venerdì 14 marzo 2008

FRANÇOIS-RÉNÉ DE CHATEAUBRIAND: UN ARISTOCRATICO A GERUSALEMME – 1806 (7^ parte) : IL MURO DEL PIANTO E LA VALLE DI GIOSAFAT












Foto 1: Antica edizione dell' Itinéraire de Paris à Jérusalem de Chateaubriand
Foto 2: Il Presidente francese Nicolas Sarkozy riceve il Presidente Israeliano Shimon Perès nella sua visita ufficiale in Francia (marzo 2008)
Foto 3: Pianta di Gerusalemme antica
Foto 4: A Gerusalemme, la chiesa di Sant’Anna e la Piscina Probatica
Foto 5: A Gerusalemme, la Piscina Probatica
Foto 6:Il Muro del pianto oggi
Foto 5: Il Muro del Pianto – 1845 H. Bartlett
Foto 7: Il Monte Sion oggi
Foto 8: La Valle di Giosafat e le Tombe dei re.
Foto 9: Valle di Giosafat


SARKOZY E IL DONO SCELTO PER PERES

Leggo sulla pagina in internet de Le Figaro, dell’11 marzo 2008, che in occasione della visita ufficiale in Francia del Presidente israeliano Shimon Pérès, il Presidente francese Nicolas Sarkozy ha scelto come regalo da donare al suo ospite, una stampa raffigurante l’aristocratico francese Chateaubriand e quattro volumi antichi dell’ Itinéraire de Paris à Jérusalem pubblicato in Francia nel 1802.

Chissà se Sarkozy, e i suoi consiglieri, conoscono il contenuto del libro. Il titolo è chiaro: si tratta del viaggio che il giovane aristocratico francese compì a Gerusalemme nell’ottobre del 1806 e molto probabilmente, ciò basterebbe a sancire il legame forte tra la Francia e Israele, secondo i politici d’oltralpe.
Ma come vengono raccontati gli Ebrei dal nobile cristiano francese, paladino e difensore della fede cristiana? Un pensatore che aveva da poco pubblicato in patria Le Génie du Christianisme e che partiva per conoscere i luoghi prescelti da Dio per la sua Incarnazione in Gesù Cristo?
Chissà se Perès poi se lo legge sul serio…

Di seguito, anticipo alcune riflessioni, appunti e brani da me tradotti che possono in parte darci un’idea di come Chateaubriand percepisse il mondo ebraico agli inizi del XIX° secolo. Se me ne occupo nella mia bibliothèque, è perché il suo pensiero mi appare più che mai attuale. Ciò non significa che io sia d’accordo con ciò che egli scrive, ma che i suoi “reportages” d’inizio secolo, possono dare al lettore del secondo millennio, nuovi e inesauribili spunti di riflessione, dal momento che anche un capo di stato lo sceglie come dono, consapevolmente o meno, per il presidente dello Stato d’Israele!

Curiosa, agli occhi di noi contemporanei, è la suddivisione che Chateaubriand ci presenta delle antiche vestigia presenti a Gerusalemme. Il suo interesse, come già abbiamo visto dal suo itinerario di viaggio, non è rivolto alla Palestina, ma a Gerusalemme, dove c’è il luogo Santo per eccellenza: la tomba vuota di Gesù Cristo: il Santo Sepolcro. Da vero paladino della fede, va direttamente al cuore della cristianità per vedere con i propri occhi, il luogo che ha cambiato il corso della storia.

Egli, in modo molto preciso, dettagliato e diligente, mette a conoscenza il lettore dei diversi monumenti che si possono visitare a Gerusalemme, distinguendone sei tipi:
1. monumenti prettamente ebraici;
2. monumenti greci e pagani ai tempi dei romani;
3. monumenti greci e romani al tempo del cristianesimo;
4. monumenti arabi o moreschi;
5. monumenti gotici sotto i re francesi;
6. monumenti turchi.

Sentiamo cosa ci racconta:
“
Veniamo ai primi.
Non si vede più alcuna traccia di questi a Gerusalemme, eccezion fatta per la piscina Probatica; annovero infatti i Sepolcri dei Re e le Tombe di Assalonne , di Giosafat e di Zaccaria, nel numero dei monumenti greci e romani eseguiti dagli Ebrei.
E’ difficile farsi un’idea chiara del primo e del secondo Tempio, da ciò che riporta la Scrittura e dalla descrizione che ne fa Giosafat; ma due cose si intuiscono: gli Ebrei avevano una predilezione per ciò che è cupo e grande, come gli Egiziani; essi amavano i piccoli dettagli e gli ornamenti ricercati, sia nelle incisioni su pietra sia negli ornamenti in legno, in bronzo e in oro.
Il Tempio di Salomone, essendo stato distrutto dai Siriani e il Secondo tempio ricostruito da Erode, rientra nell’ordine di quelle opere per metà ebraiche e per metà greche, di cui presto parlerò. Nulla dunque resta dell’architettura primitiva degli Ebrei a Gerusalemme, al di fuori della Piscina Probatica.
[1] […]. Giuseppe (Flavio) chiama questa piscina “stagnum Salomonis” (in latino nel testo), il Vangelo la chiama Probatica, perché venivano purificate le pecore destinate ai sacrifici. Fu al bordo di questa piscina che Gesù disse al paralitico: “Alzati, e prendi il tu letto”
Ecco tutto ciò che resta oggi della Gerusalemme di Davide e di Salomone.

[…] I monumenti della Gerusalemme greca e romana sono più numerosi, e formano una classe nuova e molto singolare nelle arti. Inizio con le tombe della valle di Giosafat e della valle di Siloé. Quando si attraversa il ponte del torrente di Cedron, si trova ai piedi del mons Offensionis il sepolcro di Assalonne.
[…]
[2]

Passiamo ora al terzo tipo dei monumenti di Gerusalemme, ai monumenti del cristianesimo prima dell’invasione dei Saraceni. Non ho più nulla da dire poiché li ho descritti quando ho dato conto dei luoghi santi. Farò soltanto una sottolineatura: poiché tali monumenti debbono la loro origine a dei Cristiani che non erano Ebrei, essi non serbano nulla del carattere mezzo-egiziano, mezzo greco che ho osservato nelle opere dei principi Asmonei e di Erode; essi sono semplici chiese greche del tempo della decadenza dell’arte.
[3]

Quindi i monumenti che fanno parte della storia ebraica, come ad esempio le Tombe dei Re e di Assalonne, sono “percepiti” come espressione dell’ arte romana: “pagana”, perché eretti prima del cristianesimo. Chateaubriand, come già sappiamo, dispone delle fonti della sua epoca che non smette mai di citare.
[4].
In viaggio, abbiamo incontrato molti gruppi di giovani israeliani (ragazzi e ragazze), in divisa militare, radunati presso una di queste tombe per ascoltare una visita guidata sulla loro storia. (Nella foto n 8 che ho scelto, forse è possibile scorgerli in lontananza).

Nonostante Chateaubriand abbia studiato l’ebraico, come cristiano e studioso, si è formato sulle traduzioni greche e latine dei testi sacri, l’influsso della cultura di cui queste lingue sono portatrici, con le categorie mentali che le caratterizzano, ha profondamente formato non solo la mente del giovane pensatore ma anche il cristianesimo occidentale nelle sue fondamenta, facendogli completamente rimuovere le radici ebraiche, che solo con il papato di Karol Woytila hanno cominciato a essere riconsiderate dalla massa dei fedeli cattolici
[5].
Chateaubriand, a mio avviso, incarna tutta la grandezza e il limite di questo tipo di cristianesimo, fino a divenirne il simbolo.

Tutto il resoconto di Chateaubriand è caratterizzato da uno sguardo fortemente cristiano: tutto per lui è in funzione della storia della salvezza. Quindi anche gli Ebrei e la loro esistenza.
Egli, sembra infatti rimanere indifferente all’aspetto religioso “di ciò che resta del Tempio”, oggi diremmo Muro Occidentale o Muro del Pianto. D’altra parte, è bene ricordare che quando giunge in Egitto, in pieno Ramadam, non annota nulla nei suoi appunti di viaggio: nemmeno lo stupore per le diverse abitudini religiose.

Edward Said continua a sottolineare l’indifferenza di Chateaubriand nei confronti della realtà che incontra, non si stanca di sottolineare, che per lui, tutto è in funzione della storia della Salvezza.
Non vede e riconosce nulla per ciò che è. Infatti, non andrà a visitare il Muro del Pianto, e se ci va, non ce ne parla; egli non lo nomina mai come luogo di preghiera caro agli ebrei. Ci racconta sì del Tempio ma solo per presentare, come ho già detto, i monumenti ebraici di Gerusalemme, che alla fine sono solo due: quel che resta del Tempio e la piscina Probatica.
Ma il Tempio è nominato per ricordare Gesù e le sue visite al Tempio oppure per raccontare la storia della Moschea del Tempio o di Omar- così chiamata, perché costruita sulle sue rovine.
E’ chiaro quindi che su quel che si intravede ancora del Tempio non posa affatto uno sguardo “ebraico”, ma, al contrario, totalmente cristiano.

