi, che usa il linguaggio come fanno i Vangeli che “sono l’unico libro la cui esistenza non umilia le persone prive di una cultura letteraria.”[8].
A questo proposito, tornano alla mente alcune parole che troviamo ne La Lumière du monde (2001)
[9], che indicano il percorso interiore e l’elaborazione del lutto vissuti dall’autore, a seguito della tragica morte di Ghislaine:

“[…] i miei primi libri dicevano l’ombra e la luce insieme, ma in “Più viva che mai”, che racconta la morte di un essere caro, la morte è resa irreale. La sofferenza in me ha lungamente scritto in rosa: ho portato il reale verso il rosa, mi sono messo in uno stato di assenza di gravità, per soffrire di meno. È come se avessi scavalcato il mio dolore chiudendo gli occhi per non vederlo, e ciò ha probabilmente permesso ai lettori di fare la stessa cosa e di attraversare l’impensabile. In realtà, quando ho assistito a quel funerale, ho vissuto un’esperienza quasi insostenibile: all’uscita di chiesa, c’era una campana che suonava. Non sapevo che si potesse fare tanto male all’aria. Come se la campana, per una specie di esperimento scientifico, avesse tolto l’aria fino all’asfissia. Oggi non voglio più sottrarmi al dolore. Voglio scrivere e leggere dei libri che accompagnino realmente in questi momenti, senza eludere la sofferenza, libri che non mi tradiscono e che non rischino di coprire il rintocco a morte.
[10]

Bobin è un accanito lettore che però, negli anni, ha imparato a scegliere: la Bibbia, Emily Dickinson, Teresa D’Avila, Kierkegaard, Giovanni della Croce, il Corano, André Dhôtel, Jean Grosjean sono i volti che abitano “la sua libreria di nuvole”, che ospita anche gli amici vivi come Jean-Marie Kerwich
[11], “un profeta della Bibbia”: “Egli [ci] parla del cielo con una delicatezza pulita da far vergognare il dio distratto che governa i nostri giorni. Va verso il messia a gambe levate come farebbe il gatto dagli stivali.”[12]
Ma la sua libreria non è fatta solo di libri, in essa vi dimorano soprattutto i volti delle persone amate: “Rivedo il volto di mio padre incorniciato da un elmetto di nobili pensieri. Mi stava dinnanzi come un libro prezioso. Imparavo a vivere leggendolo.”
[13]
Leggere. Scrivere. Vivere. Un tutt’uno per Christian Bobin: “Tutto è lettura per me. La parte più grande della mia libreria è nel cielo, coi suoi volumi sparsi di nuvole, mai allo stesso posto.”
[14]

Una bibliothèque de nuages dove oltre alla natura animata da cinciallegre, tortore, farfalle, fiori di tarassaco, ginestre, cardi blu, e altro ancora, ritroviamo i luoghi della memoria uniti a quelli della vita presente. La terra di Borgogna con la cattedrale di Autun, la casa dei nonni a Montpont-en- Bresse, la chiesa romanica di Brancion dove egli assiste ad un bellissimo concerto di arpa ma dove lo stupore gli viene donato da un cardo blu che vede all’uscita
[15] . E ancora la sua Le Creusot con la chiesa dalla volta scrostata di Saint-Charles, il sentiero e la foresta di Saint Sernin, e poi la terra dell’Isère dove è vissuta Ghislaine, e dove si trova la piccola chiesa di Saint Ondras.
Ascolto Bobin seduto nella chiesa di Saint Charles, a Le Creusot, dove abita: “Non cerco Dio nelle chiese. Non lo cerco da nessuna parte, lo guardo venire da tutti i lati nascosto nell’impazienza di un bambino o dietro allo schermo di un cielo grigio. Quel giorno lo intravidi in una manciata di anemoni che bruciavano sull’altare: la loro debolezza (la morte vi aveva già posato l’ombra ormai blu della sua mano) mi parlava della segreta dolcezza che rende la parte più nascosta delle nostre ore semplici, capace di resistere.
[16]