E’curioso a questo punto far rilevare che la lunga descrizione dedicata al Tempio di Salomone e alla sua storia, è apparsa solo nelle prime edizioni dell’Itinéraire, in seguito, è stata inserita in nota dall’autore stesso.
[6] Forse non era reputata così importante e significativa da lui e dal suo pubblico che lo leggeva in Patria.

Certo, egli è uomo del suo tempo, un cristiano cattolico non certo figlio del Concilio Vaticano II né del papato di Karol Woytila!
La cristianità allora, viveva rapporti diversi con l’Ebraismo. Non esisteva ancora lo Stato di Israele e il Muro non aveva davanti a sé la grande spianata che gli conferisce un’imponenza e un’importanza che oggi può essere percepita da qualsiasi visitatore o pellegrino.
[7]

Ma ciò che colpisce il pellegrino Chateaubriand, non è il Muro del Pianto ma la Valle di Giosafat, dove si trovano le Tombe dei Re, (che egli reputa monumenti pagani).
L’aspetto della vallata è di desolazione sia nella parte occidentale che nella parte orientale (Monte degli ulivi e dello scandalo). “Le pietre del cimitero degli Ebrei si mostrano come un ammasso di relitti ai piedi della montagna dello scandalo, sotto il villaggio arabo di Siloan”.
La parte occidentale è una grande falesia di gesso che sostiene le mura gotiche di Gerusalemme; sopra si intravede Gerusalemme. Di fronte: il Monte degli Ulivi e dello scandalo, essi hanno un colore rossastro scuro e sui fianchi deserti, sparute vigne nere e bruciate, boschetti di olivi, cappelle e oratori e rovine di moschea. Così ci descrive il panorama che si distende davanti ai suoi occhi.

Chateaubriand è fortemente impressionato da questo spettacolo di desolazione: la tromba del Giudizio Universale sembra essere già suonata. Qui giace la tomba di Giosafat e la Valle di Giosafat (o Valle dei Re) sembra servire da cimitero a Gerusalemme: gli Ebrei vengono a morire qui da tutte le parti del mondo, ci informa il nostro viaggiatore.
La valle è chiamata anche Valle dei Dolori: qui Davide compose i canti del lutto, Geremia fece sentire le sue Lamentazioni e Gesù Cristo iniziò la sua passione nella solitudine .

“Valle così piena di misteri che secondo il profeta Gioele, tutti gli uomini vi devono comparire un giorno davanti al giudice temibile. Congregabo omnes gentes, et deducam eas in vallem Josaphat, et disceptabo cum eis ibi (Raccoglierò tutte le genti, e le porterò nella valle di Giosafat, e là emetterò un giudizio con loro)
[8]. È ragionevole, dice il padre Nau, che l’onore di Gesù Cristo sia riparato pubblicamente nel luogo dove è stato privato della vita attraverso tanti obbrobri ed ignominie e che egli giudichi giustamente gli uomini, nel luogo dove essi l’hanno giudicato così ingiustamente.”[9]

Anche poco prima di partire, si sofferma nella valle di Giosafat ai piedi della tomba di Giosafat, rivolto al Tempio per immergersi nella lettura della grande tragedia di Racine Athalie(1691)
Sceglie l’ultima tragedia del grande drammaturgo francese di ispirazione biblica, il riferimento è al passaggio del Libro dei Re. Athalie è una donna che ha preso il potere e ha instaurato il culto di Baal. Ella vuole distruggere la stirpe di Davide, ma perirà sotto le sue stesse trame. Tutta la scena dei cinque atti è il tempio di Gerusalemme.
Chateaubriand si lascia trasportare dai versi di Racine e gli sembra di sentire le voci dei profeti ma più che la Parola a smuoverlo sono i versi di Racine.
[10]
Dopo averli assaporati, con lo sguardo rivolto la tempio, se ne tornerà al convento dei francescani.
AL MONTE SIONNel suo girovagare per Gerusalemme, Chateaubriand si reca anche al Monte Sion dove incontra ebrei vestiti di stracci, seduti in mezzo alla polvere di Sion mentre cercano gli insetti che li stanno divorando, con gli occhi fissi sul Tempio.
Da studioso, ha fatto delle ricerche sulla condizione degli Ebrei a Gerusalemme dalla distruzione del Tempio di Tito fino ai suoi giorni ma preferisce rimandare il lettore ad altre opere, in particolare a quella dell’abate Guenée, uno studioso (1717-1803), autore di una eruditissima Recherche sur la Judée.
Chateaubriand, non ama fare come quei viaggiatori a lui contemporanei che attingono da altri autori senza citarli, per far sfoggio di un’ erudizione in realtà “rubata”. Egli, al contrario, essendo venuto a conoscenza di quest’opera che si trova pubblicata nelle Memorie dell’Accademia delle Iscrizioni, dichiara l’inutilità dei propri studi e delle proprie ricerche e, per questo, decide di non soffermarsi su questo aspetto, rimandando i lettori direttamente all’opera segnalata.
[11]

Un giorno, camminando attorno al Monte Sion, vorrebbe comprare una torah in una sinagoga (Chateaubriand aveva studiato un poco l’ebraico), ma il rabbino non glielo permette. L’episodio ci viene riportato così come è accaduto, senza alcun rancore o giudizio morale sul rabbino o sulle abitudini e usanze ebraiche.
Ciò che impressiona l’aristocratico francese è la miseria del quartiere e delle case, nient’altro.
Riguardo agli Ebrei di Gerusalemme, egli così annota nel suo Itinéraire: “Hanno osservato che gli Ebrei stranieri che si fissano a Gerusalemme, vivono per poco tempo. Quanto a quelli di Palestina, sono così poveri che ogni anno vanno a fare delle ricerche tra i loro fratelli d’Egitto e del Marocco”
[12]

Poco prima di lasciare la Palestina, egli annota alcune considerazioni sul popolo ebraico, che, come sempre, trasfigura in funzione della storia della salvezza:

“Mentre la novella di Gerusalemme esce così “dal deserto, brillante di chiarezza”, buttate l’occhio tra la montagna di Sion e il Tempio; vedete questo piccolo popolo che vive separato dal resto degli abitanti della città. Oggetto particolare del disprezzo di tutti, china il capo senza lamentarsi; subisce tutte le umiliazioni che gli vengono fatte in pubblico, senza chiedere giustizia, si lascia aggredire senza lamentarsi; gli chiedono la testa: la presenta al cimitero. Se qualche membro di questa società messa ai margini, giunge qui per morire, il suo confratello lo seppellirà senza farsi vedere durante la notte, nella valle di Giosafat, all’ombra del tempio di Salomone. Penetrate nella dimora di questo popolo, lo troverete in una miseria spaventosa, mentre fa leggere un libro misterioso a dei bambini che, a loro volta, lo faranno leggere ad altri bambini. Questo popolo continua a fare ciò che faceva cinquemila anni fa. Ha assistito diciassette volte alla rovina di Gerusalemme, e nulla può scoraggiarlo; nulla può impedirgli di volgere lo sguardo da Sion. Quando vediamo gli ebrei dispersi sulla terra, secondo la parola di Dio, ne restiamo probabilmente sorpresi: ma per essere còlti da uno stupore soprannaturale, bisogna ritrovarli a Gerusalemme; è necessario vedere questi legittimi padroni della Giudea schiavi e stranieri nel loro stesso Paese; è necessario vederli mentre attendono sotto tutte le oppressioni, un re che deve venire a liberarli. Schiacciati dalla Croce che li condanna e che è piantata sulle loro teste, nascoste vicino al tempio, di cui non resta pietra su pietra, essi dimorano nella loro deplorevole cecità. I Persiani, i Greci, i Romani sono scomparsi dalla terra; e un piccolo popolo, la cui origine precedette quella dei grandi popoli, esiste ancora, senza essersi mai mescolato, nelle rovine della propria patria. Se qualcosa, tra le nazioni, porta in sé un carattere miracoloso, noi riteniamo che esso stia qui. E cosa può suscitare maggiore meraviglia, persino agli occhi del filosofo, se non questo incontrarsi dell’antica e della nuova Gerusalemme ai piedi del Calvario: la prima mentre si affligge al cospetto del sepolcro di Gesù Cristo risuscitato¸ la seconda, mentre si consola presso l’unica tomba che non avrà nulla da restituire alla fine dei secoli!”
[13]

Chateaubriand è un uomo intriso di una cultura tutta francese e cattolica che guarda e sosta in quei luoghi che hanno ospitato la nascita del figlio di Dio, con il cuore e lo sguardo di un mondo che guarda solo in funzione di se stesso e della propria storia.
Gerusalemme e i suoi luoghi lo confermano, infatti, della bontà del proprio mondo.
Egli non sembra percepire la grande apertura del Vangelo e non fa proprio lo sguardo che se assunto nel profondo, squarcerebbe tutte le coordinate che ognuno ha assimilato dentro di sé.

In queste pagine, incontriamo un uomo del XIX° secolo chiuso nel proprio universo: un viaggiatore che si vede confermare nelle proprie certezze, esaltando così la percezione di sé e della cultura di cui è espressione.
Eppure, a mio modestissimo parere, non è troppo lontano da tanti cattolici tradizionalisti che spesso occupano le pagine dei giornali per qualche manifestazione, invettiva pro-cristiana e, ahimé, anti-ebraica.
[14]

Chateaubriand, dopo aver ripercorso a suon di numeri e immagini atroci, il massacro che Tito fece del popolo ebraico, facendo riferimento alla fonte dell’abate Guenée, così scrive:

“Dio ascoltò il voto degli ebrei e per l’ultima volta esaudì la loro preghiera, dopo di ché distolse lo sguardo dalla Terra Promessa e scelse un nuovo popolo
”[15]
NOTE AL TESTO
[1] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem, op.cit., pp.390-391. La Piscina Probatica o Piscina di Betsheda: “Il Vangelo racconta che un giorno Gesù venne condotto alla Piscina Probatica, nel quartiere di Bethesda, a nord di Gerusalemme, e che là guarì uno dei paralitici che si immergevano nelle sue acque. Ai tempi di Gesù la piscina era formata da due vasche rettangolari, profonde 20 m e circondate da un portico: queste grandi cisterne fornivano al Tempio, che non è lontano, l'acqua per le abluzioni rituali. La piscina deve il suo nome al greco probatiké (delle pecore), con cui si designava una porta nelle mura della Città Vecchia: con il passare dei secoli è stata trasformata prima in un tempio romano, consacrato al dio della medicina Esculapio, e quindi in una basilica paleocristiana dedicata alla Madonna. Oggi è un'area archeologica di proprietà dal 1856 del governo francese, ed è affidata ai Padri Bianchi.(http://www.sapere.it)/.”, insieme alla Chiesa di Sant’Anna aggiungiamo noi. Tale restituzione da parte dei Turchi alla Francia avvenne a seguito della Guerra di Crimea (1853-1856) come segno di riconoscenza per essere stati alleati, insieme agli inglesi, contro la Russia zarista.
[2] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem, op.cit., pp.391
[3] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem, op.cit., pp.399
[4] Oggi l’Archeologi in Israele e nei Territori occupati è divenuta una vera e propria arma da guerra. Segnalo un articolo a mio avviso molto interessante, che ovviamente propone il “suo” punto di vista a questo proposito (!)http://www.custodia.org/spip.php?article2416&lang=it : Archeologia alternativa: “da Siloe a Silwan”. Preoccupati del sistematico uso politico delle ricerche archeologiche e del discredito a cui di conseguenza è sottoposta l’archeologia stessa, alcuni archeologi hanno deciso di fondare un’organizzazione con lo scopo di opporsi a questa deriva ideologica. Il gruppo si chiama “Da Siloe [il nome ebraico] a Silwan [il nome arabo]”. Messo on line il lunedì 18 febbraio 2008 da Eugenio
[5] Consiglio un bellissimo libro “Il Dio in armi”, di Jill Hamilton, una storica inglese che dimostra quanto la religione protestante , da sempre attenta all’Antico Testamento, abbia non poco influenzato i politici inglesi durante la politica estera del mandato britannico, e non solo. A suo parere, la cultura protestante ha dato un impulso non indifferente alla creazione dello Stato di Israele.
[6] Nelle prime edizioni dell’Itinéraire, si trova una descrizione dettagliatissima del tempio e dello stile. Nelle edizioni successive tale descrizione vien soppressa. Oggi fa parte del corredo di note della pubblicazione Gallimard.
[7] La grande spianata davanti al Muro Occidentale è stata fatta dopo la vittoria di Israele della guerra dei sei giorni (1967). Il muro si trovava racchiuso e confinato da case: molte di queste case erano abitate dalla popolazione araba. Dalle foto che ho scelto, si può vedere il muro come è oggi e come era prima del 1967. “Il 10 giugno le ruspe israeliane cominciarono a radere al suolo il quartiere medievale Mughrabi nella Città Vecchia cancellandolo completamente nel giro di quattro mesi con la distruzione di 135 case abitate da circa 650 mussulmani . L’operazione aveva lo scopo di realizzare una grande piazza di fronte al Muro occidentale che permettesse ad un maggiore numero di ebrei di pregare di fronte al Muro del pianto” di Maurizio Debanne.
[8] Gioele, III,2.
[9] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem, op.cit., pp 359
[10] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem, op.cit., pp 407-408
[11] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem, op.cit., pp 382
[12] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem, op.cit., pp 381
[13] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem, op.cit., pp 449-450
[14] (A questo proposito rimando – per chi ne avesse tempo e voglia - alla lettura del post del 9 febbraio (titolo La preghiera per gli Ebrei), che poco tempo fa mio marito, Lorenzo Gobbi, ha scritto in occasione del cambiamento voluto da papa Benedetto XVI nella preghiera del venerdì Santo, nel testo della Liturgia che si celebra in latino, http://www.lattenzione.blogspot.com/)
[15] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem, op.cit., pp. 369

domenica 9 marzo 2008

FRANÇOIS RÉNÉ DE CHATEAUBRIAND: UN ARISTOCRATICO A GERUSALEMME – 1806 (6^ parte) ALLA PORTA DI GIAFFA E AL CONVENTO DELLA CUSTODIA DI TERRASANTA










Foto 1 : Vista di Ramlah (AL-Ramla) oggi
Foto 2: Convento dei Padri Latini di terra Santa a Ramla (Al-Ramla)
Foto 3: Un Firman
Foto 4: Drogman, guida interprete
Foto 5: Porta di Giaffa a Gerusalemme
Foto 6: Torre di David a Gerusalemme
Foto 7: Chiesa di San Salvatore a Gerusalemme – Custodia di Terra Santa
Foto 8 Stemma della Custodia di Terrasanta

ARRIVO A GERUSALEMMEA Rama[1], Chateaubriand viene raggiunto da un drogman mandato dal Custode francescano di Gerusalemme, che insieme alla scorta araba, ha il compito di condurlo fino a Gerusalemme.

“Buone notizie mi attendevano a Rama: ci trovai un drogman
[2] del convento di Gerusalemme che il Custode inviava davanti a me. Il capo Arabo che i Padri avevano mandato a chiamare e che doveva servirmi da scorta, si aggirava da qualche parte nella campagna; infatti, l’Aga di Rama non permetteva ai Beduini di entrare in città. La tribù più potente delle montagne della Giudea risiede nel villaggio di Geremia: essa apre e chiude a piacimento la strada di Gerusalemme ai viaggiatori.”[3]

Viaggiando con Chateaubriand incontriamo Arabi, Turchi e molto più raramente Ebrei, che restano confinati nell’Antico Testamento: una presenza ormai superata dalla buona novella, secondo l’aristocratico francese. Degli Arabi non ha una buona opinione (come abbiamo visto nei post precedenti), ma nemmeno dei Turchi ha molta stima, poiché essi non fanno altro che vessare pellegrini e religiosi con imposte arroganti e spesso arbitrarie. Sin dal suo arrivo a Gerusalemme, alla Porta dei Pellegrini o Porta di Giaffa, dovrà pagare il tributo di ingresso, somma che dovrà versare anche quando si recherà al Santo Sepolcro, dove un Turco sarà già stato avvisato per accoglierlo e per aprirgli le porte, l’irritazione di Chateaubriand è, a questo proposito, senza ambiguità: “Di nuovo pago a Maometto il diritto di adorare Gesù Cristo”
[4]

Il Padre francescano Bonaventura, sarà perciò felicissimo di accogliere, nel convento di Gerusalemme, i due pellegrini francesi che viaggiano sotto la protezione del Ministro degli Esteri Talleyrand. I religiosi si trovano, infatti, in serie difficoltà nei confronti del Pascià Abdallah che governa la città. Quando Chateaubriand giunge al convento, i soldati di Abdallah sono già lì per farsi dare tutto quello di cui hanno bisogno.

Ma procediamo con ordine: il 4 ottobre 1806, giorno di San Francesco e dunque festa del Patrono dei Padri Latini, Chateaubriand arriva finalmente alla Porta di Giaffa, detta anche porta dei Pellegrini, ascoltiamolo:

“Entrammo a Gerusalemme dalla porta dei Pellegrini. Vicino a questa porta si erige la torre di David, conosciuta di più con il nome della torre dei Pisani. Pagammo il tributo, e seguimmo la strada che si presentava dinnanzi a noi: poi girando a sinistra, tra due specie di prigioni di pietra intonacata che chiamano case, arrivammo a mezzogiorno e 22 minuti al monastero dei Padri Latini. Lo invadevano i soldati di Abdallah che si facevano dare tutto ciò che poteva convenir loro. Bisogna essere al posto dei Padri di Terra-Santa, per comprendere il piacere che provarono al mio arrivo. Si credettero in salvo per la presenza di un solo Francese. Rimisi al Padre Bonaventura di Nola, Custode del convento, una lettera del generale Sebastiani. «Signore, mi dice il Custode, è la Provvidenza che vi ha guidato fino a noi. Avete delle ordinanze di strada (rilasciate dall’autorità turca)
[5]? Permetteteci di inviarle al Pascià; saprà che un Francese è disceso al convento; crederà che noi abbiamo una protezione speciale dell’Imperatore. L’anno scorso ci costrinse a pagare 60.000 piastre, secondo ciò che è in uso, noi gliene dobbiamo soltanto 4.000, ancora a titolo di semplice offerta. Quest’anno vuole riuscire a strapparci la stessa somma e ci minaccia di usare tutta la forza in suo potere, se noi ci rifiutiamo. E poiché da quattro anni non riceviamo più nessuna offerta dall’Europa, ci vedremmo obbligati a vendere i vasi sacri: se andiamo avanti così, saremmo costretti ad abbandonare la Terra-Santa e lasciare ai Maomettani la Tomba di Gesù Cristo.” [6]

In tutto il suo Itinéraire, Chateaubriand non perde occasione per elogiare le istituzioni cristiane preposte ad ospitare i pellegrini; ne celebra il coraggio, il martirio e la generosità poiché il viaggiatore che si trovasse a visitare i luoghi santi, potrà sempre trovare in esse: carità, amicizia e aiuto.