Ed è sempre nella debolezza, nella fragilità che scorge la presenza di Dio, come nella maestosa cattedrale di Strasburgo: “Sono entrato nella cattedrale di Strasburgo. Qualcuno suonava l’organo. Nelle cattedrali c’è solo il vuoto e questo vuoto, a respirarlo, a camminarvi dentro, faceva affiorare in me una grande pace, dappertutto rifiutata in città.” Qui la potenza di Dio non è data dalla statua del Cristo con il petto sanguinante né dalla croce piantata in un cranio che esce dalla terra – idea di uno scultore medievale un po’ cupo - ma dal gesto che egli vede compiere da due bambini di cinque anni: “Mi misi a sedere davanti al coro. Non aspettavo più nulla. Due bambini di quattro e cinque anni, accompagnati dal padre, sfilarono davanti all’altare inarcando il petto. Portavano grandi foglie morte. Da quel tesoro proveniva la loro fierezza. Nell’istante in cui vidi l’increspatura delle foglie, seppi che avevo dinnanzi a me il solo Cristo vivente della cattedrale: quella debolezza del sacro-cuore di foglie morte – stringendo appena un po’ le manine, i bambini avrebbero potuto ridurre tutto in polvere- era il segno evidente di una presenza divina: non più un trionfo, ma un corpo estenuato che la luce delle candele attraversava come una vetrata.
[17]

Oltre alle grandi cattedrali o alle piccole chiese di campagna, Bobin ci accompagna anche nei luoghi abitati dai morti: nel cimitero di Provins (nell’Ile-de-France), dove è sepolto l’amico scrittore André Dhôtel oppure dove riposano in pace la sua madrina e l’amato amico Jean Grosjean. Ma come le nuvole che sempre mutano di luogo e di forma, così i ricordi, i volti e i luoghi si trasformano nello spazio e nel tempo per rimanere comunque impressi nel presente, come accade per la casa dei nonni: “Davanti alla casa di Montpont-en-Bresse, hanno lasciato agonizzare un mendicante per tutta la notte in un fossato. Ero piccolo, imparavo a leggere il libro nero del mondo, quello del quale gli uomini scrivono una riga ogni volta che si assentano dalla loro anima. Ogni persona ha la propria croce: e non smette di colpirsi.”
[18]

Nei ricordi abitano anche persone incontrate per un solo attimo o un solo giorno, come ad esempio il rigattiere di Louhans con il suo arlecchino; oppure un muratore e una donna delle pulizie, vere icone della vita contemplativa; ma c’è anche l’avara fiorista che vende fiori appassiti davanti ai cimiteri ravvivandoli con un po’ d’acqua
[19] e che ricorda l’allegoria dell’avarizia della cattedrale di Autun, oppure il monaco incontrato nel chiostro di Saint-Guilhem-le-Désert[20], infastidito dalla neve (cosa imperdonabile agli occhi di Bobin!) e le due piccole suore di Port-Royal[21] che come due tortore camminano a piccoli passi nel giardino del convento.

La vita contemplativa è la sola, ciascuno la sente, anche coloro che più sono immersi nella vena della vita materiale.”
[22]

NOTE AL TESTO
Le parti relative al testo Bibliothèque de nuages e agli altri libri di Bobin inediti in Italia sono stata tradotte dalla sottoscritta.
Foto 1: Une bibliothèque de nuages nell’edizione Lettres vives, 2006.
Foto 2: poeta, scrittore e traduttore Jean Grosjean (1912-2006).
Foto 3: chiesa di Saint-Charles a Le Creusot dove vive Christian Bobin, in Borgogna.
Foto4: Cattedrale Saint-Lazare di Autun, in Borgogna
Foto 5: interno della Cattedrale Saint-Lazare di Autun, in Borgogna.
Foto 6: chiesa romanica di Brancion, in Borgogna.
Foto 7: Vista panoramica del villaggio di Saint-Guilhem-le-Désert, situato sul cammino di San Giacomo di Compostela, nel sud della Francia vicino a Montpellier.
Foto 8: Lydie Dattas, scrittrice francese, autrice del libro La luce del mondo.



Note al testo:
[1] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 63. Il libro non è ancora stato pubblicato in Italia, le traduzioni dei brani citati sono di chi scrive.
[2] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 8.
[3] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 57.
[4] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 61.
[5] André Dhôtel è uno scrittore francese nato il 1° settembre 1900 à Attigny (Ardennes, Francia), e morto il 22 luglio 1991 à Parigi. Conosciuto dal grande pubblico per il romanzo Le Pays où l'on n'arrive jamais (1955, Prix Femina). (http://www.andredhotel.org/)
[6] Jean Grosjean (Parigi 21 dicembre 1912 - Versailles 10 aprile 2006): è il poeta dell’ora intima famigliare, traduttore di Eschilo, dei testi biblici. Ha abbracciato il sacerdozio all’età di 27 anni, per lasciarlo dopo 11 anni. Militare in Libano, poi nel 36-37 viaggia in Siria, Palestina, Egitto. Nel 1939, a 27 anni viene ordinato prete. Prigioniero nel campo di Sens, incontra André Malraux, mentre nella Pomerania (regione situata al sud del Mar Baltico, che comprende parte della Germania e della Polonia), incontrerà Gallimard a cui rimarrà legato da una profonda amicizia. Dopo la guerra, farà parte della redazione e del comitato di lettura della casa editrice Gallimard. Si sposa e va a vivere nell’Aube (Champagne-Ardenne), dedicandosi a lavori di traduzioni: Eschilo, Shakespeare, il Corano, la Bibbia. Nel 1989, fonda con Jean-Marie Le Clézio la collana presso Gallimard “L’Aube de peuples”. E’ autore di diverse raccolte di poesie uscite presso le edizioni Gallimard. (fonti: www.gallimard.fr e http://fr.wikipedia.org/wiki/Jean_Grosjean)
[7] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 12.
[8] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 39.
[9] La luce del mondo è stato pubblicato sei anni dopo la morte di Ghislaine, mentre Più viva che mai è stato pubblicato appena un anno dopo. La luce del mondo è un libro scritto quasi a quattro mani: la scrittrice Lydie Dattas trascrive il dialogo avuto con Chrisian Bobin, tutto alla prima persona, senza le domande e le risposte tipiche di un’intervista. Penso che senza una profonda amicizia e stima tra i due scrittori, il libro non avrebbe mai potuto prendere questa forma.
[10] La luce del mondo, Gribaudi, 2006, p. 41
[11]Jean-Marie Kerwich, scrittore gitano francese, autore del libro L’angelo che zoppica, pubblicato nel 2005 da Le Temps qu’il fait.
[12] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 26.
[13] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 21
[14] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 39
[15] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 44
[16] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 14-15
[17] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 9-12
[18] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 27
[19] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 52
[20] Il villaggio di Saint-Guilhem-le-Désert è situato sul cammino di San Giacomo di Compostela, nel sud della Francia vicino a Montpellier.
[21] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 26
[22] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 55

sabato 12 gennaio 2008

FRANÇOIS-RÉNÉ DE CHATEAUBRIAND: UN ARISTOCRATICO A GERUSALEMME – 1806 (5^ parte) : VERSO GERUSALEMME
















Il tre ottobre del 1806 alle quattro del pomeriggio, François-Réné de Chateaubriand (con i domestici, un padre custode dell’Hospice des Pères di Giaffa e due arabi), si mette in viaggio per raggiungere Gerusalemme. Attraversa la pianura di Saron tra Giaffa e Cesarea, passa per molti villaggi tra i quali Al-Ramleh (da non confondere con Ramallah), Lod, Latroun (Larron), il “villaggio di Geremia detto anche Abu Gosh o El Qarya”, e il villaggio di Keriet-Lefta[1]. Raggiungerà Gerusalemme solo a mezzogiorno e ventidue minuti del giorno successivo, il 4 ottobre. (In questo caso, il nostro aristocratico francese è stato davvero preciso nel riportare la data del suo arrivo nella città santa!).
Per descrivere la strada da Giaffa a Gerusalemme e non solo, Chateaubriand si avvale degli storici e dei viaggiatori che l’hanno preceduto; tra cui il barone Deshayes, inviato nei luoghi santi da Luigi XIII, il padre gesuita Père Néret (XVIII secolo) e il conte di Volney[2] (1757-1820). Sarà una costante del suo viaggio citare i suoi predecessori per informare il lettore su tutto ciò che incontra e vede: l’origine del nome di Giaffa, la storia di Gerusalemme, la descrizione dei luoghi santi, la storia delle crociate o del Santo Sepolcro, e molto altro ancora. Tra i tanti personaggi che cita, non può non ricordare il Tasso con la sua Gerusalemme liberata e Napoleone Bonaparte, che prese d’assalto con i suoi soldati la città di Giaffa nel 1799.
Per gli Arabi, il ricordo del grande imperatore francese è ancora vivissimo: sono trascorsi solo cinque anni dalla Campagna d’Egitto, quando Chateaubriand incontra, sulla strada per Gerusalemme, alcuni piccoli beduini che marciano al grido di “En avant! Marche!” in lingua francese. Un’immagine che gli rimarrà talmente impressa che egli concluderà le pagine del suo itinerario proprio con questo ricordo; vedere come questi giovanissimi beduini si divertano ad imitare i grandi soldati francesi è qualcosa che lo riempie di un grande orgoglio e gli regala una gioia simile a quella che deve aver provato Robinson Crusoe quando ha sentito parlare il suo pappagallo! Eccoci davanti a uno dei tanti atteggiamenti colonialisti dell’aristocratico francese che Edward Said non poteva non evidenziare:


[per Chateaubriand] L’arabo d’Oriente era un “uomo civile ricaduto nello stato selvaggio”: nessuna meraviglia, quindi, che, osservando gli arabi sforzarsi di parlare francese, il nobile viaggiatore si sentisse come Robinson Crusoe, stupefatto all’udire il suo pappagallo pronunciare la prima parola.[3]

Ma proviamo a viaggiare insieme al trentottenne François e immaginiamoci come poteva essere quella terra ben 202 anni fa! Siamo sulla strada che da Giaffa, a quel tempo, portava a Gerusalemme:

Tuttavia avvicinandosi a San Geremia, fui un po’ consolato da uno spettacolo inatteso. Greggi di capre dalle orecchie cadenti, montoni dalle grandi code, asini che ricordavano per bellezza l’onàgro delle Scritture, uscivano dal villaggio al sorgere dell’aurora. Donne arabe facevano seccare l’uva nelle vigne: qualcuna aveva il viso coperto da un velo e portava sul capo un vaso colmo d’acqua, come le figlie di Madian[4]. Alle prime luci del giorno, dal borgo delle case, saliva un fumo bianco come vapore; si sentivano voci confuse, canti, grida di gioia. Quella scena creava un gradevole contrasto con la desolazione del luogo, e i ricordi della notte.
La nostra guida araba aveva ricevuto anticipatamente il diritto che la tribù esige dai viaggiatori; e noi passammo senza ostacolo. D’un tratto fui colpito da queste parole pronunciate distintamente in francese: “En avant: Marche!”. Volsi il capo e scorsi una truppa di piccoli Arabi tutti nudi che si esercitavano con dei bastoni di palme. Non so quale vecchio ricordo della mia prima vita mi tormenti: e quando mi si parla di un soldato francese, mi batte il cuore; ma vedere dei piccoli Beduini nelle montagne della Giudea imitare le nostre esercitazioni militari e serbare il ricordo del nostro valore; sentirli pronunciare quelle parole che sono, per così dire, le parole d’ordine dei nostri eserciti, e le sole che conoscano i nostri granatieri: ci sarebbe stato di che emozionare un uomo meno innamorato di me della gloria patria. Non mi spaventai come Robinson quando sentì parlare il suo pappagallo, ma rimasi affascinato non meno del famoso viaggiatore. Diedi qualche moneta turca al piccolo battaglione, dicendogli: “En avant: Marche!”. E per non dimenticare nulla, gli gridai : “Dio lo vuole! Dio lo vuole!” come i compagni d’armi di Goffredo e di San Luigi.
[5]

E finalmente, eccolo scorgere Gerusalemme:

[…] Improvvisamente all’estremità dell’altopiano, scorsi una linea di mura gotiche fiancheggiate da torri squadrate, dietro alle quali emergevano alcune punte di edifici. Ai piedi delle mura, appariva un campo di cavalleria turco, in tutta la sua pompa orientale. La guida gridò “El-Cods!” La Santa (Gerusalemme) e fuggì al gran galoppo[6]

(La traduzione dei brani tratti dall'Itinéraire è opera della sottoscritta!)

Foto 1: Gesuiti verso la Terra Santa nel XVIII° sec.
Foto 2: Il conte di Volney, (1757-1820)(per saperne di più: http://www.jerusalem-pedibus.net/site_fr/index_fr.html?http&&&www.jerusalem-pedibus.net/site_fr/volne_fr.html) Foto 3 : Réné-François de Chateaubriand (1768-1848)
Foto 4: Edward Said (1935-2003)
Foto 5: I pastori 1931 – http://www.eliaphoto.com/
Foto 6: Prendere acqua alla fonte 1935 – http://www.eliaphoto.com/
Foto 7: Macellazione dell’agnello 1930 – http://www.eliaphoto.com/
Foto 8: Ragazzo beduino 1935 – http://www.eliaphoto.com/
Foto 9: Ogràno (Asino selvatico: equus emonius)