“Toccanti istituzioni cristiane grazie alle quali il viaggiatore trova degli amici e dei soccorritori nei paesi più barbari; istituzioni di cui ho già parlato altrove e che non saranno mai abbastanza ammirate.”
[7]

Ma i pellegrini latini, continua a raccontarci Chateaubriand, non sono poi così tanti. I più numerosi sono quelli greco-ortodossi, armeni ed ebrei. Pochissimi sono invece i pellegrini cattolici latini che giungono a Gerusalemme: una ragione, questa, per cui i Francescani vivono una situazione di difficoltà sia economica che politica, nei confronti dell’autorità turca, verso la quale Chateaubriand spende, il più delle volte, parole e giudizi molto negativi.
Per di più - egli continua - i pellegrini che giungono a Gerusalemme non sono ricchi, sicché non possono lasciare grandi offerte. Per suffragare il suo racconto, Chateaubriand riporta, come è solito fare nel suo Itinéraire, la testimonianza dei tanti che l’hanno preceduto, tra questi troviamo Jean Doubdan, noto pellegrino del XVII° secolo, che egli cita testualmente:

“I Religiosi – è Jean Doubdan che scrive - che vi dimorano (nel convento di San Salvatore) e che militano sotto la regola di San Francesco, conservano una strettissima povertà, vivono soltanto di elemosine e carità che la Cristianità invia loro e che i pellegrini donano loro, ciascuno secondo le proprie facoltà; ma poiché questi sono ancora lontani dal loro paese, non sanno ancora le grandi spese che dovranno affrontare per il ritorno, cosicché lasciano loro poche elemosine; ma ciò non impedisce che essi siano ricevuti e trattati con grande carità”
[8]

Come abbiamo già sottolineato più volte, Chateaubriand è un vero e proprio difensore, non solo della fede cristiana, ma di tutti i Religiosi, soprattutto quelli cattolici, chiamati a custodire i luoghi santi. Persone che, costrette a vivere lontano (a quel tempo erano occidentali, per lo più italiani, francesi e spagnoli), sanno comunque serbare generosità e gentilezza verso tutti i pellegrini che vengono a chiedere loro ospitalità, che non sempre viene ripagata come si converrebbe.

“Parliamo ora dei pellegrini. Le narrazioni moderne hanno un po’ esagerato le ricchezze che i pellegrini devono diffondere al loro passaggio in Terra Santa. E innanzitutto di quali pellegrini si tratta? Non sono pellegrini latini, giacché non ce ne sono più, e tutti generalmente concordano. Nello spazio dell’ultimo secolo, i Padri di San Salvatore hanno forse visto non più di 200 viaggiatori cattolici, compresi i Religiosi dei loro Ordini, e i missionari nel Levante. Che i pellegrini latini non siano mai stati numerosi, lo si può provare con mille esempi”
[9]

Per di più i pellegrini cristiani devono sempre sostenere molte spese per i diritti di passaggio che devono pagare ai Turchi o agli Arabi: per l’ entrata ai luoghi santi, pedaggi etc…Chateaubriand sopporta male questo aspetto: ne è addirittura indignato. Diverse volte troviamo nel suo Itinéraire, una lista ben dettagliata delle spese di viaggio, e del soggiorno a Gerusalemme:

“Spesa solita che fa un pelerino en la sua intrata da Giaffa sin a Gerusalemme, e nel ritorno a Giaffa
Cafarri:
in Giaffa dopo il suo sbarco Cafarro 5 piastre e 20 para
in Giaffa prima del imbarco al suo ritorno 5 piastre e 20 para
Cavalcatura sin a Rama, e portar al Avaro, che accompagna sin a Gerusalemme 1 piastra e 20 para
Pago al Aravo che accompagna 5 piastre e 30 para
Pago al vilano, che accompagna da Gérasma 5 piastre e 30 para
Cavalcatura per venire da Rama ed altra per ritornare” 10 piastre
”
[10]
(Etc.. aggiungo io che non ricopio tutto!!)

Oltre alla povertà, Chateaubriand si sofferma a ricordare il martirio subìto dai religiosi: la lista è talmente lunga che sarebbe “abusare della pazienza del lettore” per raccontare tutte le sofferenze sopportate. Le sue fonti non sono solo i viaggiatori che l’hanno preceduto, come Jean Doubdan (XVII secolo), ma è anche il registro dei firman
[11] dei francescani a rivelarsi una fonte preziosissima per conoscere le angherie, le umiliazioni e le sofferenze che questi frati hanno dovuto sopportare negli anni, o meglio nei secoli. E sebbene ne restino pochi fogli, perché sono andati bruciati in occasione di qualche assalto o devastazione da parte dei Turchi, ne restano a sufficienza per testimoniare la loro grande fede.
E oltre alla sorpresa di scoprire questo “catalogo evangelico” vedere che questi firman sono stati ottenuti su sollecitazione dell’ambasciatore di Francia inorgoglisce ancor di più il nostro aristocratico francese.

“Confesso che la mia ammirazione per sì tante sofferenze così coraggiosamente sopportate era davvero grande e sincera; ma quanto rimasi colpito nel ritrovare di continuo questa formula: Copia di un firman ottenuto per sollecitazione dell’Ambasciatore di Francia, etc.! Onore a un paese che, dal cuore dell’Europa, veglia fino in fondo all’Asia, per la difesa del povero, e protegge il debole contro il forte! Mai la mia patria è parsa ai miei occhi così bella e gloriosa, se non quando ho ritrovato le gesta della sua beneficenza nascoste a Gerusalemme nel registro in cui sono iscritte le sofferenze ignorate o le iniquità sconosciute dell’oppresso e dell’oppressore."
[12]

Siamo nel 1806, Napoleone è diventato da poco imperatore (1804) e la campagna d’Egitto ha già avuto luogo. Chateaubriand, nonostante sia ben contento di poter essere utile al Custode di Terra Santa (che come abbiamo visto gli chiedeva espressamente di far avere al più presto i firman al Pascià di modo che questi venisse a conoscenza che essi godono della protezione dell’Imperatore), lo prega vivamente di attendere qualche giorno, perché vorrebbe recarsi subito al fiume Giordano e a Betlemme: una volta rientrato, non avrebbe esitato a inviare le ordinanze al Pascià, come richiestogli dal Custode.
Per recarsi fino al Giordano e a Betlemme, il francescano mette a disposizione dei due viaggiatori francesi una guida turca: Ali-Aga, la quale consiglia ai due pellegrini di indossare nuovamente i loro vestiti francesi, poiché essi hanno il potere di suscitare timore e rispetto nei confronti della popolazione del luogo.

I nostri due pellegrini si accingono a partire, ma mentre Chateaubriand si prepara per la partenza, sente un canto salire dalla chiesa del monastero. In quel momento, si ricorda che non solo è il giorno di San Francesco ma è anche il suo onomastico! Allora si precipita a pregare per sua madre, “per colei che un tempo mi aveva dato la vita”
In chiesa, si commuove nel vedere questi religiosi cantare lode a Dio in un luogo che dista poco più di 300 passi dal Santo Sepolcro: “Mi sentivo toccato alla vista di questa debole ma invincibile milizia rimasta sola per la custodia del Santo Sepolcro”
[13]

Sembrerebbe che lo spirito crociato non si sia ancora spento nell’animo di molti cristiani europei. Mentre, oggi, molti cristiani arabi stanno fuggendo dal Medio oriente: è un esodo che non sembra volere arrestarsi. Dov’è la grande stampa europea cristiana Kattolica? Perché non ci narra delle vere tragedie che si stanno consumando in questi giorni?
Perché i nostri vescovi sono sempre lì a gridare alla chiesa aggredita e non si ricordano di difendere e sostenere le migliaia di cristiani che, non vedendo più possibilità di una vita dignitosa, decidono di emigrare? Perché i nostri vescovi e politici Kattolici sono così tiepidi al riguardo?

Consiglio vivamente la lettura del sito:
http://www.terrasanta.net/ e http://www.custodia.org/ (sito della Custodia di Terrasanta).
E qui mi sento un po’ “Chateaubriand”: davvero non deve essere facile per i frati francescani, ma anche e soprattutto per tutti i cristiani (cattolici e non), vivere in Medio Oriente di questi tempi.