NOTE AL TESTO
Le citazioni dall'opera di Chateaubriand sono state tradotte da me.
[1] Nella traduzione riporto i nomi dei villaggi così come sono trascritti nel libro di Chateaubriand. In Israele, oggi, Giaffa fa parte del più ampio comune di Tel Aviv (Tel Aviv-Yafo)
[2] Il conte di Volney, (1757-1820), filosofo e orientalista, verso la fine del XVIII secolo, a 25 anni, intraprende un viaggio verso il levante che durerà 5 anni. Al suo ritorno pubblicherà Voyage en Syrie et en Egypte. Tale opera ebbe un grande successo e fu un punto di riferimento per Bonaparte e i suoi ufficiali durante la Campagna d’Egitto.
[3] Edward Said, Orientalismo, Feltrinelli 2006, p. 173.
[4] Esodo II, 16-17
[5] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem, op.cit., p. 295-296
[6] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem, op.cit., p. 297

sabato 22 dicembre 2007

FRANÇOIS-RÉNÉ DE CHATEAUBRIAND: UN ARISTOCRATICO A GERUSALEMME – 1806 (4^ parte) SBARCO A GIAFFA













Foto1 - Jafa Port (1936 – http://www.eliaphoto.com/)
Foto 2 - Jafa Port (1936 – http://www.eliaphoto.com/)
Foto 3 - Jafa bringing goods (http://www.eliaphoto.com/)
Foto 4 - Jafa Caravan (http://www.eliaphoto.com/)
Foto 5 - Monastero di San Saba (1934 – http://www.eliaphoto.com/)
Foto 6 - Monastero di San Saba oggi in Cisgiordania
Foto 7 - Il Mar Morto (2006)
Foto 8 - Il deserto lungo le rive del Mar Morto (2006)

Dopo una traversata durata tredici giorni da Costantinopoli, Chateaubriand sbarca a Giaffa il 1°ottobre del 1806, con il suo domestico Julien: “Giaffa presenta solo un brutto ammasso di case radunate in cerchio e disposte ad anfiteatro sul pendio di una costa rialzata[1]”: così Chateaubriand ci descrive la città dalla nave. Il minareto della moschea si mostra chiaro al suo orizzonte, ma ogni cosa, per lui, esiste in funzione del Vangelo e delle Sacre Scritture: la terra è lì per dare testimonianza degli avvenimenti divini che vi sono accaduti e la stessa popolazione autoctona è funzionale alla grandezza evangelica. Infatti, prima ancora di sbarcare a Giaffa, incontriamo l’Arabo che la scrittura di Chateaubriand trasfigura: non un uomo qualunque che si dà da fare per portare a casa qualche moneta grazie ai viaggiatori venuti a visitare la sua terra, ma un rappresentante della razza Araba che, in attesa del vascello, ha il grande privilegio di calpestare la riva che, un tempo, è stata testimone dei miracoli di Gesù.

L’Arabo, che erra su questa costa, segue con occhio avido il vascello che passa all’orizzonte: attende le spoglie del naufrago sulla stessa riva in cui Gesù Cristo ordinava di dar da mangiare agli affamati e vestire gli ignudi. […]
Dei caicchi avanzarono presto da tutte le parti, per cercare i pellegrini: i vestiti, i tratti, la carnagione, l’aspetto del loro volto, la lingua dei padroni di queste imbarcazioni, mi annunciarono subito la razza araba e la frontiera del deserto. […]
Gli Arabi dalla riva procedettero nell’acqua fino alla cintura, al fine di caricarci sulle loro spalle.
[2]

L’occhio “avido” mostra già tutto il pregiudizio dell’occidentale. Degli Arabi è bene non fidarsi, è Padre Giovanni dell’Hospice des Pères di Giaffa a dirlo: egli consiglia al nobile pellegrino francese e al suo domestico Julien, di rimanere sempre guardinghi nei confronti della popolazione locale. I due viaggiatori, infatti, devono sapere che gli Arabi si manifestano gentili con i turisti, solo per depredarli meglio; quindi, per raggiungere Gerusalemme, è prudente che indossino gli abiti dei pellegrini e che tengano nascoste le armi sotto le vesti. Ma non è per la strada verso Gerusalemme che i due stranieri saranno aggrediti dai beduini del deserto, ma nel cammino verso il Mar Morto nei pressi del convento greco-ortodosso di Mar-Saba: fortunatamente tutto si risolve al meglio, grazie all’intervento della loro scorta e del monaco greco ortodosso.
Fascino, paura, disprezzo sono i sentimenti che Chateaubriand prova nei confronti degli Arabi di cui subisce, a tratti, il fascino: l’immagine più orientale e poetica di questo popolo, egli l’esprime quando una notte, mentre riposa in riva al Mar Morto, vede degli arabi seduti in cerchio con i fucili deposti al fianco che, assorti, ascoltano il racconto dello scheick: nel loro atteggiamento, vede confermata la grande passione che gli arabi e i beduini del deserto hanno per il racconto[3]. Anche il giovane Maxime Du Camp, circa quarant’anni dopo, subirà lo stesso fascino.

"Tutto ciò che si dice della passione degli Arabi per il racconto è vero, e ne citerò un esempio: durante la notte che avevamo appena trascorso sul greto del Mar Morto, i nostri Betlemmiti stavano seduti attorno al fuoco, i fucili distesi a terra al loro fianco, i cavalli attaccati a dei paletti che formavano, all’esterno, come un secondo cerchio. Dopo aver bevuto il caffè e parlato molto assieme, quegli Arabi caddero in silenzio, fatta eccezione per lo scheick. Vedevo, al bagliore del fuoco, i gesti espressivi, la barba nera, i denti bianchi, le svariate forme che faceva la sua veste mentre questi continuava il racconto. I compagni lo ascoltavano con un’attenzione profonda, tutti protesi in avanti, il viso verso la fiamma, a volte gettando un grido di ammirazione, a volte ripetendo con enfasi i gesti del narratore; teste di alcuni cavalli venivano in avanti al di sopra del gruppo e si disegnavano nell’ombra, finendo col donare a quel quadro il più pittoresco dei tratti, soprattutto allorquando veniva ad aggiungersi un angolo del paesaggio del Mar Morto e delle montagne della Giudea.
Avevo studiato con tanto interesse sulla riva dei laghi le orde americane, ma quale altra specie di selvaggi potevo contemplare qui!
Avevo sotto gli occhi i discendenti della razza primitiva degli uomini, li vedevo con le stesse usanze che hanno conservato dai giorni di Agar e di Ismaele."
[4]

Nonostante l’ammirazione che prova nei confronti di questo quadro dipinto nel deserto, Chateaubriand manifesta un sentimento di superiorità nei confronti degli Arabi - abitanti del luogo - che restano, comunque per lui, dei “selvaggi”. Lo si percepisce, a mio avviso, anche dalle semplici descrizioni che ci offre in altri punti del suo Itinéraire: gli uomini hanno un portamento nobile e fiero ma i loro denti ricordano quelli degli sciacalli; le donne sono belle se osservate da lontano ma non da vicino, anche se si avverte qualcosa di delicato nei loro modi – Solo l’antica origine della stirpe sembra aggiungere gradi di nobiltà ai “selvaggi” che l’aristocratico incontra in Palestina:

Avevo sotto gli occhi i discendenti della razza primitiva degli uomini, li vedevo con le stesse usanze cha hanno conservato dai giorni di Agar e di Ismael; li vedevo nello stesso deserto che era stato assegnato loro da Dio in eredità: Moratus est in solitudine, habitavitque in deserto Pharan [5]. Li incontravo nella valle del Giordano ai piedi delle montagne di Samaria, sui sentieri di Ebron, nei luoghi in cui la voce di Giosuè fermò il sole, nei campi di Gomorra ancora fumanti della collera di Jéhovah, e che consolarono in seguito le meraviglie misericordiose di Gesù Cristo. Ciò che distingue soprattutto gli Arabi dai popoli del Nuovo Mondo, è che attraverso la natura rude dei primi si avverte tuttavia qualcosa di delicato nei loro costumi, si sente che sono nati in questo Oriente da dove sono emerse tutte le arti e tutte le scienze, tutte le religioni."[6]

Qualche riga più in là, Chateaubriand propone un parallelismo rivelatore tra il “selvaggio” che ha incontrato durante il viaggio in America e il “selvaggio” di Palestina: l’arabo. Entrambi sono selvaggi, ma con dei distinguo: se l’americano deve ancora raggiungere lo stato di civiltà, l’arabo l’ha già raggiunto ma anche già perduto.
Il selvaggio Americano non è ancora giunto allo stato di civiltà, tutto presso l’Arabo indica l’uomo civilizzato ricaduto nello stato selvaggio[7]”.
Lo sguardo dell’aristocratico francese è lo sguardo del colonialista che considera inferiori i popoli che ha incontrato durante i suoi viaggi. Ma, ai suoi occhi, se i selvaggi d’America sono stati resi più civili dalla religione cristiana, quelli di Palestina, proprio perché hanno rifiutato la vera religione - nonostante il grande privilegio di essere nati nella Terra scelta da Dio per la sua Incarnaziome – sono ricaduti nello stato selvaggio.