Un altro sito che consiglio, per tutt’altri motivi, è un sito messo in rete dalla Bibliothèque Nationale de France dove è possibile trovare documenti, fotografie e testi che raccontano il Voyage en Orient del XIX° secolo.
http://expositions.bnf.fr/veo/index.htm
NOTE AL TESTO
Le traduzini dei brani qui riportati sono opera della sottoscritta.
[1] Ramla o Ramlé o Al- Ramla da non confondere con Rama vicino a Betlemme. E’ stata la capitale musulmana nel VII sec nell’ l’antica Arimatea. Si trovava sulla strada che da Jaffa (oggi Tel-Aviv Jafo) portava a Gerusalemme. Dal 1948 fa parte dello Stato di Israele e ha preso il nome di Ramlah. La popolazione è sia ebrea che araba. Nel sito della Nakba palestinese, essa è ancora ricordata come terra perduta (http://www.palestineremembered.com/al-Ramla/al-Ramla/SatelliteView.html).
[2] Guida interprete
[3] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem, op.cit., pp. 292-293
[4] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem, op.cit., pp 389
[5] Si tratta dei “firman”: un firman è un decreto reale emesso dal sovrano di alcuni paesi islamici che includono l’Impero Ottomano, l’Impero moghol o l'Iran durante il periodo monarchico. La parola firman viene dal persiano farmân e significa "décreto" o "ordine". In turco, viene chiamato un ferman. (informazione tratta dal sito fr.wikipedia.org)
[6] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem et de Jérusalem à Paris, op. cit. pp. 299
[7] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem et de Jérusalem à Paris, op. cit. pp. 281
[8] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem et de Jérusalem à Paris, op. cit. pp 419
[9] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem et de Jérusalem à Paris, op. cit. pp 413
[10] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem et de Jérusalem à Paris, op. cit. pp 415
[11] Vedi nota 5.
[12] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem et de Jérusalem à Paris, op. cit. pp 423
[13] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem et de Jérusalem à Paris, op. cit. pp 300

sabato 8 marzo 2008

UN MIO SGUARDO SU GERUSALEMME E IL CONFLITTO 'ETERNO'







Foto 1 e 2: Gerusalemme oggi e nel 1854
Foto 3: François-Réné de Chateaubriand (1768-1848)
A 38 anni viaggia in Terrasanta: dal luglio 1806 al maggio 1807
A Gerusalemme: dal 1° ottobre al 16 ottobre 1806
Foto 4: Gustave Flaubert (1821-1880)
A 28 anni viaggia in Oriente dal 29 ottobre 1849 al 15 giugno 1851
A Gerusalemme dall’8 al 23 agosto 1850
Foto 5: Maxime Du Camp (1822-1894)
A 29 anni viaggia in Oriente dal 29 ottobre 1849 al 15 giugno 1851
A Gerusalemme dall’8 al 23 agosto 1850
Foto5 : Pierre Loti (1850-1923)
A 44 anni viaggia in Terra Santa: dal febbraio 1894 all’aprile 1894
A Gerusalemme nella Pasqua del 1894 (dal 26 marzo al 16 aprile)




Quando sono stata a Gerusalemme nel Natale del 2005, non avevo ancora letto l’Itinerario da Parigi a Gerusalemme (1806) di François-Réné de Chateaubriand né il viaggio in Oriente (1848) di Flaubert e di Maxime Du Camp, né tanto meno il diario a Gerusalemme (1894) di Pierre Loti - so che ci sono altri scrittori francesi come Lamartine, Gérard de Nerval e altri che hanno viaggiato in Oriente (oggi Medio Oriente), ma li devo ancora affrontare: sono lì pronti che aspettano.
Avevo tuttavia letto già diversi narratori del 900 e contemporanei: israeliani, ebrei, palestinesi, arabi cristiani e mussulmani e mi ero già documentata su tutta una storiografia presente sul mercato editoriale italiano, cercando più punti di vista: dagli storici israeliani come Benny Morris, Ilan Pappe a quelli palestinesi, compresi gli italiani, gli inglesi, francesi e tanti altri.
Ho inserito nei miei “preferiti” ormai tanti siti: di Israele, Palestina e Terrasanta e del Medio Oriente. Insomma, è da anni che seguo la “questione israelo-palestinese” – così come viene comunemente chiamata – e l’unica risposta che mi sono data alle ragioni della tragedia in atto in Terra di Israele e di Palestina e Terrasanta è quella di sospendere qualsiasi giudizio di parte (chi sono io per farlo?).

Penso che la questione del “conflitto israeliano-palestinese” sia in realtà mal posta: e proverò a spiegare il perché.

Ma torniamo ai libri e alle storie che raccontano altre storie.
Ho trovato che la potenza della narrazione (una forma letteraria che più mi corrisponde ed appassiona, forse perché non sono una storica né per passione né tanto meno per formazione) riesca a far sì che il lettore meglio si immedesimi nell’altro. Di tutta questa “faccenda”, questo aspetto è fondamentale. Senza un’empatia vera e profonda, non è possibile non solo giudicare ma tanto meno provare a dire: questo sì e questo no. Perché qui sta il punto: bisognerà arrivare a dire: questo sì, questo no. Tengo a precisare che nell’immediato, qualsiasi forma di violenza è a mio avviso controproducente: sia quella dell’esercito israeliano sia quella dei combattenti o terroristi o come ognuno decida di chiamarli. E se si segue la logica di chi ha iniziato prima, si deve per forza tornare in Europa (un’Europa estesa anche alla Russia, s’intende!) e negli Stati Uniti.

Qui sta il punto. Ecco perché la “questione israelo-palestinese” è posta male: la lingua delimita una realtà semplificandola. La questione è molto più complessa e se il cittadino europeo e, di conseguenza, il suo rappresentante politico non “sente”, non percepisce la questione come propria, saremo sempre punto a capo. L’Europa non può lasciare agli Stati Uniti la gestione di tutta questa tragedia, essa deve – anzi dobbiamo - , a mio avviso, assumerci tutte le nostre responsabilità. Edward Said, David Grossman, Amos Oz, sebbene con sfumature (a volte sostanziali!) diverse, hanno sempre visto nell’Europa un interlocutore fondamentale.

Nella storia collettiva come in quella individuale si tende – si sa - a scaricare sull’altro tutto il peso delle proprie responsabilità. Ripetiamo all’infinito le semplificazioni di sempre: gli Israeliani sono i buoni perché è da secoli che subiscono, i Palestinesi sono invece i cattivi che tirano le pietre e che si fanno esplodere come bombe, non hanno voluto la pace nel ‘49 e allora adesso di cosa si lamentano? Oppure il contrario: gli Israeliani, o peggio ancora gli Ebrei, sono i cattivi sionisti che perseguono un terrorismo di stato mentre i Palestinesi sono le povere vittime. Allora come se ne esce? Ma soprattutto: noi, in tutto questo, possiamo davvero chiamarci fuori e puntare il dito contro l’uno o l’altro, con tutti gli anatemi annessi e connessi? Ritenendoci magari “superiori” perché non ci siamo impantanati in tanto sangue che sembra non esaurirsi mai ?

Sento bruciare tra i tasti del computer le parole – quando si parla di queste tragedie, tutto diviene incandescente. Meglio dunque proseguire con le mie letture che, se alimentate in tutte le direzioni, possono rischiarare qua e là e aiutare a capire, a sospendere il giudizio di condanna dei buoni e dei cattivi e a rafforzare una “terapia collettiva” che possa aiutare la politica europea a intervenire in termini di giustizia e di pace. La consapevolezza collettiva può, in taluni casi, sostenere la politica ad agire.
Per le parti coinvolte, sarà dolorosissimo, ma come dice Oz, è l’unica via possibile.

E io povera “padanese”, cristiana e cattolica (non Kattolica!) sperduta nell’oceano dei blog, cosa posso fare? Nulla di rilevante e significativo, non ho né la statura né i mezzi. Ma la mia storia mi ha portato qui. Ciò che oggi mi dà un senso è mettere in rete un po’ alla volta le mie riflessioni, traduzioni e sintesi.
Il blog è uno strumento stupendo per la diffusione delle idee e delle informazioni. Per questo, cerco sempre di scrivere la fonte di ciò che traduco e cito, è un segno di rispetto nei confronti di tutti coloro che si imbatteranno nella “mia bibliothèque de nuages” e che vorranno sfogliarne qualche pagina.

ECCO PERCHE' “MI PIACE” VIAGGIARE CON GLI SCRITTORI FRANCESI (ma non solo!)DEL XIX° SECOLO

La lettura dei viaggiatori francesi del XIX° secolo mi ha aiutato a cogliere quel filo potentissimo, ma oggi quasi invisibile o, peggio ancora, per alcuni addirittura inesistente, che da sempre lega la Terra di Palestina, di Israele, di Terrasanta (o come la si voglia chiamare), insomma (!) il Levante, con la nostra vecchia Europa.

La rilettura dei viaggiatori francesi e inglesi del XIX° secolo che ne ha fatto Edward Said, nel suo ormai celeberrimo saggio Orientalismo, mi ha restituito un’immagine di me stessa e della cultura di cui sono intrisa un po’ diversa da come me l’ero, a mia insaputa, costruita nel corso degli anni. Ho provato a cercare di capire. Ho provato ad ascoltare le ragioni dell’altro. Non è un esercizio che mi tocca ferite personali e collettive profonde: lo posso quindi fare perché non sono coinvolta emotivamente in questa tragedia sebbene abiti in Italia. Il caso (?),la Provvidenza (?), Dio (?), l’Eterno (?) mi ha fatto nascere qui a Verona, cristiana e cattolica. Punto. Per trovare me stessa ho dovuto tornare anche a queste origini. Ma ad ognuno la propria storia. Il proprio percorso.

Dopo queste letture mi sono chiesta: quale sguardo occidentale si è venuto a posare (o a violentare?) la Terra d’Oriente? Quanto siamo tutti in qualche modo responsabili di ciò che sta avvenendo in Israele, nei Territori Occupati, in Cisgiordania, a Gaza? Perché noi Europei non siamo consapevoli di questa responsabilità che ci lega a doppia mandata con quella Terra? Perché, a livello di opinione pubblica, si è sempre così ideologicamente divisi?

La lettura di questi libri non solo mi ha restituito la Francia e la Gerusalemme del XIX° secolo, ma mi ha dato l’opportunità di cogliere i cambiamenti di un’epoca. Tre date di viaggio: 1806,1848, 1894. Pochi gli uomini: un aristocratico con il suo domestico (François-Réné de Chateaubriand con Julien), due giovani letterati laici (Gustave Flaubert e Maxime Du Camp) e un militare (Pierre Loti), contemporaneo all’Affaire Dreyfus, alla ricerca di un senso da dare all’esistenza. Viaggiare con loro mi ha offerto una prospettiva che mi ha aperto orizzonti e punti di vista inaspettati in tutte le direzioni.

Nella mia “bibliothèque” sto cercando di riordinare i diversi appunti che ho buttato giù in occasione dei diversi incontri, conferenze che ho tenuto su questo argomento. Non sono un’esperta, e non mi definisco tale. Non sono nemmeno una viaggiatrice di razza. Ma mi è sempre piaciuto viaggiare e poi, per viaggiare o buttar giù qualche appunto, bisogna per forza “essere qualcuno”?

Adesso sto viaggiando con Chateaubriand e sto preparando il post numero 6.
Sono convinta che questo scrittore francese, vissuto a cavallo tra il XVIII° e il XIX° secolo, possa darci oggi più che mai, qualche strumento in più per leggere e cercare di capire, non solo la nostra cara e vecchia Europa, ma anche e soprattutto, la Terra di Palestina, di Israele, di Terrasanta (o come la si voglia chiamare). Forse ci aiuta a comprendere la tessitura fitta di legami che questo lembo di Terra ha con la nostra storia. Si tratta di una testimonianza, a mio avviso, preziosissima poiché ci restituisce lo sguardo che noi cristiani, cattolici (o Kattolici?) abbiamo sempre avuto nei confronti degli Arabi, dei Turchi, ma anche e soprattutto degli Ebrei.

Chateaubriand ragiona per categorie e per appartenenze religiose e culturali. Da un lato c’è la società civilizzata, la Francia, dall’altro ci sono i selvaggi: i popoli del Levante.
Noi Europei cristiani siamo in parte figli anche suoi e siamo così profondamente intrisi di “Chateaubriand” nel bene e nel male, chi più consapevolmente chi meno, che non possiamo chiamarci fuori dalla tragedia che si sta consumando in quella Terra.

Oggi parte di questa terra è divenuta lo Stato di Israele. E il resto cosa sta diventando?
Non so se sono rimasta critica e lucida nei confronti della realtà di Gerusalemme, (se facciamo fatica “noi” a farlo, noi che ce ne stiamo tranquillamente nelle nostre città europee, come possono rimanerlo le persone pienamente coinvolte e che vivono da generazioni e generazioni questo dramma? come possiamo noi puntare il dito contro questo popolo o l’altro? E noi cristiani? Cattolici? O Kattolici? Come ci poniamo nei confronti di tutto ciò?).

Sono convinta che ogni cittadino europeo debba diventare consapevole di questo per poter significativamente partecipare alla costruzione di una pace possibile.
Non mi sento una cristiana infervorata, subisco il fascino unito al dramma di Gerusalemme e della sua storia. O meglio, della nostra storia in quanto appartiene a tutti gli uomini al di là di qualsiasi fede e appartenenza.

Ieri 7 marzo 2008 (ma quante volte è accaduto!), la Gerusalemme ebraica suonava a lutto.
E tutte le altre?

venerdì 1 febbraio 2008

CHRISTIAN BOBIN: UNA LIBRERIA DI NUVOLE, (Lettres vives, 2006).


















In questa Bibliotèque de nuages, sfogliamo pagine che ci parlano della vita intimamente legata alla morte: “ogni giorno può essere l’ultimo: non ce n’è dunque nessuno di insignificante.” Si tratta – come spesso accade nei libri di Christian Bobin - di una sorta di diario senza data, ma segnato dal mutare delle stagioni: il freddo dell’inverno bagna l’inchiostro immerso nella neve delle prime parole, mentre l’oro delle ginestre, anche se non ancora nel pieno dell’estate, colora di un vento luminoso le ultime pagine, quasi a voler scandire con più vigore la rinascita che sta avvenendo.
La scrittura riprende la veste tutta bobiniana ritmata da spazi bianchi intercalati da pensieri e riflessioni che si intrecciano tra loro, fino a creare un unico respiro.
La voce si fa sempre più chiara, nitida, mai ingenua.
La percezione della vita e della morte subisce in queste pagine – e quindi, a mio avviso, anche nella vita dell’autore - profonde trasformazioni. I temi di sempre come la scrittura, la vita , la morte, la contemplazione di ciò che è minuto, insignificante, l’amore per le persone care, l’attenzione per gli uomini e le donne incontrati, tutti questi temi e altri ancora, sembrano entrare in un’altra dimensione, in una vita nuova. Tutto è compiuto. Tutto vive. Ma un nuovo tempo si sta aprendo portando con sé un ulteriore distacco dal mondo necessario a colui che vive e scrive, per immergersi, in modo ancora più “compiuto”, nella sua vita di tutti i giorni. Nella sua nuova vita. Nulla viene abbandonato, tradito o dimenticato.
Il passato, la morte - che ha portato via con sé tante persone amate e care -, il dolore di chi è sopravvissuto, oggi, uniti insieme, possono dare ancora più vigore a ciò che è in vita. Che vive accanto. Dinanzi.
Forse è per questo che egli può concludere il libro così: “Sento il rumore dei passi sulla ghiaia attorno alla mia tomba. La gioia di morire si avvicina al mio cuore – come un pettirosso mentre sbatte le ali davanti ad una finestra chiusa.”
[1]
La scrittura in Bobin aiuta la vita a rinnovarsi, a portare l’estrema attenzione sul mondo, e come sempre, essa non si pone mai al di sopra della vita. Tutt’altro. “Sono talmente felice di legarmi, mentre scrivo, ad altri esseri umani, che quando scrivo sono consapevole degli ossicini e poi della polvere sottile in cui si ridurrà la mia mano destra.”
[2]
Non solo chi scrive è consapevole di quanto tutto sia poca cosa rispetto alla morte, ma sa che la vita è colei che, sola, può dare ragione della scrittura: senza un lettore tutto resterebbe lettera morta: “Le frasi scritte scivolano lungo le pagine verso la tomba dell’ultima parola – fino a quando l’attenzione di un lettore non le sollevi dalla morte.”
[3]
Egli stesso ha sfiorato la morte due volte: giovane ventenne e pochi mesi prima della pubblicazione di questo libro. Leggiamo nelle ultime pagine: “Nel marzo 2006, la mano di Dio nella quale riposa il mio cuore fiducioso, si è improvvisamente contratta. Un dolore ha ferito il mio petto. Il pensiero che quel giorno potesse essere l’ultimo mi ha illuminato.”
[4]
In questa Bibliothèque de nuages ritroviamo volti a lui cari: l’amica Ghislaine, il padre, gli amici scrittori e poeti: André Dhôtel
[5]e Jean Grosjean[6]. Tutte vite che non abitano più questa terra: per alcuni sono trascorsi molti anni per altri solo qualche mese, come per l’amico poeta Jean Grosjean. Un uomo di lettere cui Bobin si sente profondamente legato e che reputa un vero scrittore: ovvero qualcuno che non chiede al lettore di essere adorato per ciò che scrive, ma che desidera invece donare qualche ragione in più per vivere.
“Il Cristo si è impadronito del linguaggio come di una scure di luce per spaccare la legna morta delle anime, poi ha gettato la scure in fondo all’universo, sotto un roveto di stelle dove San Giovanni l’ha ripresa, poi, duemila anni più tardi, Jean Grosjean.”
[7] Un autore, quindi, che usa il linguaggio come fanno i Vangeli che “sono l’unico libro la cui esistenza non umilia le persone prive di una cultura letteraria.”[8].
A questo proposito, tornano alla mente alcune parole che troviamo ne La Lumière du monde (2001)
[9], che indicano il percorso interiore e l’elaborazione del lutto vissuti dall’autore, a seguito della tragica morte di Ghislaine:

“[…] i miei primi libri dicevano l’ombra e la luce insieme, ma in “Più viva che mai”, che racconta la morte di un essere caro, la morte è resa irreale. La sofferenza in me ha lungamente scritto in rosa: ho portato il reale verso il rosa, mi sono messo in uno stato di assenza di gravità, per soffrire di meno. È come se avessi scavalcato il mio dolore chiudendo gli occhi per non vederlo, e ciò ha probabilmente permesso ai lettori di fare la stessa cosa e di attraversare l’impensabile. In realtà, quando ho assistito a quel funerale, ho vissuto un’esperienza quasi insostenibile: all’uscita di chiesa, c’era una campana che suonava. Non sapevo che si potesse fare tanto male all’aria. Come se la campana, per una specie di esperimento scientifico, avesse tolto l’aria fino all’asfissia. Oggi non voglio più sottrarmi al dolore. Voglio scrivere e leggere dei libri che accompagnino realmente in questi momenti, senza eludere la sofferenza, libri che non mi tradiscono e che non rischino di coprire il rintocco a morte.”
[10]

Bobin è un accanito lettore che però, negli anni, ha imparato a scegliere: la Bibbia, Emily Dickinson, Teresa D’Avila, Kierkegaard, Giovanni della Croce, il Corano, André Dhôtel, Jean Grosjean sono i volti che abitano “la sua libreria di nuvole”, che ospita anche gli amici vivi come Jean-Marie Kerwich
[11], “un profeta della Bibbia”: “Egli [ci] parla del cielo con una delicatezza pulita da far vergognare il dio distratto che governa i nostri giorni. Va verso il messia a gambe levate come farebbe il gatto dagli stivali.”[12]
Ma la sua libreria non è fatta solo di libri, in essa vi dimorano soprattutto i volti delle persone amate: “Rivedo il volto di mio padre incorniciato da un elmetto di nobili pensieri. Mi stava dinnanzi come un libro prezioso. Imparavo a vivere leggendolo.”
[13]
Leggere. Scrivere. Vivere. Un tutt’uno per Christian Bobin: “Tutto è lettura per me. La parte più grande della mia libreria è nel cielo, coi suoi volumi sparsi di nuvole, mai allo stesso posto.”
[14]

Una bibliothèque de nuages dove oltre alla natura animata da cinciallegre, tortore, farfalle, fiori di tarassaco, ginestre, cardi blu, e altro ancora, ritroviamo i luoghi della memoria uniti a quelli della vita presente. La terra di Borgogna con la cattedrale di Autun, la casa dei nonni a Montpont-en- Bresse, la chiesa romanica di Brancion dove egli assiste ad un bellissimo concerto di arpa ma dove lo stupore gli viene donato da un cardo blu che vede all’uscita
[15] . E ancora la sua Le Creusot con la chiesa dalla volta scrostata di Saint-Charles, il sentiero e la foresta di Saint Sernin, e poi la terra dell’Isère dove è vissuta Ghislaine, e dove si trova la piccola chiesa di Saint Ondras.
Ascolto Bobin seduto nella chiesa di Saint Charles, a Le Creusot, dove abita: “Non cerco Dio nelle chiese. Non lo cerco da nessuna parte, lo guardo venire da tutti i lati nascosto nell’impazienza di un bambino o dietro allo schermo di un cielo grigio. Quel giorno lo intravidi in una manciata di anemoni che bruciavano sull’altare: la loro debolezza (la morte vi aveva già posato l’ombra ormai blu della sua mano) mi parlava della segreta dolcezza che rende la parte più nascosta delle nostre ore semplici, capace di resistere.”
[16]

Ed è sempre nella debolezza, nella fragilità che scorge la presenza di Dio, come nella maestosa cattedrale di Strasburgo: “Sono entrato nella cattedrale di Strasburgo. Qualcuno suonava l’organo. Nelle cattedrali c’è solo il vuoto e questo vuoto, a respirarlo, a camminarvi dentro, faceva affiorare in me una grande pace, dappertutto rifiutata in città.” Qui la potenza di Dio non è data dalla statua del Cristo con il petto sanguinante né dalla croce piantata in un cranio che esce dalla terra – idea di uno scultore medievale un po’ cupo - ma dal gesto che egli vede compiere da due bambini di cinque anni: “Mi misi a sedere davanti al coro. Non aspettavo più nulla. Due bambini di quattro e cinque anni, accompagnati dal padre, sfilarono davanti all’altare inarcando il petto. Portavano grandi foglie morte. Da quel tesoro proveniva la loro fierezza. Nell’istante in cui vidi l’increspatura delle foglie, seppi che avevo dinnanzi a me il solo Cristo vivente della cattedrale: quella debolezza del sacro-cuore di foglie morte – stringendo appena un po’ le manine, i bambini avrebbero potuto ridurre tutto in polvere- era il segno evidente di una presenza divina: non più un trionfo, ma un corpo estenuato che la luce delle candele attraversava come una vetrata.”
[17]

Oltre alle grandi cattedrali o alle piccole chiese di campagna, Bobin ci accompagna anche nei luoghi abitati dai morti: nel cimitero di Provins (nell’Ile-de-France), dove è sepolto l’amico scrittore André Dhôtel oppure dove riposano in pace la sua madrina e l’amato amico Jean Grosjean. Ma come le nuvole che sempre mutano di luogo e di forma, così i ricordi, i volti e i luoghi si trasformano nello spazio e nel tempo per rimanere comunque impressi nel presente, come accade per la casa dei nonni: “Davanti alla casa di Montpont-en-Bresse, hanno lasciato agonizzare un mendicante per tutta la notte in un fossato. Ero piccolo, imparavo a leggere il libro nero del mondo, quello del quale gli uomini scrivono una riga ogni volta che si assentano dalla loro anima. Ogni persona ha la propria croce: e non smette di colpirsi.”
[18]

Nei ricordi abitano anche persone incontrate per un solo attimo o un solo giorno, come ad esempio il rigattiere di Louhans con il suo arlecchino; oppure un muratore e una donna delle pulizie, vere icone della vita contemplativa; ma c’è anche l’avara fiorista che vende fiori appassiti davanti ai cimiteri ravvivandoli con un po’ d’acqua
[19] e che ricorda l’allegoria dell’avarizia della cattedrale di Autun, oppure il monaco incontrato nel chiostro di Saint-Guilhem-le-Désert[20], infastidito dalla neve (cosa imperdonabile agli occhi di Bobin!) e le due piccole suore di Port-Royal[21] che come due tortore camminano a piccoli passi nel giardino del convento.

“La vita contemplativa è la sola, ciascuno la sente, anche coloro che più sono immersi nella vena della vita materiale.”
[22]

NOTE AL TESTO
Le parti relative al testo Bibliothèque de nuages e agli altri libri di Bobin inediti in Italia sono stata tradotte dalla sottoscritta.
Foto 1: Une bibliothèque de nuages nell’edizione Lettres vives, 2006.
Foto 2: poeta, scrittore e traduttore Jean Grosjean (1912-2006).
Foto 3: chiesa di Saint-Charles a Le Creusot dove vive Christian Bobin, in Borgogna.
Foto4: Cattedrale Saint-Lazare di Autun, in Borgogna
Foto 5: interno della Cattedrale Saint-Lazare di Autun, in Borgogna.
Foto 6: chiesa romanica di Brancion, in Borgogna.
Foto 7: Vista panoramica del villaggio di Saint-Guilhem-le-Désert, situato sul cammino di San Giacomo di Compostela, nel sud della Francia vicino a Montpellier.
Foto 8: Lydie Dattas, scrittrice francese, autrice del libro La luce del mondo.