I temi sono attualissimi. A questo riguardo, il libro dell’intellettuale palestinese Edward Said, Orientalismo è un contributo preziosissimo per capire, riflettere, cercare di considerare le diverse sfaccettature della complessa questione.
Io stessa, dopo aver mentalmente viaggiato con alcuni viaggiatori d’Oriente in Palestina - l’aristocratico Chateaubriand nel 1806, i due borghesi intellettuali Maxime Du Camp e Gustave Flaubert nel 1849-51, e l’ufficiale militare Pierre Loti nel 1894 - ho avvertito la necessità di andare a rileggermi l’intellettuale arabo-palestinese, per cercare di capire quanto ancora questo sguardo sull’Oriente influenzi, a volte quasi inconsciamente, il nostro modo di guardare l’altra sponda del Mediterraneo, sebbene siano trascorsi più di due secoli.
Riporto di seguito alcuni stralci del suo libro, che chiariscono le intenzioni dell’autore e del suo studio:

"Orientalismo: vale a dire un modo di mettersi in relazione con l’Oriente, basato sul posto speciale che questo occupa nell’esperienza europea occidentale. L’Oriente non è solo adiacente all’Europa; è anche la sede delle più antiche, ricche, estese colonie europee; è la fonte delle sue civiltà e delle sue lingue; è il concorrente principale in campo culturale; è uno dei più ricorrenti e radicati simboli del Diverso. E ancora, l’Oriente ha contribuito, per contrapposizione, a definire l’immagine, l’idea, la personalità e l’esperienza dell’Europa (o dell’Occidente). Nulla, si badi, di questo Oriente può dirsi puramente immaginario: esso è una parte integrante della civiltà e della cultura europee persino in senso fisico.”[8]

Orientalismo: “Quasi tutto ciò che essi [Napoleaone e Lesseps[9]] sapevano dell’Oriente veniva dai libri appartenenti alla tradizione orientalista, dagli scaffali della relativa biblioteca di “idées reçues”; […], l’Est in carne e ossa era qualcosa che si poteva incontrare e affrontare perché i testi rendevano possibile tale esperienza. Si trattava di un Oriente muto, utilizzabile dall’Europa per la realizzazione di progetti, che coinvolgevano, senza mai renderle partecipi, le popolazioni indigene, incapace di opporre resistenza ai piani, ai significati, e persino alle mere descrizioni che a esso venivano sovrapposte.”[10]

"Orientalismo è un ripensamento di quello che per secoli è stato ritenuto un abisso invalicabile tra Oriente e Occidente. Il mio scopo non era tanto eliminare le differenze – chi mai può negare il carattere costitutivo delle differenze nazionali e culturali nei rapporti tra esseri umani? – quanto sfidare l’idea che le differenze comportino necessariamente ostilità, un assieme congelato e reificato di essenze in opposizione, e l’intera conoscenza polemica costruita su questa base. Ciò che auspicavo era un nuovo modo di leggere le separazioni e i conflitti che avevano provocato ostilità, guerre e l’affermarsi del controllo imperialista.”[11]

Edward Said, (un sito utile per saperne di più: http://www.rainews24.it/ran24/rubriche/incontri/autori/said.asp) in Italia, non è ancora noto al grande pubblico, è conosciuto tra le persone che si occupano di Medio Oriente, e nemmeno tra tutte! In Israele, è stato sicuramente quasi più letto che in Palestina/Territori Occupati in quanto lo stesso Arafat aveva proibito la diffusione dei suoi libri.
Nel saggio, Said ripercorre il viaggio e lo sguardo dei diversi viaggiatori occidentali in Oriente. Si sofferma a parlare di Chateaubriand, molto del viaggio in Egitto e Palestina di Flaubert con l’amico Maxime Du Camp, ma gli sfugge l’antisemitismo di Pierre Loti. Forse Said non aveva letto il suo diario a Gerusalemme dove Loti si lascia andare a delle forme di antisemitismo davvero impressionanti. Siamo nella primavera del 1894, dopo qualche mese scoppierà l’Affaire Dreyfus e Pierre Loti, non dimentichiamolo, è un militare.
Oggi in Francia si assiste, da parte di alcuni critici, ad una rivalutazione di questo scrittore minore che tanto impressionò Van Gogh e già molte sono le voci che si stanno sollevando contro, soprattutto quella gli Armeni di Francia; ma riprenderò l’argomento quando, in un altro post, mi occuperò del pellegrinaggio di Pierre Loti in Terra Santa.