Note al testo:
[1] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 63. Il libro non è ancora stato pubblicato in Italia, le traduzioni dei brani citati sono di chi scrive.
[2] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 8.
[3] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 57.
[4] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 61.
[5] André Dhôtel è uno scrittore francese nato il 1° settembre 1900 à Attigny (Ardennes, Francia), e morto il 22 luglio 1991 à Parigi. Conosciuto dal grande pubblico per il romanzo Le Pays où l'on n'arrive jamais (1955, Prix Femina). (http://www.andredhotel.org/)
[6] Jean Grosjean (Parigi 21 dicembre 1912 - Versailles 10 aprile 2006): è il poeta dell’ora intima famigliare, traduttore di Eschilo, dei testi biblici. Ha abbracciato il sacerdozio all’età di 27 anni, per lasciarlo dopo 11 anni. Militare in Libano, poi nel 36-37 viaggia in Siria, Palestina, Egitto. Nel 1939, a 27 anni viene ordinato prete. Prigioniero nel campo di Sens, incontra André Malraux, mentre nella Pomerania (regione situata al sud del Mar Baltico, che comprende parte della Germania e della Polonia), incontrerà Gallimard a cui rimarrà legato da una profonda amicizia. Dopo la guerra, farà parte della redazione e del comitato di lettura della casa editrice Gallimard. Si sposa e va a vivere nell’Aube (Champagne-Ardenne), dedicandosi a lavori di traduzioni: Eschilo, Shakespeare, il Corano, la Bibbia. Nel 1989, fonda con Jean-Marie Le Clézio la collana presso Gallimard “L’Aube de peuples”. E’ autore di diverse raccolte di poesie uscite presso le edizioni Gallimard. (fonti: www.gallimard.fr e http://fr.wikipedia.org/wiki/Jean_Grosjean)
[7] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 12.
[8] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 39.
[9] La luce del mondo è stato pubblicato sei anni dopo la morte di Ghislaine, mentre Più viva che mai è stato pubblicato appena un anno dopo. La luce del mondo è un libro scritto quasi a quattro mani: la scrittrice Lydie Dattas trascrive il dialogo avuto con Chrisian Bobin, tutto alla prima persona, senza le domande e le risposte tipiche di un’intervista. Penso che senza una profonda amicizia e stima tra i due scrittori, il libro non avrebbe mai potuto prendere questa forma.
[10] La luce del mondo, Gribaudi, 2006, p. 41
[11]Jean-Marie Kerwich, scrittore gitano francese, autore del libro L’angelo che zoppica, pubblicato nel 2005 da Le Temps qu’il fait.
[12] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 26.
[13] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 21
[14] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 39
[15] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 44
[16] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 14-15
[17] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 9-12
[18] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 27
[19] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 52
[20] Il villaggio di Saint-Guilhem-le-Désert è situato sul cammino di San Giacomo di Compostela, nel sud della Francia vicino a Montpellier.
[21] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 26
[22] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 55

sabato 12 gennaio 2008

FRANÇOIS-RÉNÉ DE CHATEAUBRIAND: UN ARISTOCRATICO A GERUSALEMME – 1806 (5^ parte) : VERSO GERUSALEMME
















Il tre ottobre del 1806 alle quattro del pomeriggio, François-Réné de Chateaubriand (con i domestici, un padre custode dell’Hospice des Pères di Giaffa e due arabi), si mette in viaggio per raggiungere Gerusalemme. Attraversa la pianura di Saron tra Giaffa e Cesarea, passa per molti villaggi tra i quali Al-Ramleh (da non confondere con Ramallah), Lod, Latroun (Larron), il “villaggio di Geremia detto anche Abu Gosh o El Qarya”, e il villaggio di Keriet-Lefta[1]. Raggiungerà Gerusalemme solo a mezzogiorno e ventidue minuti del giorno successivo, il 4 ottobre. (In questo caso, il nostro aristocratico francese è stato davvero preciso nel riportare la data del suo arrivo nella città santa!).
Per descrivere la strada da Giaffa a Gerusalemme e non solo, Chateaubriand si avvale degli storici e dei viaggiatori che l’hanno preceduto; tra cui il barone Deshayes, inviato nei luoghi santi da Luigi XIII, il padre gesuita Père Néret (XVIII secolo) e il conte di Volney[2] (1757-1820). Sarà una costante del suo viaggio citare i suoi predecessori per informare il lettore su tutto ciò che incontra e vede: l’origine del nome di Giaffa, la storia di Gerusalemme, la descrizione dei luoghi santi, la storia delle crociate o del Santo Sepolcro, e molto altro ancora. Tra i tanti personaggi che cita, non può non ricordare il Tasso con la sua Gerusalemme liberata e Napoleone Bonaparte, che prese d’assalto con i suoi soldati la città di Giaffa nel 1799.
Per gli Arabi, il ricordo del grande imperatore francese è ancora vivissimo: sono trascorsi solo cinque anni dalla Campagna d’Egitto, quando Chateaubriand incontra, sulla strada per Gerusalemme, alcuni piccoli beduini che marciano al grido di “En avant! Marche!” in lingua francese. Un’immagine che gli rimarrà talmente impressa che egli concluderà le pagine del suo itinerario proprio con questo ricordo; vedere come questi giovanissimi beduini si divertano ad imitare i grandi soldati francesi è qualcosa che lo riempie di un grande orgoglio e gli regala una gioia simile a quella che deve aver provato Robinson Crusoe quando ha sentito parlare il suo pappagallo! Eccoci davanti a uno dei tanti atteggiamenti colonialisti dell’aristocratico francese che Edward Said non poteva non evidenziare:


[per Chateaubriand] L’arabo d’Oriente era un “uomo civile ricaduto nello stato selvaggio”: nessuna meraviglia, quindi, che, osservando gli arabi sforzarsi di parlare francese, il nobile viaggiatore si sentisse come Robinson Crusoe, stupefatto all’udire il suo pappagallo pronunciare la prima parola.[3]

Ma proviamo a viaggiare insieme al trentottenne François e immaginiamoci come poteva essere quella terra ben 202 anni fa! Siamo sulla strada che da Giaffa, a quel tempo, portava a Gerusalemme:

“Tuttavia avvicinandosi a San Geremia, fui un po’ consolato da uno spettacolo inatteso. Greggi di capre dalle orecchie cadenti, montoni dalle grandi code, asini che ricordavano per bellezza l’onàgro delle Scritture, uscivano dal villaggio al sorgere dell’aurora. Donne arabe facevano seccare l’uva nelle vigne: qualcuna aveva il viso coperto da un velo e portava sul capo un vaso colmo d’acqua, come le figlie di Madian[4]. Alle prime luci del giorno, dal borgo delle case, saliva un fumo bianco come vapore; si sentivano voci confuse, canti, grida di gioia. Quella scena creava un gradevole contrasto con la desolazione del luogo, e i ricordi della notte.
La nostra guida araba aveva ricevuto anticipatamente il diritto che la tribù esige dai viaggiatori; e noi passammo senza ostacolo. D’un tratto fui colpito da queste parole pronunciate distintamente in francese: “En avant: Marche!”. Volsi il capo e scorsi una truppa di piccoli Arabi tutti nudi che si esercitavano con dei bastoni di palme. Non so quale vecchio ricordo della mia prima vita mi tormenti: e quando mi si parla di un soldato francese, mi batte il cuore; ma vedere dei piccoli Beduini nelle montagne della Giudea imitare le nostre esercitazioni militari e serbare il ricordo del nostro valore; sentirli pronunciare quelle parole che sono, per così dire, le parole d’ordine dei nostri eserciti, e le sole che conoscano i nostri granatieri: ci sarebbe stato di che emozionare un uomo meno innamorato di me della gloria patria. Non mi spaventai come Robinson quando sentì parlare il suo pappagallo, ma rimasi affascinato non meno del famoso viaggiatore. Diedi qualche moneta turca al piccolo battaglione, dicendogli: “En avant: Marche!”. E per non dimenticare nulla, gli gridai : “Dio lo vuole! Dio lo vuole!” come i compagni d’armi di Goffredo e di San Luigi.
[5]

E finalmente, eccolo scorgere Gerusalemme:

[…] Improvvisamente all’estremità dell’altopiano, scorsi una linea di mura gotiche fiancheggiate da torri squadrate, dietro alle quali emergevano alcune punte di edifici. Ai piedi delle mura, appariva un campo di cavalleria turco, in tutta la sua pompa orientale. La guida gridò “El-Cods!” La Santa (Gerusalemme) e fuggì al gran galoppo”[6]

(La traduzione dei brani tratti dall'Itinéraire è opera della sottoscritta!)

Foto 1: Gesuiti verso la Terra Santa nel XVIII° sec.
Foto 2: Il conte di Volney, (1757-1820)(per saperne di più: http://www.jerusalem-pedibus.net/site_fr/index_fr.html?http&&&www.jerusalem-pedibus.net/site_fr/volne_fr.html) Foto 3 : Réné-François de Chateaubriand (1768-1848)
Foto 4: Edward Said (1935-2003)
Foto 5: I pastori 1931 – http://www.eliaphoto.com/
Foto 6: Prendere acqua alla fonte 1935 – http://www.eliaphoto.com/
Foto 7: Macellazione dell’agnello 1930 – http://www.eliaphoto.com/
Foto 8: Ragazzo beduino 1935 – http://www.eliaphoto.com/
Foto 9: Ogràno (Asino selvatico: equus emonius)


NOTE AL TESTO
Le citazioni dall'opera di Chateaubriand sono state tradotte da me.
[1] Nella traduzione riporto i nomi dei villaggi così come sono trascritti nel libro di Chateaubriand. In Israele, oggi, Giaffa fa parte del più ampio comune di Tel Aviv (Tel Aviv-Yafo)
[2] Il conte di Volney, (1757-1820), filosofo e orientalista, verso la fine del XVIII secolo, a 25 anni, intraprende un viaggio verso il levante che durerà 5 anni. Al suo ritorno pubblicherà Voyage en Syrie et en Egypte. Tale opera ebbe un grande successo e fu un punto di riferimento per Bonaparte e i suoi ufficiali durante la Campagna d’Egitto.
[3] Edward Said, Orientalismo, Feltrinelli 2006, p. 173.
[4] Esodo II, 16-17
[5] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem, op.cit., p. 295-296
[6] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem, op.cit., p. 297