Qualche giorno fa, mi è capitato di leggere un articolo sulla rivista Terrasanta del giurista e storico palestinese prof. Abdul Hadi che collabora al Palestinian Academy Society for the Study of Interbational Affairs (Passia, http://www.passia.org/) e pensavo a quanto ancora ci sia in noi Europei un po’ (solo un po’?) di Chateaubriand nei confronti degli Arabi di Palestina, sebbene siano trascorsi due secoli.
Alla domanda: “Che cosa vi aspettate dall’Europa?”, il professore risponde: “ Quel che è andato storto finora fra i palestinesi e l’Europa è che gli europei non ci hanno trattato come partner. Hanno adottato il rapporto di sudditanza che c’è fra donatori e beneficiari: con il paternalismo dei finanziatori che danno fondi senza preoccuparsi eccessivamente di formare degli esperti che diventino autonomi. Oggi tutto questo può cambiare: ci vorrà molto tempo , ma ci aspettiamo che l’Europa possa aiutare i palestinesi ad aiutare se stessi nel realizzare quei valori che hanno fatto grande la storia europea:libertà, solidarietà, uguaglianza, indipendenza, democrazia, formazione, Stato di diritto”(Rivista di Terrasanta, numero 6, novembre-dicembre 2007, p. 18 - http://www.terrasanta.net/)

La strada è decisamente in salita.


N.B.
Tutti sappiamo quanto la questione di Israele e Palestina sia complessa e dolorosa per i due popoli. Parlare di “muro” o di “barriera difensiva” dà già il punto di vista che si è scelto nel definire ideologicamente la realtà di cui si parla.
Quando scrivo del viaggio di Chateaubriand in Palestina, intendo la Palestina geografica, ovvero la Palestina del XIX secolo ancora sotto il dominio dell’Impero Ottomano.
Oggi la Palestina come Stato vero e proprio non esiste ancora: esiste invece l’Autorità Nazionale Palestinese che controlla i Territori occupati (ovvero la Cisgiordania/West Bank) e Gaza (che oggi è per lo più sotto il controllo di Hamas in forte tensione con l'ANP).
Giaffa, sin dal 1948, fa parte dello Stato di Israele.

[1] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem et de Jérusalem à Paris, Suivi du Journal de Julien, Gallimard, Folio classique, juin 2005. Edition et commentaires de J.-C. Berchet, p. 280
[2] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem et de Jérusalem à Paris, op. cit. p. 280
[3] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem et de Jérusalem à Paris, op. cit. pp. .331-332
[4] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem et de Jérusalem à Paris, op. cit. pp. 331-332
[5] Genèse XXI, 20-21: “Ismael abiterà lontano dai paesi abitati (…) stabilì il suo soggiorno nel deserto di Pharan” Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem… op. cit. p. 693 (nota)
[6] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem…op. cit. pp. 332
[7] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem…op. cit. pp. 333
[8] Edward Said, Orientalismo, Feltrinelli, 2001, pp.11-12.
[9]Ancor oggi è viva la querelle per l’attribuzione del progetto tecnico del Canale di Suez tra il francese Ferdinand de Lesseps e l’italiano Luigi Negrelli.
Napoleone il 19 maggio 1798 si imbarca a Tolone per l’Egitto, portando con sé 170 “savants”: si tratta della celeberrima campagna d’Egitto. Gli archeologi, gli astronomi, linguisti, storici e botanici che si erano aggiunti alla spedizione avevano come unica giustificazione quella di dare un supporto intellettuale e attirare la buona considerazione dell’Istituto nei confronti del futuro Napoleone.
[10] Edward Said, Orientalismo, Feltrinelli, 2001, pp.99.
[11] Edward Said, Orientalismo, Feltrinelli, 2001, dalla postfazione